Yara, da Gaza all'Italia: «Vedendo gli arti amputati ho scelto di fare la chirurga»
di Costanza Oliva
La giovane è arrivata nel nostro Paese per studiare pochi giorni prima del 7 ottobre 2023: «Nella guerra ho perso 33 parenti. Ora che il varco di Rafah apre, penso a chi non può tornare»

«Pensai che i dottori e le ambulanze erano gli unici a poter aiutare davvero in tutta quella confusione». Yara Abushab lo aveva capito già da bambina, nel 2008, durante la prima offensiva che davvero ricorda. Quel giorno disse a sua madre che sarebbe diventata medico. Oggi ha 24 anni, studia medicina lontano da Gaza, e guarda alla riapertura del valico di Rafah con speranza: pensa alle migliaia di pazienti in attesa di cure fuori dalla Striscia, alle famiglie separate, agli studenti a cui non è stato permesso partite. «C’è anche chi vorrebbe tornare ma non potrà farlo: ai bambini nati all’estero da famiglie di gazawi in questi due anni di guerra è vietato l’ingresso nella Striscia, e con loro restano bloccati anche i genitori», racconta Yara. Il primo ottobre 2023 è arrivata in Italia per un tirocinio universitario: doveva durare un mese. All’inizio pensava che sarebbe stata “una delle tante guerre” viste in così pochi anni di vita. Al telefono, la madre le dice: «Meno male che sei all’estero, così almeno il nome della famiglia sopravvive». Nei giorni successivi, la famiglia a Khan Yunis accoglie parenti e amici in fuga da Gaza City. La casa, pensata per cinque persone, diventa rifugio per 82 tra amici e parenti. Poi sono costretti a spostarsi ancora, verso sud, fino a vivere in una tenda a Rafah. «Mia zia e i miei cugini non hanno fatto in tempo: sono stati colpiti da un missile. Sono stati i primi cinque membri della mia famiglia che ho perso. Dopo due anni di guerra sono diventati 33. L’ultimo è stato mio cugino, ucciso durante il cessate il fuoco. Aveva 17 anni. Per me era come un fratello».
Nel 2024 le armi esplosive hanno causato nel mondo 59.524 civili uccisi o feriti, con un aumento del 69% rispetto all’anno precedente. A rendere ancora più evidente l’impatto devastante di bombe, missili e ordigni è il rapporto “L’onda lunga della guerra” realizzato dall’Osservatorio ANVCG – Centro di ricerca sulle vittime civili nei conflitti, che ha raccolto e sistematizzato i dati pubblicati da diverse organizzazioni. Oggi, Yara vuole specializzarsi in chirurgia plastica ricostruttiva: «Sono cresciuta vedendo corpi amputati e gli effetti della guerra sui corpi delle persone». Nei conflitti combattuti nelle città, le lesioni più frequenti tra i civili includono amputazioni, ustioni gravi, fratture complesse e traumi cranici, che richiedono interventi chirurgici ripetuti e lunghi percorsi di riabilitazione. I bambini risultano tra i più esposti. Nel 2024 gli ordigni esplosivi sono stati responsabili della quota maggiore di minori uccisi o feriti nei conflitti armati a livello globale dal 2006. E poi ci sono i danni indiretti con la distruzione delle scuole e delle infrastrutture idriche, che incidono in modo ancor più pesante sulla popolazione.
Intanto Yara ha continuato a studiare, con un senso di colpa che non la lasciava: «Aprivo i social, parlavo con la mia famiglia e sembrava che il mondo stesse finendo. Poi uscivo e vedevo le persone andare al lavoro, vivere normalmente». Da lontano prova ad aiutare come può. Avvia una raccolta fondi e riesce a fare uscire i familiari da Gaza tra il 24 e il 27 aprile 2024 con l’ultimo pullman prima della chiusura. Ai segni fisici lasciati dalle armi esplosive si somma l’impatto sulla salute mentale: depressione, ansia e disturbi da stress post-traumatico. Pensa ai suoi compagni di corso dell’Università di Al Azhar che si sono appena laureati: in questi due anni hanno continuato a studiare nelle tende e lavorato negli ospedali sempre più in difficoltà, prendendo il posto di tanti colleghi uccisi. «Mio padre mi diceva sempre: possono toglierci tutto, bombardare tutto, ma c’è una cosa che nessuno può rubarti: il tuo cervello». L’istruzione, dice, è ritenuta una fondamentale porta sul mondo. Sorride: «A Gaza, se non hai una laurea ti guardano male». L’apertura del valico per Yara ha un sapore preciso: tè alla menta. Il venerdì pomeriggio lo beveva dai nonni, con tutta la famiglia riunita. «Ci raccontavano di Giaffa, che la mia famiglia è stata costretta ad abbandonare nel 1948. In casa, c’era un caos bellissimo. Non sapevo che mi sarebbe mancato così tanto».
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