La Cina produce (anche) soft power. E conquista il mondo
di Luca Miele
Dai pupazzi ai videogame, Pechino punta ad allargare la sfera di influenza senza ricorrere alla coercizione, ma usando la persuasione. Nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti, sempre più tentati dall’hard power

Cosa hanno in comune i “mostriciattoli” Labubu, la piattaforma digitale Tik Tok e il videogame Black Myth? Primo elemento: l’enorme successo commerciale, tutti e tre hanno agganciato i desideri e inchiodato agli schermi milioni di consumatori. Secondo: la provenienza, arrivano tutti dalla Cina. Terzo: sono espressioni dell’emergente soft power cinese. Perché all’interno del sommovimento tellurico che sta ridisegnando gli equilibri geopolitici globali, sta avanzando una diversa distribuzione di questo elemento “sfuggente”, carsico, difficile da definire – il soft power, appunto -, messo a fuoco dal politologo Joseph Nye e che cattura la capacità di un Paese di influenzare gli altri non con la coercizione o l’uso della forza ma attraverso la persuasione, la cultura, i valori, lo stile di vita. Tra le due declinazioni del potere – il soft e l’hard power – esistono profondi intrecci. Essi hanno viaggiato a lungo all’unisono, come testimonia l’egemonia indiscussa che gli Stati Uniti esercitano dal secolo scorso: tv, cinema, musica, prodotti commerciali – pensate alla diffusione planetaria dei jeans – hanno veicolato l’american way of life, la capacità seduttiva del gigante americano, con una forza di penetrazione superiore a quella delle armi. Oggi assistiamo a un fenomeno inedito: soft e hard power si stanno disaccoppiando. Con un attore nuovo, la Cina, che sta lentamente erodendo, nel campo dell’influenza globale, la supremazia degli Usa, sempre più tentati dal ricorso all’hard power.
Come scrive il sito di analisi The Conversation, «ogni minuto che i giovani occidentali trascorrono scorrendo TikTok è un minuto che trascorrono all’interno di una sfera culturale progettata dalla Cina. Un tempo gli Stati Uniti dettavano il ritmo culturale globale. Oggi, con i suoi massicci investimenti nelle industrie creative e nelle piattaforme digitali, la Cina sta sempre più plasmando la colonna sonora e le trame delle nuove generazioni». Stanno insomma cambiando, e velocemente, gli equilibri. È la Cina che avanza o gli Usa che arretrano? «Non credo sia la Cina a essere diventata più cool – dice ad Avvenire Allen R. Carlson, docente alla Cornell University, con sede nello Stato di New York – ma che gli Stati Uniti lo siano diventati meno. E di conseguenza, la Cina appare comparativamente migliore. Un articolo del Pew Research Center dell’estate 2025 osservava che, sebbene nel complesso l’America mantenga un leggero vantaggio sulla Cina in termini di opinione pubblica globale, gli atteggiamenti negativi nei confronti degli Stati Uniti sono notevolmente aumentati negli ultimi anni, mentre le valutazioni positive sulla Cina sono aumentate».
Una cosa è certa. È in atto un lungo, paziente, lavoro di penetrazione capillare da parte della Cina. Giocato su vari piani. Dagli sforzi strategici per migliorare la sua immagine globale ai progetti infrastrutturali di penetrazione commerciale, dalla rinnovata attenzione allo sviluppo sostenibile alla ricerca sull’intelligenza artificiale e sulla robotica, Pechino mira a presentarsi al mondo come un leader dinamico, affidabile, garante di un ordine mondiale che sta subendo violente picconature. Ma non basta: mentre l’immagine della globalizzazione e della interconnessione mondiale è sempre più appannata, la Cina ha registrato, lo scorso anno, un surplus commerciale record pari a 1.189 miliardi di dollari, con un aumento delle esportazioni del 5,5%. «Dopo il 2012 – spiega ad Avvenire Lawrence C. Reardon, docente di Political Science and International Affairs all’Università del New Hampshire –, Xi Jinping ha cercato di alleviare le preoccupazioni regionali e globali sull’ascesa della Cina promuovendo il “Sogno cinese”, una visione che ritrae gli Stati Uniti come un egemone in declino e afferma che “l’Oriente sta crescendo e l’Occidente sta declinando”. Ha ampliato il Dipartimento di Lavoro del Fronte Unito per coordinare gli organi del Partito e dello Stato al fine di promuovere il soft power della Cina manipolando le élite straniere, influenzando le narrazioni globali e promuovendo politiche favorevoli al Paese. Pechino ha anche coltivato alleanze tra gli Stati insoddisfatti dell’attuale ordine internazionale per costruire un sistema sinocentrico fondato sulla “cultura tradizionale cinese”, enfatizzando l’armonia e il progresso collettivo. In questa visione, il Partito comunista cinese si pone come custode di questi valori, impegnato a migliorare la vita in Cina e a contribuire alla prosperità globale. Xi Jinping ha, insomma, cercato di espandere il soft power promuovendo un ordine economico sino-centrico, costruito attorno a istituzioni finanziarie e di sviluppo a guida cinese e a un più ampio utilizzo del renminbi (la moneta cinese), consentendo alla Cina di finanziare la Belt and Road Initiative e di agire come “prestatore di prima istanza” per i Paesi in via di sviluppo”». I risultati non mancano. Se nel 2017 la rivista Foreign Policy bocciava l’appeal del gigante asiatico, una manciata di anni dopo la percezione generale sembra essere cambiata. Radicalmente. Una ricerca condotta dal tank del Consiglio Europeo per le Relazioni Estere ha rivelato che «un anno dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gran parte del mondo ritiene che il suo approccio “Make America Great Again” stia invece contribuendo a rendere di nuovo grande la Cina». Secondo il sesto Global Soft Power Index (2025), il Dragone «è diventato la seconda nazione al mondo in termini di soft power più influente dopo gli Stati Uniti», superando la Gran Bretagna.
La domanda che aleggia nelle cancellerie e nei centri studi di mezzo mondo è: la Cina potrebbe essere tentata di arare non solo il campo del soft power, ma quello, ben più inquietante, dell’hard power? Un simile trasferimento – per esempio, nel caso Taiwan – quali rischi o costi comporterebbe per il gigante asiatico? Per Allen R. Carlson esiste una discriminante ed è il successo economico del Paese. «Finché l’economia cinese continuerà a funzionare – spiega –, sia a livello internazionale che nazionale, i leader cinesi eviteranno di intraprendere azioni che minaccino direttamente l’ordine internazionale esistente».
A impedire il “salto” potrebbe essere la consapevolezza del gap ancora esistente, in termini di forza militare, rispetto agli Usa. Il punto di vista di Lawrence C. Reardon: «La recente operazione statunitense in Venezuela ha dimostrato che i sistemi di allerta precoce e le armi difensive acquistate da Cina e Russia si sono rivelati inefficaci contro l’esercito statunitense. Attualmente, i cinesi hanno controversie territoriali in corso con India, Taiwan, Giappone e Filippine. L’Esercito Popolare di Liberazione deve ancora dimostrare di possedere le competenze tecnologiche o militari necessarie per usare la forza per risolvere questi problemi. Mentre il populismo occidentale ha sfidato le istituzioni democratiche in Europa e negli Stati Uniti, lo Stato cinese si trova ad affrontare gravi sfide interne ed esterne che la sua leadership deve ancora affrontare». L’hard power può aspettare.
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