Aborto: il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi

Le parole di Leone XIV in dialogo con l’eredità di Madre Teresa. Che era andata al centro della questione: fermare una vita nel grembo è violenza su un indifeso
February 3, 2026
Aborto: il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi
La recente "March for life" a Washington
È un binomio incancellato della storia dell’umanità quello inciso nel titolo del grande romanzo tolstoiano Guerra e pace. La storia di ieri e quella di oggi sono plasmate da questa diade che unisce dolore e gioia, timore e speranza, sangue e ferite cicatrizzate. Più e più volte, Leone XIV è partito da questa ineludibile realtà per farci aprire gli occhi, spalancare il cuore, illuminare la mente. Lo ha fatto sin dalle prime parole del suo pontificato, quella sera dell’8 maggio di un anno fa quando i nostri occhi erano rivolti alla loggia della basilica vaticana. Sabato scorso, nella Sala Clementina, rivolgendosi ai partecipanti al convegno “Una sola umanità, un solo pianeta”, ha declinato il tema dello scrittore russo attraverso le parole di Madre Teresa di Calcutta, «santa degli ultimi e premio Nobel per la pace», quando con libertà evangelica ricordava che «il più grande distruttore della pace è l’aborto». Senza infingimenti politicamente corretti e lavata via ogni cosmesi semantica che copre una tristissima verità, la minuta ma tenace suora albanese dal viso solcato dalle rughe era andata al centro della questione, non ci ha girato attorno: l’aborto è il nome di una guerra contro la vita nascente. Una guerra con armi non convenzionali – alcuni farmaci e ferri chirurgici – e in un teatro che non è il campo di battaglia, ma il grembo di una donna, una madre. Papa Prevost, come già il suo predecessore Francesco, ci ha abituati a parlare in modo chiaro, semplice, diretto. A chiamare le cose con il loro nome. Non ci sorprende la sua sintonia con la sorella dei più poveri tra i poveri che sapeva parlare ai potenti della terra come ad un piccolo bambino. Perché quello che capiscono i più piccoli lo comprendano anche i grandi.
La guerra più devastante è quella che noi muoviamo a noi stessi. L’un contro l’altro armati, «ogni regno diviso in sé stesso va in rovina e una casa cade sull'altra» (Lc 11, 17). Il Papa ci invita «a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso». Se vogliamo metterci al servizio della pace tra tutti gli uomini e i popoli, dobbiamo rappacificarci, riconciliarci con l’umanità che siamo noi, che sono i nostri figli sin da quando Dio li chiama all’esistenza nove mesi prima di vedere la luce, e che sono i nostri anziani e malati fino al loro ultimo respiro. Ripartire dall’accoglienza della vita più fragile, incapace di difendersi, povera di tutto che è quella nascosta nell’utero materno ci darà le energie morali, culturali, sociali e politiche per saper accogliere come un fratello anche chi è più forte di noi, armato fino ai denti, ricco e potente, che ci fa la guerra. Se non faremo la guerra con chi ci è così vicino da abitare dentro una di noi, sapremo metterci al servizio della pace con chi sta lontano da noi e punta le sue armi contro di noi.
«Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi». La pace è cosa grande, che i grandi devono costruire a partire dall’accoglienza dei piccoli. Non ci si improvvisa «operatori di pace» (Mt 5, 9) solo versando lacrime di fronte alle immagini belliche trasmesse dalla televisione o unicamente scendendo in piazza e brandendo una bandiera, ma piangendo accanto ad una donna che soffre per le sorti del figlio che è in lei, chiedendo a voce alta tutela e protezione per la maternità, abbracciando il vessillo della vita e incenerendo quello della morte.
La pace è una profezia, la guerra una maledizione. «La sua voce» – quella di Madre Teresa – «rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale», ha ricordato Leone XIV. Se si invoca una “pace giusta” sui campi di battaglia e si lavora per crearne le condizioni, non si può dimenticare l’ingiustizia nel grembo di una madre, il grido di dolore dell’umanità intera «per i suoi figli» che «non sono più» (Mt 2, 18).

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