In America si sta facendo strada un nuovo fascismo?
di Diego Motta
Il dibattito nel Paese dopo i fatti di Minneapolis è aperto, come ha sottolineato la rivista "The Atlantic". Storici e politologi italiani concordi: è in atto uno scivolamento verso forme di democrazia minima. E il collante con le destre radicali europee è ormai rappresentato dal cavallo di battaglia della remigrazione

Gli Stati Uniti sono al bivio, tra uno scenario di “democrazia minima” e i rischi di un neo-autoritarismo a stelle e strisce. Il messaggio che il gennaio gelido di Minneapolis ha inviato al mondo è chiaro: la legge del più forte non vale solo in politica estera, prima di tutto si mette in pratica sulle vie di casa. L’intimidazione di Stato, la violenza come sistema di potere, le milizie private che agiscono al di sopra delle regole: siamo all’anticamera del fascismo in salsa trumpiana? E fino a che punto la deriva nazionalista si potrà contenere sulla sponda occidentale dell’Atlantico, senza che esondi anche nella vecchia Europa?
«È in corso uno scivolamento, che sta spingendo il Paese verso un autoritarismo elettorale preoccupante» sostiene il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università Federico II di Napoli. Passo dopo passo, abbiamo assistito allo sgretolamento delle certezze, ideali e giuridiche, che la retorica occidentale aveva accompagnato alla creazione del sogno americano. «Si diceva una volta: può accadere ovunque, non qui – continua Valbruzzi –. Invece è diventato possibile il parallelo tra l’alba di un regime autoritario e ciò che successe un secolo fa in Italia e in Europa. Oggi Trump in termini di comando è soltanto un gradino sotto Putin, il suo modello». Tra poteri straordinari, ordini esecutivi, oscuramento del dissenso, Donald Trump ha consapevolmente intrapreso una via pericolosa. «Quello col fascismo è un paragone possibile perché effettivamente esiste un’istanza sovversiva che è riuscita già a prendere le redini del potere statuale» osserva lo storico Domenico Guzzo, docente all’Università di Bologna. Se per Valbruzzi «gli agenti anti-immigrazione dell’Ice effettivamente ricordano le squadracce di stampo mussoliniano», per Guzzo «inquieta la difesa e la promozione della violenza contro gli oppositori politici». Vanno fatti però dei distinguo: il presidente americano, per quanto leader carismatico e accentratore, non è il dominus assoluto né della sua parte politica (il partito repubblicano, più che il movimento “Maga”) né tanto meno del Paese; in secondo luogo, «deve tenere conto che il sistema Usa è policentrico ed esiste una frattura profonda tra lo Stato federale e lo Stato locale, tra la contea e Washington, come ha dimostrato in Minnesota la resistenza attuata dal sindaco di Minneapolis e dal governatore» precisa Guzzo. Senza dubbio, anche il celebre sistema di contrappesi americano è alla prova, perché profondamente scosso alle fondamenta. «Democracy erodes from the top, la democrazia si erode dall’alto» ripete Valbruzzi citando un noto saggio sul tema e Trump è l’innegabile protagonista di questa stagione, nella complicità dei poteri forti. Anche questo ricorda gli anni Venti dell’Europa, con gli interessi economici e il capitale all’epoca pronti a spingere a favore della destra radicale.
È la stessa onda che da tempo ha investito anche i governi del Vecchio continente, in una deriva contraddittoria che spinge in modo ambiguo tra esiti conservatori e moderati di governo e sirene estreme dentro l’opinione pubblica. Chi vincerà, all’interno di questa dicotomia che in modo diverso accompagna Italia, Francia e Germania? «C’è un rapporto ambivalente tra queste destre e l’America di Trump – risponde Mattia Zulianello, professore associato di Scienza politica all’Università di Trieste -. Mentre la Casa Bianca si sposta sempre più verso posizioni estreme, con una retorica quasi militarista, i nazionalismi europei non possono disconoscere la difesa dei propri popoli e rimangono per ora a metà del guado». Il riferimento è alle teorie del “nativismo”, secondo cui gli interessi dei “nativi”, gli abitanti originari di un territorio, vengono prima dei diritti degli altri. «Lo scontro tra l’internazionale imperialista di Trump e la destra nativista europea alla lunga può diventare inevitabile, eppure oggi c’è un tema ricorrente su cui tutti si ritrovano: la remigrazione». Lo spostamento, meglio sarebbe dire la deportazione, di migranti dallo Stato in cui si trovano adesso al proprio Paese può rappresentare, secondo Zulianello, «il collante tra questi radicalismi, che paiono essere solo all’inizio della loro traiettoria storica. Va ricordato peraltro che questi venti soffiano da tempo nel Vecchio continente, ben prima dell’avvento del movimento “Maga” negli Usa».
Soltanto da qualche mese in America il dibattito sulla deriva trumpiana si è aperto, come testimonia un recente articolo apparso sulla rivista The Atlantic dal titolo evocativo “Sì, è fascismo”. Per Guzzo, «siamo in un regime di “democrazia minima” nella quale chi comanda esercita sull’opinione pubblica momenti di pressione tattica più o meno intensi, arrivando a usare addirittura i bambini per colpire i migranti. In realtà, il tema è sempre lo stesso: crearsi un nemico interno per accentuare una visione dualistica della società. Noi contro di loro». Siamo oltre l’iniziale populismo, che l’Europa ha conosciuto ormai due, tre decenni fa e per un certo periodo sembrava poter diventare egemone. «È nazionalismo duro e puro, soprattutto nella sostanza» sottolinea Valbruzzi. «Non si tratta nemmeno più di essere pro o contro la democrazia – dice Zulianello -. Negli Stati Uniti sembra prevalere l’idea di ridestare lo spirito della nazione. È un calcolo rischioso dal punto di vista elettorale, tanto che il gradimento dei repubblicani è dato in calo. Ma c’è un’idea di palingenesi mai vista prima, che porta con sé l’ambizione di rifare l’uomo. E questa cosa assomiglia molto al fascismo».
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