Si è aperto un varco a Gaza. Può attraversarlo solo un centinaio di persone al giorno
di Luca Foschi
L'ultimo atto della fase 1 della road map ha per teatro Rafah, unico passaggio per gli abitanti della Striscia che non conduca in Israele: da una parte si va in Egitto per curarsi, con numeri molto limitati, dall'altra si può rientrare a casa, ma soltanto dopo l'approvazione dei servizi di sicurezza israeliani. Intanto fa discutere la prossima uscita di Medici senza Frontiere

Da una parte del confine, sul versante egiziano, decine di ambulanze. Dall’altra, su quello palestinese, un autobus sul quale sedevano 50 gazawi. Dopo venti mesi ha riaperto ieri il varco di Rafah, unico passaggio per gli abitanti della Striscia che non conduca in terra israeliana. Il ripristino in entrambe le direzioni dell’attraversamento di frontiera, limitato nel numero e nelle categorie dei beneficiari tanto da apparire simbolico, rappresenta la conclusione della difficilissima prima fase della road map in 20 punti avviata in ottobre dal precario cessate il fuoco.
Al momento il passaggio è concesso giornalmente a 50 persone in entrambe le direzioni. A poter entrare in Egitto sono malati gravi e feriti, accompagnati da un massimo di due familiari, per un totale di 150 persone. L’accesso a Gaza è limitato invece ai palestinesi che abbiano abbandonato l’enclave durante la guerra (almeno 80mila) e ricevuto formale approvazione dai servizi di sicurezza israeliani dello Shin Bet. Secondo il ministero della Salute di Gaza, sono 20mila le persone iscritte alle liste di attesa per ricevere trattamento medico all’estero. L’Egitto, ha riportato AlQahera News, si è preparato a ricevere il flusso continuo dei pazienti con un sistema composto da 150 ospedali, 300 ambulanze, 12mila dottori e 30 squadre d’impiego rapido.
«Permettere solo a 50 pazienti di lasciare la Striscia giornalmente non è appropriato. La situazione è molto grave, perdiamo vite ogni giorno, ne perderemo ancora», ha dichiarato ad al-Jazeera Abu Salmiya, direttore dell’ospedale al-Shifa di Gaza City. Resta drammatico il contesto sanitario di Gaza, che il 28 febbraio verrà privato anche della importantissima presenza di Medici senza Frontiere (Msf), capace di garantire il 20 per cento dei posti letto ospedalieri. Ad annunciare la forzosa interruzione delle attività il ministero israeliano per gli Affari della diaspora e la lotta all’antisemitismo, che imputa a Msf, e ad altre 36 Ong, la mancata presentazione degli elenchi del personale locale, prassi ritenuta necessaria per evitare qualsiasi infiltrazione di Hamas nelle organizzazioni umanitarie. Ali Shaath, capo del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag) che parteciperà al processo di stabilizzazione e ricostruzione dell’enclave, ha definito la riapertura di Rafah «una genuina finestra di speranza per il popolo di Gaza». Per i malati in uscita Israele si limiterà a scrutinare i nomi forniti dai servizi di sicurezza egiziani, e a seguire il passaggio in remoto, grazie un programma di riconoscimento facciale. In entrata, dopo aver superato le verifiche di una squadra composta da uomini dell’Autorità Palestinese e della missione europea Eubam, gli abitanti di Gaza dovranno passare per il check-point israeliano del corridoio Regavim. Solo dopo aver superato i controlli dell’Idf potranno aver accesso all’area occupata da Hamas. Hazem Qassem, il portavoce del movimento, ha dichiarato completate «tutte le necessarie procedure con i compartimenti governativi» per la cessione dell’amministrazione della Striscia all’Ncag guidato da Shaath. Kaja Kallas, Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, ha definito l’apertura del valico di Rafah «un passo importante verso una pace sostenibile» e sottolineato la necessità di «passare davvero alla seconda fase».
Una transizione non semplice, quest’ultima. La seconda fase della road map disegnata e imposta da Washington prevede il cruciale disarmo di Hamas. «Dobbiamo concordare con gli americani una scadenza rigorosa. Se Hamas non si disarma e il regime non viene sostituito, lo smantelleremo», ha affermato Benny Gantz, ex-generale e leader del partito di opposizione israeliano Blu e Bianco.
Prospettiva di certo non invisa alla maggioranza estremista del premier Netanyahu. Per oggi è previsto l’arrivo a Tel Aviv dell’inviato americano Steve Witkoff, che incontrerà Netanyahu e gli alti vertici dell’esercito per discutere il dossier Iran e la complessa situazione di Gaza. Quanto fragile sia il processo di pace lo dice ancora il bollettino di sangue della “tregua”: sono cinque le persone uccise dal fuoco israeliano nell’enclave nelle ultime ventiquattr’ore. Una di queste, Iyad Ahmed Naeem al-Raba’i, aveva appena tre anni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






