Ricostruire il rispetto delle regole e promuovere il patto educativo
Senza rappresentino la legge, il tempo, il limite e la responsabilità, il giovane resta esposto a un presente assoluto, dominato dall’urgenza emotiva di un fare non pensato

Risse tra adolescenti, aggressioni filmate con lo smartphone, accoltellamenti senza motivi giustificabili, esplosioni di rabbia improvvisa. La violenza giovanile è tornata con forza nel dibattito pubblico e ci richiama a comprendere perché tanti giovani sembrino incapaci di contenere questa aggressività così esplosiva. In anni nei quali la funzione di Istituzioni, scuola e genitori è stata costantemente soffocata dall’accusa di autoritarismo, l’autorevolezza delle figure adulte di riferimento si è via via diradata tanto da lasciare le nuove generazioni senza limiti, regole, direzioni. Per anni, la sinistra ha ignorato i problemi emergenti correlati a minori e giovani. Penso, ad esempio, alla normalizzazione dell’uso di droghe e alle nuove forme di dipendenze patologiche, teorizzando un’idea di libertà senza limiti ovvero «liberi di fare ciò che si vuole, senza responsabilità e prescindendo dai danni compiuti a partire da se stessi». Ancora oggi, quando si parla di violenza, si dice “è colpa del patriarcato”. Il nostro tempo, però, vive una profonda crisi della funzione paterna simbolica, intesa non come il padre autoritario del passato, bensì come necessità imprescindibile di avere un padre capace di mediare tra impulso e legge, tra desiderio individuale e convivenza sociale.
Nel vuoto lasciato dalla scomparsa del padre simbolico, l’aggressività non viene trasformata in competizione, per una reale e profonda crescita interiore, attraverso la parola, il confronto e le progettualità. Rimane grezza, immediata, e si scarica sul corpo dell’altro, anche a proprio danno. La rissa diventa linguaggio, il coltello uccide la parola e impone la sopraffazione. Il gruppo violento, con le sue regole, supplisce ad un’autorità sana che viene percepita assente. Tutto ciò, nei giovani, si esprime con la dittatura di un Io acerbo, dominato dagli istinti con cui prova a scappare dalle paure e dalle insicurezze della vita. È una violenza senza valori e senza futuro: esplode per un insulto, in uno sguardo ritenuto di troppo o un like mancato. La violenza diventa un modo per sentire di esserci, per sancire la valicabilità di un limite posto da un’istituzione percepita come non autorevole. I social network amplificano questo fenomeno; non lo creano. La spettacolarizzazione della violenza, la ricerca di visibilità, l’esibizione dell’atto aggressivo sono tentativi mal proposti di riuscire ad “esistere” agli occhi dell’altro. In assenza di un riconoscimento adulto credibile, il gruppo e la rete diventano tribunali emotivi pronti a premiare l’eccesso.
In una cultura che fa fatica a dire “no” a fin di bene, come effetto di decenni di pensiero unico permissivista, in cui si è osannata l’idea di una libertà scevra dal rispetto per se stessi e per gli altri, il “no” è uno strumento educativo essenziale: senza limiti non c’è libertà ma solo smarrimento. Senza Istituzioni che rappresentino la legge, il tempo, il limite e la responsabilità, il giovane resta esposto a un presente assoluto, dominato dall’urgenza emotiva di un fare non pensato e dalla pressione di un allucinatorio successo immediato. Accanto alla crisi della funzione paterna simbolica, il nostro tempo fatica a riconoscere anche la funzione materna simbolica nello spazio pubblico: non “sì” incondizionati, ma capacità di cura, contenimento e conforto. È per questo che, sono convinta, le politiche debbano tenere insieme la necessità del rispetto delle norme e la promozione di un patto educativo tra famiglia e istituzioni. In questa direzione, ad esempio, sono state concepire le disposizioni del DL Caivano - in cui si inseriscono sanzioni penali per i genitori che non mandano i figli a scuola o l’ammonimento del questore dai 12 ai 14 anni per reati gravi – e le azioni del governo volte all’introduzione delle équipe multidisciplinari nei servizi sociali, con uno stanziamento 545 milioni di euro, oltre alla creazione di centri di aggregazione giovanile, con più di 300 milioni di euro. Sono preziose esperienze in cui il “no” educativo può essere accompagnato dall’ascolto e dalla presa in carico. Senza una sana cura dell’altro, il limite diventa punizione ed implica una frustrazione che, inevitabilmente, si trasformerà in inadeguatezza e abbandono. A mio avviso, perciò, solo un punto di equilibrio dinamico tra le due istanze, norme e amore, può rendere le istituzioni davvero educanti e le persone libere.
Maria Teresa Bellucci è Viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali
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