Fermezza e cura per arginare la violenza giovanile

Né solo repressione né buonismo, servono adulti capaci di relazione, ascolto e autorevolezza per ricostruire un patto educativo
January 31, 2026
Fermezza e cura per arginare la violenza giovanile
Ogni qualvolta leggiamo le cronache di violenze e aggressioni che coinvolgono giovani si riapre nel paese un dibattito stancante e ripetitivo. Da una parte coloro che cavalcano l’onda emotiva con proposte securitarie ostentate e ad effetto per guadagnare qualche percentuale di consenso in più. Dall’altro, coloro che chiudono gli occhi alla realtà del disagio sociale e alle troppe vulnerabilità che sempre più franano in cattiverie scellerate, senza farsene carico, condannando tutto ciò che ha che fare con la sicurezza. Separate sono risposte parziali e strumentali. Al contrario servono entrambe, più controllo sociale e fermezza e, al contempo, ascolto e accoglienza: sto vicino a te, non ti mollo, ti voglio bene, mi stai a cuore…
Una contrapposizione inutile, indotta da una cultura social che semplifica, banalizza la vita quotidiana e induce a ritenere che l’affermazione di sé si risolva nel contrasto al prossimo e nel conflitto arrabbiato e permanente. La gestione dei conflitti, le diversità, la complessità sono invece la base per una sana convivenza e per una democrazia che può vivere solo nel riconoscere l’altro e nella condivisione dei beni comuni. La vera sfida non è in capo agli adolescenti ma in una rinnovata presenza di adulti capaci di stare nella relazione e nell’intrapresa di un cammino che sappiamo faticoso e sfidante: ne sono consapevoli i genitori di figli adolescenti, lo sanno gli educatori impegnati nelle periferie delle città e gli insegnanti delle scuole secondarie. Stare nella relazione è nuotare controcorrente, è andare di bolina: richiede capacità di ascolto, di resistenza e perseveranza nel mantenere vive relazioni affettuose e reciproche con l’autorevolezza ( che è altro dall’autoritarismo) di chi si fa testimone umile dei valori che vive e intende proporre.
Adulti-in-relazione per un’educazione agli affetti contro la cultura del “Io e del Mio” che avvelena la vita quotidiana con la pretesa di controllare e possedere l’altro pur di nascondere le proprie fragilità. In relazione, per una educazione alla solidarietà che costruisce legami di amicizia e insegna a “saper litigare” invece che scegliere la via dell’aggressività: litigare è anche confronto, è saper vedere e ascoltare il punto di vista dell’altro. E allora che fare? Si parla da tempo di animare sui territori comunità educanti, di patti per l’educazione, di tavoli comuni di riflessione per promuovere una cultura dell’ascolto. Spazi nei quali gli adulti riconquistano la vocazione educativa, spazi in cui i ragazzi sono aiutati a (ri)costruire la propria biografia, a dare parole a quello che hanno in testa, ai conflitti che vivono, alle rabbie, ai sentimenti. Perché non recuperiamo lo spirito che animò la legge 285/97, nota anche come “Legge Turco”, nata per sostenere la qualità della vita dei minori, promuovere i loro diritti e la loro partecipazione sociale?
Come allora, oggi occorre un progetto collettivo che assuma l’educazione delle giovani generazioni punto strategico per una agenda di speranza del paese, un nuovo patto educativo intergenerazionale che rifugga da visioni semplicistiche – “sono stati troppo coccolati” “troppo protetti”, “sono mancati limiti e regole” – e scelga la complessità stupefacente insita nei cammini di crescita dei bambini e delle bambine. Come adulti, a livello personale e in famiglia, dobbiamo essere più consapevoli e responsabili e porci le domande giuste: com’è il tempo che dedichiamo ai figli? Quali modelli di identificazione stiamo proponendo? Non siamo chiusi nel bozzolo del sé, dell’affermazione autocratica dei nostri pensieri? Non stiamo scansando le domande più complicate e disturbanti a cui talvolta neppure sappiamo dare risposta? Come superare la frattura tra il bisogno di sicurezza di noi adulti (si dice spesso… mettere in sicurezza il futuro dei figli) con il desiderio di autonomia dei giovani? Come trasformare il dolore e il silenzio del giorno dopo in un impegno di cura, di speranza viva nel futuro dei ragazzi, di figli e nipoti?

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