«A Gaza noi medici avremmo salvate molte più vite se non fossimo stati ostacolati»
di Nello Scavo
Roberto Scaini, coordinatore medico di Msf nella Striscia, si appresta a lasciare Gaza dopo l'espulsione disposta da Israele: «Non spegnete la luce sull’emergenza: il conflitto non è ancora acqua passata»

«A parità di intensità dei combattimenti avremmo potuto salvare un numero molto più alto di vite umane, ma non è stato permesso». Roberto Scaini, coordinatore medico di Medici senza Frontiere nella Striscia, parla da Gaza City chiede di «non spegnere la luce», ora che si parla di tregua come se la guerra fosse da guardare già al passato. Soprattutto ora che Msf si appresta a lasciare la Striscia dopo che il governo Netanyahu ne ha deciso l’espulsione. Ci risponde dal Nord, interrotti di tanto in tanto da raffiche, esplosioni, droni a bassa quota. Ed è l’unica buona notizia, perché dopo l’inizio della “tregua armata” l’assistenza medica d’emergenza faticosamente è tornata da dove era stata allontanata. Dall’ottobre 2023 sono stati uccisi 1.700 operatori sanitari e 15 membri dello staff di “Msf”.
Quando dice “non spegnete la luce”, che cosa sta chiedendo?
Continuità di attenzione e, soprattutto, scelte coerenti. Protezione dei civili e condizioni concrete per far arrivare cure, acqua, cibo e riparo. Non è una lista della spesa: è ciò che determina se un sistema sanitario regge o collassa.
Continuità di attenzione e, soprattutto, scelte coerenti. Protezione dei civili e condizioni concrete per far arrivare cure, acqua, cibo e riparo. Non è una lista della spesa: è ciò che determina se un sistema sanitario regge o collassa.
Lei definisce la situazione “catastrofica”. In termini clinici cosa significa?
Significa che i bisogni superano stabilmente la capacità di risposta. Infrastrutture danneggiate, servizi essenziali intermittenti, accesso difficile alle cure. Dopo settimane sul campo non ci si abitua: la gravità e la diffusione delle conseguenze restano impressionanti.
Significa che i bisogni superano stabilmente la capacità di risposta. Infrastrutture danneggiate, servizi essenziali intermittenti, accesso difficile alle cure. Dopo settimane sul campo non ci si abitua: la gravità e la diffusione delle conseguenze restano impressionanti.
Se fosse stata permessa una migliore organizzazione della filiera umanitaria, senza ostacolare il lavoro di agenzie e organizzazioni, sarebbe stato diverso?
Si, perché a parità di intensità dei combattimenti avremmo potuto salvare un numero molto più alto di vite umane, e invece è stato scelto di ostacolare questa possibilità.
Si, perché a parità di intensità dei combattimenti avremmo potuto salvare un numero molto più alto di vite umane, e invece è stato scelto di ostacolare questa possibilità.
Dopo l’ultimo cessate-il-fuoco gli aiuti sono aumentati. Non basta?
La scala della distruzione moltiplica tutto: pazienti, patologie, urgenze, vulnerabilità. Un aumento degli aiuti può migliorare alcuni aspetti, ma se non è regolare e sufficiente non garantisce continuità. E in medicina la continuità è decisiva: interruzioni e ritardi trasformano problemi gestibili in complicanze.
La scala della distruzione moltiplica tutto: pazienti, patologie, urgenze, vulnerabilità. Un aumento degli aiuti può migliorare alcuni aspetti, ma se non è regolare e sufficiente non garantisce continuità. E in medicina la continuità è decisiva: interruzioni e ritardi trasformano problemi gestibili in complicanze.
Lei ripete che non si muore solo per le ferite.
Lo dico come medico: senza acqua sicura, nutrizione adeguata, riparo e accesso alle cure aumentano infezioni, complicanze, mortalità evitabile. Privare la popolazione dei beni essenziali è un fattore di rischio diretto, misurabile, con esiti potenzialmente letali.
Lo dico come medico: senza acqua sicura, nutrizione adeguata, riparo e accesso alle cure aumentano infezioni, complicanze, mortalità evitabile. Privare la popolazione dei beni essenziali è un fattore di rischio diretto, misurabile, con esiti potenzialmente letali.
Che cosa vede nei pazienti oltre ai traumi?
Osservo la perdita del tessuto sociale: famiglie spezzate, sfollamenti, lutti. Questa dimensione ha effetti clinici: stress prolungato, disturbi del sonno, ansia, depressione, somatizzazioni. E poi la parte materiale: malnutrizione, disidratazione, patologie acute non trattate in tempo, malattie croniche peggiorate.
Osservo la perdita del tessuto sociale: famiglie spezzate, sfollamenti, lutti. Questa dimensione ha effetti clinici: stress prolungato, disturbi del sonno, ansia, depressione, somatizzazioni. E poi la parte materiale: malnutrizione, disidratazione, patologie acute non trattate in tempo, malattie croniche peggiorate.
Il 98% del vostro staff è locale. Cosa significa lavorare così?
Significa che chi cura spesso vive le stesse privazioni dei pazienti: insicurezza, sfollamenti, carenze. Eppure continua a garantire assistenza nonostante un coto umano altissimo.
Significa che chi cura spesso vive le stesse privazioni dei pazienti: insicurezza, sfollamenti, carenze. Eppure continua a garantire assistenza nonostante un coto umano altissimo.
Tra freddo, pioggia e tende danneggiate, qual è l’urgenza immediata?
Un riparo adeguato. Senza, il maltempo diventa un moltiplicatore di rischi, soprattutto per bambini, anziani e malati. Proteggere le persone oggi significa anche prevenire nuove malattie domani.
Un riparo adeguato. Senza, il maltempo diventa un moltiplicatore di rischi, soprattutto per bambini, anziani e malati. Proteggere le persone oggi significa anche prevenire nuove malattie domani.
Cosa ha di diverso Gaza rispetto a tutti gli altri conflitti in cui lei ha lavorato da medico?
Non mi sento di fare paragoni tra conflitti. Però in altre guerre spesso è consentito alle organizzazioni umanitarie di allestire campi profughi, luoghi di raccolta, nelle quali le persone pur tra insopportabili disagi ricevono l’assistenza umanitaria in modo ordinato, organizzato, una filiera che può occuparsi di varie necessità. Qui le persone vivono nascoste sotto le rovine, dentro a case sventrate, in campi di fortuna, si riparano dove possono e questo peggiora la loro condizione.
Non mi sento di fare paragoni tra conflitti. Però in altre guerre spesso è consentito alle organizzazioni umanitarie di allestire campi profughi, luoghi di raccolta, nelle quali le persone pur tra insopportabili disagi ricevono l’assistenza umanitaria in modo ordinato, organizzato, una filiera che può occuparsi di varie necessità. Qui le persone vivono nascoste sotto le rovine, dentro a case sventrate, in campi di fortuna, si riparano dove possono e questo peggiora la loro condizione.
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