I 30 anni di “Infinite Jest”, romanzo senza fine

Il 1 febbraio 1996 usciva il capolavoro di David Foster Wallace. Un libro che ha riscritto le regole della letteratura. E che continua a produrre senso
January 31, 2026
I 30 anni di “Infinite Jest”, romanzo senza fine
David Foster Wallace nel 2006 / WikiCommons
Ricorrono i trent’anni dalla pubblicazione di Infinite Jest, uno dei romanzi contemporanei che ha saputo ridefinire la narrativa americana. Si tratta di un anniversario che non riguarda solo un libro cult, ma un evento strutturale per lingua e letteratura contemporanee: come disse Fernanda Pivano, Infinite Jest «ha cambiato la struttura, il linguaggio e l’uso dell’ironia nella narrativa americana». Non sorprende perciò che Einaudi ne celebri il trentennale con un’edizione speciale, a conferma di una vitalità che non accenna a esaurirsi. Non una celebrazione, per cui, ma la prova provata che Infinite Jest non è finito. Pubblicato il 1 febbraio 1996 e accolto da subito come un capolavoro di ambizione e complessità, questo romanzo di David Foster Wallace ha dimostrato nel tempo una capacità di resistere alle riletture, ma anche di generare nuove forme di scrittura. Una delle abilità di Wallace è stata senz’altro quella di portare la narrazione un po’ più in là, spostando l’asticella per esempio con l’utilizzo delle note non come apparati marginali, ma come parte integrante del tutto. Con oltre 100 pagine di “appendice” DFW non chiude il libro, ma rilancia, rimette in parte anche in discussione ciò che precede. Capita qualcosa di simile nella sperimentazione, nella struttura articolata, al di fuori di un intreccio narrativo tipico - e anzi metaletterario - di Gina Apostol (voce autorevole della letteratura filippina) in La rivoluzione secondo Raymundo Mata, spesso accostata a Wallace per l’utilizzo dell’apparato critico e la costruzione di un paratesto che diventa gioco metaletterario postmoderno.
Tuttavia, non è solo questo. Ciò che rende Infinite Jest,un’opera ancora viva e di ispirazione per molti autori oggi è anche il modo in cui la sua forma continua a produrre senso. Un esempio è stato realizzato in questi anni dal lavoro dell’artista americana Corrie Baldauf, che ha mappato tutte le citazioni cromatiche presenti nel romanzo – oltre 2.600 – segnandole con post-it del colore corrispondente. Quello che era un romanzo è diventato così un oggetto stratificato; una sorta di cartografia visiva che ha reso percepibile ciò che nel testo era un termometro. Questa operazione, archivistica più che critica, dialoga idealmente con altre pratiche contemporanee di mappatura letteraria. Anni fa, insieme a un collega esperto di musica su “Minima & Moralia” costruimmo un’operazione simile: una sorta di cartografia musicale dei sei volumi di La mia lotta di Karl Ove Knausgård. Contammo 103 artisti in 4.115 pagine. Creammo una playlist su Spotify e per ognuna delle band o dei singoli musicisti inserimmo in lista il brano più ascoltato. Saltò fuori un viaggio musicale lungo nove ore e ventuno minuti, diviso in 132 brani. L’obiettivo? Ancora oggi non lo sappiamo del tutto. Forse cercavamo di comprendere il compito della letteratura: «Non l’esaustività» di certo, ma «la costruzione dell’inesauribile», semmai.  In Infinite Jest questa vocazione è inscritta nella struttura stessa, nella densità, nei temi che affronta: siamo d’altra parte di fronte all’intrattenimento come dipendenza, alla promessa di un’assuefazione, a una commedia umana fatta di noia e disperazione fino alla morte.
Letto oggi, Infinite Jest appare come un romanzo che intercetta con anticipo una costellazione di esperienze – ossessione, dipendenza, ansia, compulsione – che dal 1996 in poi non hanno smesso di espandersi e strutturare il nostro rapporto con il mondo. Anche per questo, forse, siamo di fronte a un romanzo generazionale. Ed è inevitabile che sotto questa ironia, questo culto per il libro e il suo autore, pulsi insieme una malinconia profonda. Jonathan Franzen ha colto con precisione il doppio movimento dicendo che Infinite Jest intossica con la comicità e l’inventiva, ma disintossica con pagine di lucida tristezza. E così Tommaso Pincio, a suo tempo definì questo libro uno «splendore straziante». Quest’opera ha saputo immaginare nuovamente il romanzo e non ha smesso di interrogare il presente; lo dimostra il riverbero in autori contemporanei come Dave Eggers, che ha ereditato da Wallace l’urgenza morale, declinate in una forma più piana, oppure Ben Lerner, che ha trasformato la lezione wallaciana in una scrittura ossessionata dal rapporto tra linguaggio, fallimento e verità. Entrambi, in qualche modo, hanno raccolto un’eredità immortale, mutuandola sul loro personalissimo stile. E oggi? Oggi questo libro non si lascia consumare, continua anzi a chiederci di restare vigili, ma soprattutto ci chiede di non confondere l’intrattenimento - e meno che mai il deprecabile infotainment - con la ricerca di senso. E questo vale soprattutto in letteratura.

© RIPRODUZIONE RISERVATA