L'ex capo della polizia di Minneapolis: «Vi spiego dove è nata la rabbia di questa città»

di Elena Molinari, inviata a Minneapolis
Medaria Arradondo ha guidato il dipartimento ai tempi del caso Flyd. «Allora facemmo fatica a riconquistare la fiducia della popolazione, ma la gente apprezzò il nostro lavoro. La morte di Alex Pretti ha riaperto una ferita: manca comunicazione tra cittadini, autorità locali e agenti federali. La gente che credeva in processi equi e trasparenti oggi è in collera. E questa crisi si percepisce»
February 3, 2026
L'ex capo della polizia di Minneapolis: «Vi spiego dove è nata la rabbia di questa città»
Agenti federali durante il controllo a un veicolo nelle strade di Minneapolis / Reuters
Meno di sei anni dopo l’uccisione di George Floyd, ancora una volta, Minneapolis è attraversata da una profonda crisi di fiducia nell’ordine pubblico. A differenza del 2020, quando l’ira della città si concentrò sulla polizia locale, oggi il bersaglio sono le agenzie federali impegnate nelle operazioni anti-immigrazione. Ma secondo Medaria Arradondo, ex capo della polizia di Minneapolis, che ha guidato il dipartimento in anni difficili, le ferite della città hanno aiutato i suoi abitanti a sviluppare dei forti anticorpi civili contro ogni minaccia ai propri diritti.
Quanto è profonda oggi la rabbia a Minneapolis e in cosa differisce da quella seguita alla morte di George Floyd?
Cinque anni e mezzo fa la città è stata scossa nel profondo dall’uccisione di George Floyd e la polizia di Minneapolis era al centro della rabbia e della frustrazione. Abbiamo fatto fatica a riconquistare la fiducia della popolazione ma credo che ci stiamo arrivando, grazie a indagini indipendenti e riforme. Oggi la collera e la sfiducia si concentrano sugli agenti federali arrivati in massa nelle Twin Cities. E la nuova crisi è soprattutto una crisi di credibilità.
In che senso?
Perché manca del tutto la comunicazione fra cittadinanza, autorità locali e agenti federali. L’attuale capo della polizia, Brian O’Hara, non ha ricevuto informazioni chiare sulle operazioni federali. Mentre gli agenti locali intervenivano dopo la sparatoria nella quale è morto Alex Pretti, è stato loro negato l’accesso alla scena dai federali. Questo rende quasi impossibile per la leadership locale spiegare ai cittadini azioni su cui non ha alcun controllo. Ed è una frattura che la popolazione percepisce in modo molto netto.
L’attuale capo della polizia cittadina, O’Hara, dice che gli agenti locali sono allo stremo. L’attivazione della Guardia Nazionale da parte del governatore Walz potrebbe aiutare?
La mia esperienza mi dice che le forze dell’ordine locali conoscono le loro comunità e sono fortemente addestrate alla de-escalation. Dopo il 2020, il dipartimento di Minneapolis ha cambiato politiche e formazione proprio sulla gestione delle proteste. Oggi però l’organico è ridotto a circa 600 agenti, mentre in città operano oltre 3.000 uomini dell’Ice e di Border Patrol. L’intervento della Guardia Nazionale può essere utile: sono cittadini-soldato del Minnesota, conoscono il territorio e la popolazione. Ma senza un vero tavolo tra autorità locali e federali per trovare una via d’uscita e ridurre la tensione, il rischio è che la situazione diventi insostenibile.
Poco dopo la morte di Floyd, lei licenziò i quattro agenti coinvolti e collaborò nell’indagine sul loro operato. Come dovrebbero svolgersi le inchieste sulla morte di Good e Pretti?
Quando ero capo, le indagini venivano affidate al Bureau of Criminal Apprehension del Minnesota. Si tratta di un’agenzia statale indipendente che ha dimostrato nel tempo professionalità, rigore e trasparenza in casi difficilissimi, incluso quello di George Floyd. A mio avviso dovrebbe essere coinvolta anche adesso. La gente può anche non essere d’accordo con l’esito di un’indagine, ma deve poter credere che il processo sia stato equo e trasparente. Oggi proprio questa fiducia nel processo è fortemente in discussione, ed è questo che alimenta la rabbia nelle strade.

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