La vita dei nostri bambini, un mistero gioioso

Una meditazione di don Maurizio Patriciello per l’inserto speciale di Avvenire dedicato alla Giornata nazionale per la Vita di domenica 1° febbraio, che la Chiesa italiana dedica al tema “Prima i bambini!”
January 31, 2026
La vita dei nostri bambini, un mistero gioioso
Don Maurizio Patriciello con un suo piccolo parrocchiano a Caivano
Domenica 1° febbraio Avvenire esce con un inserto speciale di 24 pagine a colori (a soli 30 centesimi in più del prezzo di copertina) dedicato alla 48esima Giornata nazionale per la Vita indetta dalla Chiesa italiana e che quest’anno ha per tema “Prima i bambini!” (qui il Messaggio della Cei). Tra gli articoli dello speciale, a cura di alcune delle più note firme di Avvenire, anche quello di don Maurizio Patriciello.
La legge del più forte ci ripugna. A pelle avvertiamo che non può essere giustificata da niente e da nessuno. La forza esibita ci appare – ed è – una forma di prepotenza alla quale gli altri dovranno sottostare. Non siamo all’anno zero, tanti cambiamenti sono avvenuti nei secoli per convincere gli uomini a non approfittare della debolezza altrui, ma a farsene carico. Il cristianesimo ha fatto all’umanità un dono immenso: il concetto di persona. Siamo persone, non sudditi. Persone, non individui. La dignità dell’ultimo dei braccianti agricoli o dei minatori vale quanto quella del re. Così come quella del bambino che non ha, non può avere, ancora le capacità di essere indipendente.
Il Vangelo a riguardo – e bene hanno fatto i nostri vescovi a ricordarlo –, pur essendo scritto in un tempo e in un luogo in cui i bambini non erano per niente tenuti in considerazione, li ha messi al centro della predicazione di Gesù. Non solo, ma l’unica volta in cui il Maestro appare terribilmente severo è quando ci mette in guardia dalla possibilità di scandalizzare i bambini. Scandalizzarli: farli, cioè, inciampare e quindi cadere, procurando loro delle ferite che ritarderanno, o addirittura impediranno, la serena corsa della vita. La cosa strana è che gli stessi adulti di oggi sono stati bambini ieri e saranno i vecchi di domani. E ricordano bene il senso di frustrazione provato quando le loro esigenze venivano disattese o calpestate. In modo oscuro percepivano di avere dei diritti pur non sapendoli argomentare e farli valere. In fondo è sempre su di loro che, come una valanga, si abbattono errori ed egoismi di chi ha più potere e più denaro. Siamo tutti d’accordo che i bambini sono i più fragili e bisognosi di attenzioni.
Eppure, nonostante questa convinzione, uno sguardo nel mondo dei bambini ci lascia interdetti. Quanta sofferenza sono costretti a subire. Bambini che non hanno il necessario per nutrirsi, vestirsi, curarsi. Bambini nati in Paesi in guerra. Terrorizzati dalle bombe che si abbattono sulle loro case, sui loro genitori, su di essi, ferendoli, mutilandoli, uccidendoli. Minori che non capiranno mai il motivo per cui chi avrebbe dovuto nutrirli e coccolarli li odia. Bambini violentati da adulti che provano per le loro gracili carni una insana attrazione. E corrono in quei Paesi dove la povertà consente di poterne fare carne da macello.
I bambini un giorno ci giudicheranno nel Regno di Dio. Una società civile si misura sulla capacità che ha di custodire la vita fin dal primo apparire. Ogni anno, nel mondo, più di quaranta milioni di esseri umani vengono gettati nella fogna strappandoli con forza dal loro tabernacolo. Una cosa assurda. Nulla togliendo ai diritti di ogni donna ad autodeterminarsi, nessuno che abbia un minimo di ragione e di cuore può chiudere gli occhi su questa piaga che offende l’umanità e incide pesantemente sulla psicologia dei minori.
La settimana scorsa è nata Giulia. Irene, già mamma di due figli, ogni domenica era presente a Messa. Alla Comunione veniva accompagnata da Martina, la più piccola, la quale alzava davanti a me l’indice e il medio per dirmi di dovere dare alla mamma due ostie: una per la sorellina nel pancione. L’ho sempre fatto. Ha seguito passo passo l’andamento della gravidanza. Con la manina accarezzava il grembo che andava crescendo. Aveva imparato a contare i giorni che la separavano dal momento in cui avrebbe potuto abbracciarla. Una domenica è venuta accompagnata dalla zia con una grande scatola di confetti. Giulia era nata e lei era felice. Perché Giulia è figlia di Irene e di Gaetano, ma è anche la sorellina di Martina. E guai a chi gliela tocca. La domanda è una sola: io sono solamente mio o anche tuo? Se la risposta è: sì, io sono solamente mio e faccio quello che voglio, si apriranno degli abissi inimmaginabili. Gli egoismi – contro i quali non smetteremo mai di lottare per poterli, non dico distruggerli, ma almeno ridimensionarli – gli egoismi, dicevo, prenderanno il sopravvento. E sarà la più totale delle solitudini. Ognuno chiuso nel proprio guscio. Monadi che non comunicano. Isole dalle quali nessuno può scappare e nessuno può approdare.
Siamo diversi. Per età, per censo, intelligenza, cultura, sensibilità, capacità. Chi dalla vita ha ricevuto di più ha il dovere di dare di più. Non conviene creare i ghetti. Non conviene lasciare indietro nessuno. Nessuno può sapere quello che gli accadrà domani. La nostra vita non dipende solamente da noi ma da mille cose impossibili da prevedere.
È ancora aperta la ferita della tragedia di Capodanno avvenuta in Svizzera. Giovani di ogni parte del mondo si erano ritrovati in un locale per festeggiare l’anno nuovo. Senza sapere che di quest’anno del Signore 2026, essi avrebbero vissuto meno di due ore. Quel locale si è trasformato in un inferno. Il terrore li ha assaliti. Il panico si è impossessato di loro. Tanti sono morti, altri sono rimasti gravemente ustionati, altri ancora si sono salvati. In quel momento, niente aveva più valore: gli abiti firmati, il divertimento, lo spumante. Agognavano solo l’aria aperta, il freddo della notte, l’abbraccio dei genitori.
Davanti alla vita tutto diventa piccolo. Non conviene gettarla via quando il bambino che sta per nascere ha un difetto fisico o una malattia rara. Un attimo di vita è vita. Una persona con disabilità ha lo stesso diritto di vivere di chi è nato sano. Non di rado accade che proprio quel che credevamo essere un limite apre le porte ad altri carismi. Abbiamo bisogno urgente dei bambini con la loro ingenuità e dei vecchi con la loro sapienza. Abbiamo bisogno di scienziati e contadini, di pizzaioli e camerieri, di cuochi e giornalisti. Di cantanti e di registi, di pescatori e giardinieri. Abbiamo bisogno dei poveri. Non a caso Gesù ci disse che li avremo sempre con noi, i poveri. No, non è una frase fatta. Non sto barando a fare il moralista. Abbiamo bisogno dei poveri perché, meglio di chiunque, sanno conservare i semi dai quali scaturisce la pianta della meraviglia, la foresta dello stupore. Il migliore ingrediente per un buon pranzo è la fame. Senza di essa nemmeno il migliore manicaretto sarà apprezzato. Se devi offrire una cena e vuoi essere felice invita gli affamati. Valli a cercare. Non smetteranno di ringraziarti. E tu sentirai la gioia sgorgarti dal cuore.
Un giorno trovai sulla mia scrivania in sagrestia un invito per una festa di laurea. Stefania – la chiamerò così – aveva coronato il sogno della sua vita: dottoressa in Medicina. Lessi e rilessi il cognome ma non riuscivo a ricordare. Finalmente compresi. E la mente ritornò a quella sera di tanti anni prima. La gravidanza era arrivata inaspettata. Suo padre non la voleva e ricattava la compagna: se nasce, me ne vado. Lei, Nicoletta, era innamorata folle di quell’uomo. Non voleva perderlo. Era tutto pronto. Il giorno dopo Stefania sarebbe stata sacrificata. Rimanemmo a parlare tutta la notte. La mamma di Nicoletta la implorava di avere fiducia. Al neonato ci avrebbe pensato lei. Nicoletta sembrò convincersi. Andammo a letto. La mattina dopo, però, scomparve. Il telefonino spento. Nessuna notizia. Arrivò in clinica dove era già tutto predisposto. Sola. Che accadde, poi? Scappò via. Fece ritorno a casa. Stefania nacque. Nicoletta non si è mai – e dico mai nel modo più assoluto – pentita di averla messa al mondo. Lui, l’uomo che non la voleva, scomparve. Si fece vivo qualche anno dopo. Oggi la dottoressa Stefania Rossi è la gioia e l’orgoglio di tutti, compreso il suo papà. «Padre Maurizio – mi ha detto un giorno, sorridendo – non so perché, ma ogni volta che partecipo alla Messa sento di dover venire ad abbracciarla. E ringraziarla per le belle parole che ci dice». Stefania cara, quanto mi sei cara! La vita è un dono grande, unico, irripetibile. Un mistero immenso. Amala. Servila. Custodiscila.
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