Maria Antonietta e Colombre: «La felicità è un diritto»

Coppia artistica e nella vita, i due cantautori arrivano a Sanremo con un brano che colpisce per leggerezza musicale e densità di contenuti. Anche spirituali
February 1, 2026
Maria Antonietta e Colombre: «La felicità è un diritto»
Maria Antonietta e Colombre, in gara al prossimo Sanremo
Lei si chiama Maria Antonietta, «come la regina antipatica», scherza lei stessa. Lui ha scelto di chiamarsi Colombre, in omaggio al racconto di Dino Buzzati. Letizia Cesarini e Giovanni Imparato, coppia artistica e nella vita, arrivano in gara tra i Big al Festival di Sanremo 2026 da outsider, forti di un percorso lungo, indipendente e coerente, lontano dalle scorciatoie. «Sanremo ci piace pensarlo come un punto di arrivo dentro un cammino – dice Colombre –. Un palco mitologico che merita rispetto e cura, soprattutto se ci arrivi dopo tanta gavetta».
Maria Antonietta e Colombre portano all’Ariston La felicità e basta, un brano che nulla ha a che vedere con Al Bano e Romina, ma che sorprende per il contrasto tra la leggerezza musicale e la densità del contenuto. «Per noi la felicità non dovrebbe avere condizioni – spiegano –. O almeno non dovrebbero esserci. La felicità è un diritto, non una ricompensa». Nella serata dei duetti si esibiranno invece con Brunori Sas portando Il Mondo, brano di Jimmy Fontana.
Il debutto tra i big coincide con l’uscita di Luna di Miele (Bomba Dischi / Numero Uno) il primo album scritto interamente insieme, progetto che segna l’inizio ufficiale della loro avventura a quattro mani, che verrà rieditato con il brano sanremese. Un disco nato quasi per caso, da un gesto di archeologia sentimentale: «Durante un trasloco abbiamo ritrovato un vecchio hard disk – racconta Colombre –. Dentro c’erano le bozze delle prime canzoni che avevamo scritto quattordici anni fa, nella settimana in cui ci siamo conosciuti». Quelle canzoni non erano invecchiate. «Riascoltandole ci siamo riconosciuti – aggiunge Maria Antonietta –. Ci siamo accorti che, nonostante tutto, eravamo rimasti gli stessi e le abbiamo completate».
Luna di Miele racconta un amore felice senza rimuoverne le ombre. «È uno spaccato del percorso fatto insieme – dice lui –. Un piccolo dizionario dell’amore in un mondo che parla continuamente di odio». «Nelle canzoni l’amore è spesso solo sofferenza – osserva lei –. Io volevo raccontare anche la gioia, che non è meno profonda né meno vera».
La canzone di Sanremo ruota attorno a un’immagine spiazzante, quella della rapina. «È l’idea di riprenderci la felicità che ci spetta – spiega Colombre –. Viviamo in una società che ti chiede di essere sempre performante, il migliore, quello che non sbaglia mai». «La felicità diventa una merce – aggiunge Maria Antonietta –. Se non ce l’hai, è perché non te la sei meritata e quindi poi ti senti in colpa, come se avessi fallito».
Il brano è volutamente agrodolce, ironico e tragico insieme. «Ci affascinano le cose duplici – continua Colombre –. Questa canzone sembra leggera, ma in realtà è molto politica». «D’altronde – rilancia lei – cosa c’è di più politico della felicità? Essere felici è un atto di resistenza in un mondo che ti vuole infelice per renderti annichilito e impotente».
Dentro questa visione del mondo entra con forza anche la dimensione spirituale, centrale nella vita e nella scrittura di Maria Antonietta. Laureata in storia dell’arte medievale, studi di teologia, una serie su Sky Arte dedicata alla bellezza sacra (Sacra bellezza – Storie di santi e reliquie), il suo rapporto con Dio non è mai esibito ma attraversa le canzoni come una corrente sotterranea. «Il mio punto di partenza è mio padre, che dipinge icone – racconta –. Io sono cresciuta dentro quelle immagini. Ho studiato l’arte del Medioevo perché è la mia più grande passione e la teologia per capire ciò che mi affascinava».
La fede, per lei, non è ideologia. «C’è molto pregiudizio su tutto ciò che ha a che fare con Dio e con la religione, come se fosse qualcosa di polveroso. In realtà è solo bellezza». La preghiera fa parte della sua quotidianità. «Sì, prego. È una dimensione intima, luminosa».
Per questo è molto felice del boom dell’album Lux di Rosalia. «Quando ho visto un album così spirituale ho detto “finalmente” – spiega Maria Antonietta - Finche questa cosa non la fa una grande popstar, non se ne accorge nessuno».
Anche nei testi di Maria Antonietta, ritorna spesso il tema dell’invisibile, citando Dio e Gesù. «Cristina Campo diceva che l’invisibile è la forza più potente che muove il mondo. Io lo credo profondamente. Anche chi non crede in Dio vive di invisibile: l’amore per una persona, il pensiero di una madre, la gratitudine, la speranza che ti fa alzare dal letto la mattina».
Da qui nasce anche il monologo teatrale Dio non è un contabile, una rilettura personale della parabola dei lavoratori nella vigna. «È molto legato anche alla canzone di Sanremo – spiega –. Dio non fa calcoli di merito, non distribuisce premi. La felicità non funziona come una busta paga».
Colombre porta nel duo un’altra esperienza decisiva: l’insegnamento. «Nel 2016 ho fatto il professore di italiano, storia e geografia tra medie e superiori – racconta –. È stato un rito collettivo potentissimo». Un’esperienza che ha inciso sulla sua scrittura. «I ragazzi mi hanno insegnato a essere più diretto, a non nascondermi dietro l’ironia. Davanti a certe fragilità devi avere il coraggio di dire la verità».
A Sanremo arrivano insieme, dopo anni di percorsi autonomi, ispirati da Lour Reed, Bob Dylan, Patty Smith e Joni Mitchel. «È bello esserci cantando qualcosa che parla di felicità come fatto collettivo – concludono –. Andare a riprenderci ciò che ci spetta, ciascuno a modo suo, senza compromessi».

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