Perché la guerra dei dazi alla fine potrebbe favorire l'Africa

Possono crearsi nuove filiere e catene d'approvvigionamento per il continente, afflitto però da gap storici di povertà e competitività. Secondo il Fmi nel 2026 la crescita sarà del 6% ma non mancano le criticità sul fronte debito, investimenti e produttività
January 31, 2026
Perché la guerra dei dazi alla fine potrebbe favorire l'Africa
Operaie al lavoro in una fabbrica di jeans Levi's per il mercato americano a Maseru, nel Lesotho/ Ansa
C’è una domanda che attraversa sempre più spesso il dibattito economico internazionale: il ritorno del protezionismo può paradossalmente favorire l’Africa? La risposta non è lineare. Da un lato, l’inasprimento delle barriere commerciali, in particolare quelle introdotte dagli Stati Uniti di Donald Trump, ha reso più difficile l’accesso delle merci africane al mercato americano, innalzando i costi e riducendo i margini di competitività. Dall’altro, la frammentazione dell’economia globale sta spingendo imprese e investitori a rivedere le catene di approvvigionamento, aprendo spazi che, almeno in teoria, potrebbero essere intercettati dal continente africano. È in questa ambivalenza che si inserisce l’analisi di Foresight Africa, il rapporto appena diffuso da Brooking Institutions che prova a leggere il 2026 come un anno di snodo. L’Africa, osserva il dossier, concentra una quota crescente del futuro globale, ma resta intrappolata in una dinamica di crescita inferiore alle sue potenzialità. E questo nonostante una previsione del Fmi stimi che nel 2026 l’Africa sarà il continente con il maggior numero di economie ad alta crescita, capaci di espandersi ad almeno il 6%. Nel continente la popolazione ha superato il miliardo e mezzo di persone e nei prossimi 25 anni l’aumento sarà superiore a quello del resto del mondo messo insieme. Un dato che rende l’Africa centrale per l’economia globale, ma anche esposta a forti tensioni in assenza di investimenti, occupazione e produttività.

Tra demografia e debito

Secondo Foresight Africa, entro il prossimo decennio quasi un quinto dei 1,2 miliardi di giovani che entreranno nel mercato del lavoro nei Paesi in via di sviluppo vivrà in Africa. È qui che si gioca il dividendo demografico. Ma il rapporto avverte che la creazione di posti di lavoro formali procede a un ritmo troppo lento. Senza un’accelerazione dell’industrializzazione e dei servizi a valore aggiunto, la crescita rischia di restare demografica più che economica. Il protezionismo globale non sta riportando la produzione nei Paesi d’origine, ma sta accorciando e ridistribuendo le catene del valore. L’aumento dei dazi e delle restrizioni commerciali spinge molte imprese a diversificare fornitori e basi produttive. Per alcuni Paesi africani questo può tradursi in un’opportunità di inserirsi in segmenti specifici delle catene globali, dove contano costi competitivi, prossimità ai mercati europei e accesso a risorse strategiche. Non una sostituzione dei poli asiatici, ma un ingresso mirato in fasi produttive selezionate.
Il nodo degli investimenti resta però centrale. Il rapporto indica che l’Africa registra un gap annuo di investimenti infrastrutturali compreso tra 130 e 170 miliardi di dollari, a fronte di risorse mobilitate nettamente inferiori al fabbisogno. Anche includendo il contributo del settore privato, il deficit di finanziamento resta stimato tra 68 e 108 miliardi di dollari l’anno, con effetti diretti su energia, trasporti e logistica, settori chiave per l’industrializzazione e l’integrazione regionale. Il quadro è aggravato dall’aumento del costo del debito. Dopo la pandemia e il ciclo di rialzo dei tassi nelle economie avanzate, molti Paesi africani si finanziano sui mercati internazionali a condizioni sensibilmente peggiorate. In linea con le stime di Banca mondiale, i rendimenti sui titoli sovrani africani risultano più che raddoppiati rispetto ai livelli precedenti al 2020, riducendo lo spazio fiscale per investimenti produttivi. In diversi Paesi, una quota crescente delle entrate pubbliche viene assorbita dal servizio del debito, comprimendo la spesa per infrastrutture, istruzione e sanità. Gli investimenti privati restano inoltre fortemente concentrati. La parte prevalente dei flussi continua a dirigersi verso un numero ristretto di economie, tra cui Sudafrica, Egitto, Nigeria, Marocco e Kenya, mentre molte economie più piccole o fragili rimangono ai margini. Anche sul piano settoriale la concentrazione è marcata: energia, estrazione mineraria e telecomunicazioni assorbono la quota maggiore dei capitali, mentre manifattura, agroindustria e servizi a valore aggiunto attirano investimenti più limitati. Allo stesso tempo, l’inasprimento delle barriere esterne può accrescere il valore del mercato africano. Con l’accesso ai mercati avanzati più costoso e incerto, aumenta l’incentivo a produrre e commerciare all’interno del continente. In questa prospettiva, il protezionismo globale può esercitare una pressione indiretta verso una maggiore integrazione regionale, rafforzando la centralità dell’Area di libero scambio continentale africana. Ma senza infrastrutture e regole comuni questo potenziale rischia di restare inespresso.

L’integrazione dei mercati

Attualmente il commercio intra-africano rappresenta solo il 14-15% degli scambi complessivi del continente, una quota molto inferiore a quella registrata in Asia o in Europa. La frammentazione dei mercati riduce le economie di scala, ostacola la creazione di catene del valore regionali e limita l’impatto degli investimenti sull’occupazione. Senza un rafforzamento degli scambi interni, avverte il rapporto, anche l’afflusso di capitali rischia di tradursi in crescita parziale e discontinua. È su questo sfondo che, al Forum di Davos, la ministra egiziana della Pianificazione Rania Al Mashat ha avanzato una lettura meno convenzionale del contesto globale. «Le politiche protezionistiche stanno creando reali opportunità per i Paesi africani e migliorando la loro capacità di attrarre investimenti industriali», ha affermato. Ma la ministra ha anche indicato il principale collo di bottiglia: «Il commercio intra-africano rimane a livelli bassi, che non riflettono la portata delle opportunità del continente», aggiungendo che riportare gli scambi regionali al centro dell’agenda economica è «fondamentale per lo sviluppo e la creazione di posti di lavoro». L’Egitto, in questa visione, cerca di posizionarsi come snodo regionale. Le riforme orientate agli investimenti privati e la Zona Economica del Canale di Suez vengono presentate come strumenti per promuovere scambi e investimenti congiunti tra Paesi africani. Ma la stessa Al Mashat riconosce implicitamente che l’opportunità resta fragile. Senza un rafforzamento del commercio intra-africano, anche le finestre aperte dalla riconfigurazione globale delle catene produttive rischiano di restare limitate.

Le economie di frontiera

Le fragilità strutturali richiamate da Foresight Africa emergono con maggiore nettezza nello studio diffuso nei giorni scorsi da Banca mondiale sulle economie di frontiera. L’analisi prende in esame 56 Paesi, di cui oltre un terzo in Africa subsahariana, considerati per anni il bacino della prossima crescita globale. Il bilancio è severo: nell’ultimo quinquennio la crescita degli investimenti pro capite si è ridotta a circa il 2%, meno della metà rispetto ai due decenni precedenti. Il dato pesa se confrontato con la dimensione demografica. I mercati di frontiera ospitano 1,8 miliardi di persone, quasi un quinto della popolazione mondiale, e nei prossimi venticinque anni cresceranno di circa 800 milioni di persone. Eppure attirano solo il 3,1% dei flussi globali di capitale e producono meno del 5% del PIL mondiale. Una sproporzione che segnala difficoltà profonde nel trasformare risorse e capitale umano in crescita sostenuta. Banca mondiale richiama anche il deterioramento dei conti pubblici. La spesa è aumentata più rapidamente delle entrate, facendo crescere il debito. Oggi queste economie destinano in media circa il 2,5 per cento del Pil al pagamento degli interessi, e quasi il 40% ha registrato almeno un default tra il 2000 e il 2024. Un contesto che riduce ulteriormente lo spazio per investimenti produttivi. Nel loro insieme, Foresight Africa e il rapporto di Banca mondiale delineano una stessa prospettiva. Il protezionismo globale può aprire spazi, ma non annulla gli svantaggi competitivi. Le opportunità esistono, ma restano condizionate. Senza integrazione dei mercati, investimenti consistenti e istituzioni capaci di sostenerli, l’Africa rischia di restare spettatrice di una trasformazione che la riguarda da vicino. Se il potenziale è riconosciuto, la difficoltà è trarne valore per le comunità locali.

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