Minneapolis, Torino e il falso dilemma della sicurezza
Riemerge una vecchia ricetta, apparentemente semplice: più tranquillità in cambio di meno libertà, oppure più libertà accettando un contesto meno sicuro. Ma siamo davvero certi che tutto si giochi su questo equilibrio instabile, o stiamo usando questo schema per evitare di affrontare un vuoto più profondo?

Minneapolis prima, oggi Torino. Le città sembrano più insicure, i cittadini più soli, impauriti e disorientati. Riemerge così una vecchia ricetta, apparentemente semplice: più sicurezza in cambio di meno libertà, oppure più libertà accettando un contesto meno sicuro. Un trade-off presentato come inevitabile. Questa narrazione è potente, ma anche rassicurante. Divide il mondo in due campi contrapposti: i “securitari” e i “movimentisti”, quelli che invocano ordine e controllo e quelli che difendono spazi di autonomia e conflitto. Alimenta conflitti simbolici e politici, semplificando il dibattito pubblico e segmentando la società in identità contrapposte. Ma proprio qui sta il problema, siamo davvero sicuri che la sicurezza si giochi su un equilibrio instabile tra libertà e controllo, o stiamo usando questo schema per evitare di affrontare un vuoto più profondo?
La questione non è quanta libertà sacrificare per sentirsi più protetti, ma che tipo di protezione stiamo cercando? Quando la sicurezza viene ridotta ad una mera questione di regole da inasprire accade qualcosa di prevedibile. La società smette di essere uno spazio di cooperazione e diventa un campo di scontro. Le istituzioni si irrigidiscono, i cittadini si chiudono e il conflitto diventa l’unico linguaggio disponibile. È il segnale che il capitale sociale – la capacità di fidarsi, riconoscersi, convergere e mediare – si sta consumando. Senza capitale sociale, ogni crisi si trasforma in emergenza permanente, ogni tensione diventa un problema di ordine pubblico, ogni differenza viene vissuta come una minaccia. Non perché i conflitti non esistano, ma perché manca la capacità collettiva di affrontarli senza distruggere il legame che tiene insieme la società.
La sicurezza, in questo senso, non è un dato tecnico. È un fatto profondamente politico e culturale, che dipende dall’idea di società che scegliamo di abitare. Una società che investe solo nel controllo finirà per produrre insicurezza diffusa, perché erode le stesse condizioni della convivenza. Allo stesso modo, una società che non riesce a garantire la sicurezza ai propri abitanti e il rispetto della legalità finirà per generare sfiducia e insicurezza, erodendo la coesione sociale. Forse il vero salto da fare è uscire dalla logica del trade-off. Pensare alla protezione non come il risultato di un bilanciamento tra diritti e ordine, ma come un progetto di cura. Cura delle persone, dei territori, delle fragilità visibili e invisibili. Cura come infrastruttura sociale, non come sentimento individuale.
Questo significa che senza mutuo riconoscimento, non c’è sicurezza possibile, ma solo paura che si autoalimenta. Per dare valore alla sicurezza in termini di comunità, bisogna ripensare la sua funzione, non come uno scambio unilaterale tra libertà e controllo, ma come un processo dinamico che costruisce legami tra cittadini e istituzioni. La legalità non può mai essere un concetto esclusivo, né un limite alla partecipazione, deve essere il fondamento di un’idea di convivenza che permetta anche la libera espressione del dissenso. Se la discussione pubblica si riduce a un gioco di piani opposti, la società si frantuma in compartimenti stagni, dove chi non è d’accordo viene visto come una minaccia. La politica, tutta, dovrebbe avere il coraggio di uscire dalla semplificazione, che rischia di scaricare il costo sulla coesione sociale, facendola evaporare lentamente. Una società più divisa non è una società più sicura è solo una società che ha smesso di prendersi cura di sé stessa. E quando la cura scompare, la sicurezza diventa un’illusione.
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