Claire Tabouret: «Ecco le mie vetrate
per Notre-Dame»

L’artista espone a Parigi i modelli in scala reale delle sei vetrate dedicate alla Pentecoste: «È un mistero di armonia, una speranza folle e bellissima»
January 30, 2026
Claire Tabouret: «Ecco le mie vetrate
per Notre-Dame»
Clarie Taoburet al lavoro sui cartoni per le nuove vetrate di Notre-Dame, a Parigi / Nathan Thelen
Nel dicembre 2024, Claire Tabouret, in collaborazione con l’Atelier Simon-Marq, è stata nominata vincitrice del concorso per le nuove vetrate delle cappelle della navata sud di Notre-Dame che, nel completo riassetto che ha coinvolto la cattedrale parigina, sono dedicate alla Pentecoste. Il programma chiedeva di interpretare sei versetti dagli Atti degli Apostoli e la memoria di sei santi cari alla Chiesa di Parigi tanto storici, come Dionigi e Clotilde, quanto moderni, come Vincenzo de’ Paoli e Paolo Chen. In Francia il cantiere di Notre-Dame è stato al centro di grosse polemiche per ogni tentativo di portare il linguaggio contemporaneo nell’edificio. La sola idea di nuove vetrate, destinate a sostituire quelle ottocentesche a grisaille di Viollet-le-Duc, ha suscitato feroci prese di posizione. L’artista, tra le protagoniste della pittura internazionale, presenta ora al Grand Palais nella mostra “D’un seul souffle” i modelli a grandezza naturale, realizzati con la tecnica del monotipo, insieme a schizzi e altri lavori preparatori. Sono opere in cui Tabouret non diluisce il proprio linguaggio ma, anche in dialogo con la storia, trova una misura cromatica nuova e aperta. Raccogliendo attorno a sé molti consensi.
Claire Tabouret, il restauro di Notre-Dame ha riaperto una Querelle des anciens et des modernes ed è stato vissuto come un momento fortemente divisivo dalla società francese. È qualcosa che ha tenuto presente in questi lavori?
«Sì. Mi sono presa del tempo prima di candidarmi al concorso proprio a causa di questa situazione. Ma più mi informavo, più mi convincevo di voler vedere questo progetto prendere forma. Che fossi io o un altro artista, desideravo che accadesse, perché mi sembrava un’idea bella, coraggiosa, necessaria, anche per mantenere questo edificio in movimento».
Ha cercato all’interno della pittura soluzioni che potessero aprire uno spazio di riconciliazione?
«Lo spero. L’idea complessiva è quella dell’armonia. È il tema della Pentecoste, rappresentato nelle vetrate, ma anche l’armonia all’interno della cattedrale con ciò che la circonda, con ciò che c’era prima, con ciò che vivrà accanto a essa. In ogni composizione ci sono citazioni dell’ornamentazione di Viollet-le-Duc. E c’è una ripetizione, una relazione che, pur trattandosi di una reinterpretazione, crea una transizione armoniosa con la Notre-Dame che stiamo vivendo oggi».
Viviamo in una società post-cristiana, secolarizzata, multietnica. La cattedrale può ancora essere un luogo in cui si identifica una comunità che si vuole dire nazionale? E come può farlo senza tradire o cancellare la propria natura religiosa?
«Penso che il tema delle vetrate sia stato scelto con grande intelligenza. E non dal presidente o dal governo, ma da chi vive davvero Notre-Dame: l’arcivescovo e i membri della diocesi, che conoscono ogni centimetro, ogni pietra, ogni luce, e il testo sacro meglio di chiunque altro. Sono consapevoli che Notre-Dame accoglie all’anno circa 14 milioni di visitatori, estremamente diversi tra loro. Molti cattolici, certo, ma non solo. E poi esistono tanti modi di essere cattolici e di avvicinarsi alla religione, a seconda della provenienza, della lingua, della cultura. Per questo ha avuto senso, innanzitutto, scegliere la Pentecoste, ma anche optare per un lavoro figurativo, nella speranza di raccontare una storia che possa essere compresa da tutti. Era parte delle richieste del concorso: realizzare un’opera che fosse comprensibile senza spiegazioni. Attenersi quindi a una narrazione: si racconta una storia, attraverso sei momenti chiave, e come visitatori ci si muove dentro questo racconto, lo si attraversa, lo si vive».
I modelli delle vetrate per Notre-Dame di Claire Tabouret, in mostra a Parigi al Grand Palais
Simon Lerat / GrandPalaisRmn
Nell’arte contemporanea, più orientata verso una densità poetica o concettuale, c’è una difficoltà nel raccontare storie.
«Anche per questo che considero coraggiosa la scelta da parte di Notre-Dame: sarebbe stato più facile percorrere strade astratte. Ma qui si abbraccia una tradizione davvero interessante. Nel mio lavoro è sempre presente una dimensione narrativa, spesso autobiografica. Questa esperienza mi ha costretta a uno spostamento, a di fare un passo di lato rispetto a me stessa e di mettermi il più possibile al servizio di questo testo e di questo evento storico. È stata un’esperienza che mi ha dato molta gioia».
Da dove nascono il colore e la luce di queste opere?
«I dipinti non sono ancora le vetrate. Le tinte sono molto accese perché bisogna immaginare cosa accadrà quando saranno attraversate dalla luce. Con colori troppo pallidi, pastello, semplicemente svanirebbero, perché siamo sul lato sud, dove la luce è piuttosto intensa. Volevo inoltre restare vicina ai colori di Viollet-le-Duc; quindi, ho attinto ai colori presenti tutt’intorno nella cattedrale e immaginandoli nel momento in cui la luce li attraverserà».
E come si traduce la tecnica del monotipo in quella della vetrata?
«C’è in effetti un vero lavoro di traduzione, che sta avvenendo ora. Ho consegnato i dipinti ai maestri vetrai dell’Atelier Simon-Marq, che realizzano i cartons. C’è quindi ancora un passaggio intermedio tra il dipinto e la vetrata vera e propria. Nel monotipo uso mascherine che creano bordi molto netti, in perfetta relazione al taglio del vetro. Ma all’interno del monotipo ci sono anche tutti i movimenti delle pennellate, che possono rimandare alla texture del vetro soffiato a bocca e a tutte quelle apparenti imperfezioni che, in realtà, sono qualità uniche».
Il suo lavoro al Padiglione della Santa Sede nel carcere della Giudecca, per la Biennale del 2024, era particolarmente toccante. Vede un legame tra le due esperienze?
«Sì, credo di sì. È stata la prima volta nella mia vita in cui ho sentito di mettere le mie conoscenze, il mio mestiere al servizio di una storia che non era la mia, con il desiderio anche di portare gioia, di portare amore, direi da un luogo di amore».
Notre-Dame, nonostante la massa di turisti, è un grande luogo di preghiera. Ha tenuto conto del rapporto tra devozione e immagine nel progetto?
«Credo sia per questo che ho introdotto due paesaggi all’interno dei sei momenti. Sentivo che c’era una questione legata alla presenza che questa nuova serie di vetrate doveva avere. Una presenza sufficiente, ma non eccessiva, per lasciare spazio al cammino spirituale, alla devozione del visitatore. Per me il paesaggio è diventato una sorta di respiro all’interno di questo percorso, un modo per creare momenti in cui potersi riconnettere alla propria esperienza dopo le figure umane, più intense nella loro presenza. In questo senso ho pensato più ad accompagnare che imporre qualcosa».
Credo che l’elemento ne più interessante della nuova Notre-Dame sia il ripensamento del percorso interno, che modifica la scansione tematica tradizionale portandolo dentro la contemporaneità. Il suo lavoro ha un ruolo chiave.
«Sì, è l’ultima cosa che si vede prima di uscire. Per questo nell’ultima vetrata alcune figure incrociano lo sguardo del visitatore. Le altre guardano verso l’alto oppure sono rivolte al proprio interno; qui invece guardano indietro, verso di te, come per consegnare un messaggio: ora esci nel mondo e diffondi pace e rispetto».
I modelli delle vetrate per Notre-Dame di Claire Tabouret, in mostra a Parigi al Grand Palais
Simon Lerat / GrandPalaisRmn
La Pentecoste parla di lingue e di attraversamento delle differenze. Pensa che queste immagini portino con sé anche una dimensione politica?
«Sì, ed è proprio per questo che ha senso. È anche per questo che mi sono candidata: ho pensato che, nel mondo in cui viviamo, fosse un soggetto meraviglioso da dipingere. Un sogno, una speranza folle e bellissima da tenere insieme».
Cosa insegna questa esperienza sul rapporto tra l’arte contemporanea, gli artisti e la Chiesa?
«La storia della Chiesa è intrecciata alla storia dell’arte. Sarebbe folle interrompere questo dialogo, che arricchisce entrambi in senso spirituale. Ed è piuttosto sorprendente oggi – lo dicevo quasi scherzando parlando con uno dei sacerdoti di Notre-Dame – che siano proprio loro a difendere gli artisti contemporanei di fronte a una frangia più tradizionale della popolazione. Sì, credo davvero che questo dialogo vada mantenuto vivo, e in movimento».
Va in mostra ad ascoltare quello che la gente dice del suo lavoro?
«No, perché sarebbe troppo intenso. Ci sono quasi 4mila visitatori al giorno, tantissime persone e molte discussioni. Tutto questo però restituisce davvero l’idea che l’opera appartenga al pubblico. Io devo proteggermi un po’, ma sono molto felice che questo stia accadendo: era esattamente ciò che desideravo».

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