La storia di Vittorio Staccione: il mediano che morì a Mauthausen
Il libro di Veltri ci aiuta a riscoprire la storia di un "sommerso del calcio" che morì a 41 anni nel lager per il suo antifascismo

La storia di cuoio racconta che la banalità del male non si fermò davanti ad un pallone. A Mauthausen, come in tanti altri lager prima di morire c’è chi continuava a fare il suo mestiere: il calciatore e le sfide, impari e dal risultato ferale, erano quelle contro i loro carnefici nazifascisti. Nei giorni della Memoria giova ricordare che tra i 6 milioni di ebrei vittime dell’Olocausto rientra anche il “martirologio dello sport” conta sessantamila atleti morti, di cui 220 di alto livello. A Mauthausen il cuore Toro Vittorio Staccione, classe 1904, incontrò il giovane milanese Ferdinando Valletti (1921-199), in quella che fu la sua tragica partita d’addio. Due vite da mediano, stesso ruolo e stessa appartenenza anche alla classe operaia: il torinese in Fiat, il milanese all’Alfa Romeo. Uniti in tutto tranne che nel destino, perché mentre Valletti riuscì ad entrare nella categoria dei “salvati”, Staccione invece non scampò al boia concentrazionista e finì nella rosa più affollata dei “sommersi”. “Quando quel pomeriggio di novembre il mediano di Mauthausen entrò sul terreno di gioco non riusciva quasi a reggersi in piedi. Era esausto, pallido in volto, pesava poco più di 40 chili e aveva dolori dappertutto, quasi da non riuscire a dare una priorità alla sofferenza più urgente”. Comincia così la triste storia di Vittorio Staccione che Francesco Veltri ha mirabilmente raccontato nella toccante biografia Il mediano di Mathausen (Diarkos). Un talento che nella sua breve e tormentata esistenza con orgoglio ha sempre dovuto dribblare il pregiudizio. Eppure il suo percorso calcistico era iniziato nel migliore dei modi. Heinrich Bachmann: il capitano del Torino l’aveva scovato nel campetto del quartiere popolare di Madonna di Campagna dove era nato e cresciuto e di corsa se lo era portato nelle giovanili granata. Bachmann era ancora il leader della prima squadra quando Staccione comincia a mostrare quelle doti tecniche da giocatore vero. Il calcio per Vittorio è un riscatto sociale importante dentro a quella famiglia umile e profondamente antifascista, a cominciare dal fratello maggiore Francesco che farà da chioccia a lui e al piccolo Eugenio, anche lui talentuoso portiere del vivaio del Torino. Il mister, il viennese Karl Stürmer apprezza Vittorio Staccione “per le sue doti di lottatore e il suo innato carisma”, così nel 1924 lo fece debuttare in prima squadra assieme al compagno delle giovanili Antonio Janni. Due presenze con la maglia della sua squadra del cuore facevano presagire pensare un futuro da bandiera e invece Staccione dovrà andare a sventolare altrove. Gli agenti dell’Ovra lo seguono come il telefonista della Stasi nel film "La vita degli altri" Per il regime è il fratello di Francesco Staccione, socialista, facinoroso che entra ed esce di continuo dalle patrie galere. Per questo motivo, quando sotto militare a Cremona ottiene il permesso dal club locale di potersi allenare due volte alla settimana e di disputare la partita della domenica, Staccione diventa il “signor X”. Nella città del Ras Farinacci arriva l’informativa del regime che impone la censura dei giornali sportivi in riferimento al mediano ex Torino. Così sulle colonne di “Cremona Nuova” apparvero articoli come questo: “Ci spiace per ragioni particolari che riguardano l’interessato dover tacere nell’elogio che rivolgiamo a tutta la squadra il nome del giocatore che formò il trio mediano: gli infaticabili Talamazzini e Puerani I ebbero in lui un buon compagno del lavoro del quale si trovarono insperatamente sollevati”. L’innominato di Cremona trascinò i grigiorossi al 7° posto finale e la dirigenza del Torino si affrettò a riportarlo alla casa madre. A 22 anni gli tremavano le gambe quando finalmente firmò il suo primo contratto da professionista. Anche suo fratello Eugenio a 17 anni venne fatto esordire in prima squadra: la gara contro la Sampierdarenese sarà la prima e ultima volta dei fratelli Staccione insieme con la maglia del Toro. Il pesante 4-1 finale non placò la gioia di due fratelli che a fine gara si abbracciarono felici. Mister Schoffer punterà ancora su Eugenio e non su Vittorio che farà comunque parte del Torino campione d’Italia della stagione 1926-’27. Scudetto poi revocato per il “caso Allemandi”, il primo storico caso di combine nel calcio italiano. Quando venne emessa la sentenza, Staccione era già un calciatore della Fiorentina. Voluto dal patron viola, il marchese Luigi Ridolfi Vaj da Verrazzano, Staccione a malincuore accettò di scendere in serie B, ma a Firenze rinacque calcisticamente e trovò anche l’amore della sua vita, la moglie Giulia che solo lui chiamava “Fiammetta”. Ma anche la fiamma della passione politica si accese ancora di più quando alla Fiorentina, dal Livorno, arrivò il dandy rivoluzionario Bruno Neri. Con Staccione costituiva la mediana della Fiorentina, la diga viola che non lasciava spazio all’avversario e che odiava profondamente il nemico fascista. Nel 1931 Bruno Neri si rifiutò di fare il saluto romano in omaggio alle autorità presenti in tribuna e da quel momento divenne un nemico giurato del fascismo. Un anno infausto il ’31 in cui Vittorio perse tutto. Giulia diede alla luce Maria Luisa, Staccione sta giocando a Casale e quando rientra la bambina è morta. Il 13 marzo per delle complicazioni se ne andrà per sempre anche la sua “Fiammetta” e a quel punto la gloria del campo svanisce. Di colpo, il 27enne mediano viola è un uomo davvero triste e solitario. Il marchese Ridolfi su pressione dell’Ovra è costretto a cederlo e Staccione ricomincia da Sud, al Cosenza. Come sempre darà prova di grande professionalità ma le luci della ribalta calcistica si stanno lentamente spegnendo. Unico lampo, il match contro il Messina in cui ritrovò da avversario il fratello Eugenio. I tifosi cosentini lo idolatravano e intanto in campo un piccolo eroe, il compagno di squadra Alfredo Coverlizza morì per i postumi di un infortunio a una gamba. “Curato male!”. Braccato da tutto, anche dal male di vivere, Staccione ripiegava ancora e l’ultima stagione importante da calciatore la visse a Torre Annunziata, nel Savoia. Il 3 luglio 1935 venne fermato dalla polizia a Rossano Calabro e quando rientrò a Torino ormai aveva chiuso con il pallone. Per sbarcare il lunario si impiegò come meccanico alla San Giorgio Grandi Motori Navali della Fiat. Alla fine del turno di lavoro venne aggredito fuori da un bar e da quel momento il mediano abituato a rincorrere l’avversario fu continuamente rincorso e fermato, fino alla condanna a sei mesi di reclusione. L’ufficio politico della Questura di Torino divenne la sua bestia nera, difficile da dribblare e impossibile da sconfiggere, perché la dittatura aveva decretato: stoppare ogni sua resistenza. Il suo ex compagno Bruno Neri nel frattempo era diventato un eroe della Resistenza: il 10 luglio 1944 cadrà da partigiano. Vittorio Staccione nel marzo del ’44 per il suo antifascismo era stato deportato a Mathausen: numero di matricola 59160 e triangolo rosso al petto, il simbolo dei "prigionieri politici". Lo stesso triangolo cucito sulla divisa della matricola 57633, Valletti, la cui storia l’ha raccontata Vittorio Quattrina nel docufilm "Detenuto I 57633. Voglia di non morire". La stessa voglia di sopravvivenza strappò alla morte il difensore del Bologna Mario "Rino Pagotto": vinse tre scudetti con i rossoblù guidati da Arpad Weisz, l’allenatore ebreo ungherese che morì con i due figli e la moglie a Auschwitz. Da Mathausen non fece più ritorno anche il bomber storico dell’Empoli Carlo Castellani (lo stadio della città toscana porta il suo nome) che si spense l'11 agosto del '44, a soli 35 anni. Staccione quell’estate del ’44, convocato a forza dai kapò continuò a giocare e sul campo di Gusen ormai ridotto a uno scheletro si infortunò. “Curato male": per quella ferita alla gamba morirà di setticemia il 16 marzo 1945. Una settimana dopo nel mondo dei più lo seguì anche l’amato fratello Francesco. Oggi la memoria di Vittorio Staccione sopravvive grazie al cuore dei tifosi granata che gli hanno dedicato mostre e una pietra d’inciampo a Torino, in Via San Donato al civico 27. A Cremona c’è una targa commemorativa che lo ricorda allo stadio Zini e lo stesso hanno fatto a Cosenza al parco Emilio Morrone per in iniziativa dell’Icsaic e dell’Anpi. La Fiorentina ha inserito il nome del mediano nella "Hall of fame" e in prefazione al libro di Veltri un ex cuore Toro ed ex viola Eraldo Pecci scrive: “Vittorio Staccione era un uomo buono e ingenuo come lo sono molti veri sportivi”.
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