La pizza? La pasta? C'è un "made in italy" della solidarietà

Esiste un’eccellenza tutta nostra fatta di generosità e altruismo che, in molti casi, affonda le sue radici nella fede cattolica. Ieri i protagonisti erano soprattutto gli istituti religiosi e missionari, oggi sono laici, associazioni e movimenti
January 31, 2026
/Foto Icp
A top view photo of group of businessmen holding hands together to symbolize unity and strength. High quality photo
«Cantù?». Me lo ricordo bene lo sguardo, curioso e divertito, del bimbetto che, al vedere un lungagnone bianco scendere dalla jeep impolverata, mi rivolse quella singolare domanda. Warangal, Andhra Pradesh, India centro-sud; è il 2010. Sono lì per raccontare vita, opere e missione di padre Augusto Colombo, un gigante della carità, inversamente proporzionale alla sua statura. Proveniente – manco a dirlo – dalla cittadina nota per le fabbriche di mobili e un glorioso passato cestistico. Per quel bambino Cantù era sinonimo di Italia e di gente che dava una mano agli ultimi. Come lui. Difficile non pensarlo, del resto, visto che il tenace missionario canturino del Pime, nell’arco di alcuni decenni, aveva promosso – con l’immancabile aiuto anzitutto dei suoi concittadini – scuole primarie, poi il college e, da ultimo, persino una facoltà di Medicina in favore dei dalit i senza casta: i più poveri dei poveri, nel Paese più popoloso del mondo.
Questo frammento autobiografico mi è tornato alla mente leggendo la notizia della geniale proposta del cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino: candidare a Patrimonio dell’Unesco l’area della sua città in cui sono presenti alcuni monumenti-simbolo, luoghi storici della solidarietà quali Palazzo Barolo, la Consolata, l’Istituto Valdocco, il Cottolengo e il Sermig. Dici Torino e non puoi non pensare a don Bosco, anche perché oggi ricorre la sua festa. Ebbene: 13 anni prima della sua morte, avvenuta il 31 gennaio 1888, i primi 10 missionari salesiani erano già partiti da Torino alla volta dell’Argentina, dove si sarebbero poi spesi per l’educazione dei ragazzi e dei giovani (fra gli alunni, il futuro papa Bergoglio).
C’è un’Italia di cui spesso ci dimentichiamo e che, invece, andrebbe ricordata. Parlo dell’Italia fatta da missionarie, missionari, volontari, cooperanti... Non partono certo per le periferie del mondo per affermare una “superiorità” dell’Occidente, anzi: tendono talmente a identificarsi con i popoli con i quali vivono da assumerne i modi di dire, persino – parlo per esperienza – la gestualità. Al netto di errori e debolezze, è un fatto che la loro presenza lascia il mondo un po’ migliore di come l’hanno trovato. Questa Italia non va esaltata oltre misura, ma nemmeno si dovrebbe fingere che non esista (per dire: Federico Rampini nel suo volume Grazie, Occidente!, evita di menzionare questa particolare categoria di “occidentali” di cui sopra).
Al di là della pizza e della pasta, dunque, c’è un’eccellenza del made in Italy che riguarda la solidarietà e, in molti casi, affonda le sue radici nella fede cattolica. Per certi aspetti, è anche una forma di soft power: se è vero che nei giochi diplomatici mondiali contiamo poco, è altrettanto vero che se dici “Italia” in tanti angoli sperduti del mondo, il nostro Paese non è associato a “mafia & spaghetti” (ricordate la famigerata copertina del tedesco Der Spiegel?), bensì a generosità e altruismo. Ieri protagonisti di queste avventure di carità erano soprattutto gli istituti religiosi e missionari, oggi sono laici, associazioni e movimenti: i focolarini che praticano il dialogo interreligioso in Pakistan, i membri di “Operazione Colomba” attivi in zone calde del pianeta, la Comunità di Sant’Egidio che semina pace in molte aree dell’Africa, quelli di Avsi nel Libano infuocato di oggi… Il guaio è che questo esercito disarmato e disarmante si va assottigliando. Come Italia, abbiamo la responsabilità di tenere viva tale storia, non solo di batterci per primeggiare nella moda o nel tennis. Non parlo di un privilegio: è un dono ricevuto. Un talento che, come tale, non va esibito o rivendicato, bensì speso a servizio di tutti.

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