Kobane torna «Stalingrado»: ora è l'ultimo baluardo del sogno curdo del Rojava
La città simbolo della resistenza all'Isis è ora sotto assedio di al-Sharaa. A rischio sopravvivenza l'amministrazione autonoma nel Nord Est del Paese

«Benvenuti a Stalingrado. Benvenuti a Kobane» si poteva leggere nel 2014 sui muri della città simbolo della resistenza curda all’Isis. Uno slogan subito diventato virale mentre, di mese in mese, un conflitto periferico si trasformò nella battaglia simbolica della lotta al Califfato ma anche nel mito fondativo del Rojava. La “Stalingrado curda” diede legittimità alle forze curdo siriane, le uniche in grado di fermare sul terreno gli uomini dell’Isis che, oltre un decennio fa, a Raqqa e Mosul, avevano stabilito le “capitali” del governo sotto la sharia arrivando a controllare circa il 30% della Siria e il 20% dell’Iraq.
Grazie al sostegno strategico e militare dell’Occidente, Usa in testa, la battaglia di Kobane segnò dunque il punto d’arresto dell’espansione jihadista nell’Est della Siria, ma fu anche rivelazione al mondo dell’esperienza politica del Rojava iniziata nel 2012. Favorita dal vuoto di potere di Damasco incapace di controllare l’Est del Paese, la vittoria curda segnò di fatto l’instaurazione nei cantoni orientali del Paese dell’autogoverno dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria settentrionale e orientale inclusiva anche di comunità arabe. Una autonomia di fatto pragmaticamente accettata dal regine di Assad con accordi sotto banco. Il sogno di un Rojava (L’”Occidente” del grande Kurdistan”) autonomo, divenuto come d’incanto realtà con consigli e comuni locali governati con la co-presidenza uomo e donna: il «confederalismo democratico», la «centralità delle donne» e l'«enfasi sull'ecologia secondo quanto teorizzato da Abdullah Öcalan», il leader del Pkk in carcere in Turchia, «sono le tre chiavi di lettura per capire il messaggio rivoluzionario del Rojava» spiega Giuseppe Acconcia, docente di Stato e società nel Mediterraneo all’Università statale di Milano. Tutto questo in un contesto «segnato dal patriarcato, dall'islamismo più o meno radicale dello Stato islamico (Isis) prima e di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) poi, e dalla militarizzazione dei confini, voluta dall'esercito turco».
Per questo l’accordo di venerdì scorso tra le Forze democratiche curde guidate da Mazloum Abdi e il governo di Damasco di Ahmad al-Sharaa – definito dall’inviato speciale Usa Tom Barrack una «storica pietra miliare verso la riconciliazione nazionale e l’unità» della Siria – sembra piuttosto una resa obbligata. Raggiunta dopo tre settimane di battaglie e riconquiste di territorio del nuovo governo di Damasco – seconde solo alla “cavalcata” dell’Hts su Damasco del dicembre 2024 che portò alla fuga di Assad – l’intesa sancisce una ritirata delle forze curde nelle ultime municipalità in grado di resistere militarmente nonostante il 18 gennaio il presidente al-Sharaa abbia già annunciato il riconoscimento di lingua e diritti civili per i curdi siriani. Intanto per l’Onu sono 134mila i civili in fuga nelle ultime aree controllate dalle Fds curde.
Una soluzione della “questione curda”, dopo il fallimento dei dialoghi del marzo 2025, troppo rapida per non suscitare sospetti. L’arrivo al potere di Ahmad al-Sharaa, l’ex jihadista di Idlib divenuto l’uomo perno della coalizione anti Isis (di cui non fa formalmente parte) dopo l’endorsement di Trump a fine novembre alla Casa Bianca, è un chiaro cambio di rotta nel quadrante mediorientale che ora ha travolto l’amministrazione autonoma dei curdi siriani, ma anche l’ennesimo tradimento dell’Occidente verso le speranze dei curdi del riconoscimento ufficiale della loro autonomia e del loro progetto di nazione dopo aver sconfitto il Daesh.
A Kobane sotto assedio questa volta dei governativi, secondo i media curdo-siriani, questa settimana cinque civili di una stessa famiglia sono stati uccisi dai bombardamenti degli uomini di Sharaa. Brandelli di una cronaca oscurata. Operazioni militari – evacuati i curdi da Aleppo dopo una settimana di guerriglia urbana a inizio gennaio – sono in corso pure a Qamishli.
Siamo all’ultima ritirata dopo che il 18 gennaio i curdi avevano rifiutato l’accordo che non riconosceva nessuna autonomia delle milizie curde nell’esercito siriano. Il “patto” annunciato venerdì, permette questa volta ai militari siriani di entrare nelle città curde di Hassaké e Qamishli mentre sarà creata una nuova divisione militare composta da tre brigate solo di uomini di Fds. Una quarta brigata curda sarà in servizio nella città curda di Kobane, ma dovrà rispondere al comando siriano nella vicina Aleppo. Troppo poco e sopratutto tutto troppo veloce per una reale integrazione. E promesse (riconoscimento della lingua e dei diritti civili), in un Paese che sta cercando a fatica di scrivere una nuova Costituzione, scritte sulla sabbia e a beneficio dei media.
Kobane dovrebbe rimanere una municipalità con un governo autonomo, ma relegando a testimonianza un esperimento politico unico e Medio Oriente. Una «minaccia esistenziale» l’attacco già compiuto alle città a maggioranza araba controllate dai curdi che «dimostra l'incompatibilità tra l'islamismo di al-Sharaa e la rivoluzione curda, così come è sempre avvenuto tra il partito Giustizia e Sviluppo (Akp) di Recep Tayyip Erdoðan e la sinistra filo-curda in Turchia». Un gennaio di “riconquista” rivelatore pure delle mire turche sul dopo Assad: «Liberarsi dell'esperimento del Rojava in nome del centralismo siriano che va contro le rivendicazioni in senso federale delle minoranze» continua Giuseppe Acconcia.
«Se l'esercito di Damasco e le milizie filo-turche continueranno invece a mantenere sotto assedio Kobane», già senza acqua ed elettricità, e verranno attaccati i cantoni di Jazira e Hassaké, «è dietro l'angolo il rischio dell'ennesima violazione dei diritti umani, come è già avvenuto per alauiti e drusi, e della pulizia etnica del popolo curdo» come ai tempi di Saddam Hussein. E si teme che la nuova Siria di al-Sharaa «dia libertà di movimento ai jihadisti di Isis, fin qui detenuti nei campi del Rojava, incluso l'ultimo nelle mani di Sdf al-Roj» conclude Acconcia. Una condanna per la minoranza alauita, per i drusi e per i cristiani di Siria.
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