La risurrezione non è una nuova vita,
ma piena realizzazione di questa

Di fronte alla promessa di una esistenza eterna la questione non è se continueremo a toccarci, guardarci, sentirci, ma come ci toccheremo, guarderemo, ascolteremo
February 4, 2026
La risurrezione non è una nuova vita,
ma piena realizzazione di questa
Alba sui Castelli romani/ SICILIANI
È possibile anche solo “sbirciare” dentro il Paradiso? Che vuol dire o, come sarà, la vita eterna, promessa agli uomini e alle donne con la risurrezione? Forse una cosa possiamo dirla, ovviamente sulla base del Vangelo. Nella risurrezione, la vita non è post-umana, rimane umana, ovviamente risorta: questo vuol dire che la nostra carne, il nostro corpo, verranno trasformati (risorti), non sostituiti. Quindi, nel mondo dei risorti – proprio perché la “carne” resta – ci riconosceremo, ci abbracceremo, ci parleremo. Perché non dircelo? Perché non dirlo a chi è disperato per la morte dei propri cari, degli amici, di coloro con cui abbiamo vissuto? Certo, non sappiamo come, ma che ci riconosceremo è parte della sostanza della fede cristiana. La vita nella risurrezione dei corpi e dei mondi – di cui il Risorto è la porta e lo Spirito ha le chiavi –, è un’esplosione della nostra vita mille volte più emozionante e colorata di un’asettica energia cosmica nella quale tutto dovrebbe confluire.
Occorre riconoscere purtroppo che l’immagine della beatitudine nel cielo non trova più grande accoglienza nella spiritualità cristiana. È facile, ad esempio, commiserare chi muore. Tutti diciamo: poveraccio! Ed è anche ragionevole dirlo, in un certo senso. La morte pesa amaramente. Eccome! Magari aggiungiamo anche – sempre come cristiani – che chi è morto vive nella felicità eterna, nella massima beatitudine, ma lo diciamo con qualche distanza dalla vera convinzione; e comunque senza alcun desiderio di raggiungerlo: «Sì, è vero, ma possiamo aspettare, e comunque il più tardi possibile!». Tutto ciò è comprensibile a motivo della “angoscia” che la morte porta con sé. E tuttavia dovrebbe farci riflettere la bella tradizione dei monaci i quali, mentre accompagnano il loro confratello verso la tomba, cantano il Magnificat: con il cuore intristito di dolore per il distacco, ma anche addolcito dalla speranza della vita piena ed eterna per il confratello. Olivier Clément, un grande spirituale, avvertiva: «I cristiani dovrebbero avere il coraggio di dire e di vivere la risurrezione, il corpo di Cristo come il luogo della non-morte dove tutto può aprirsi alla pienezza, il Cristo che discende nella morte per trasformarla in passaggio, e Dio non come un tiranno caricaturale che una certa teologia ci ha per lungo tempo presentato, ma ferito di tutte le nostre sofferenze, che assume tutta la nostra finitudine per farla irrompere nella Vita, la sua vita stessa, dove si capovolge il senso della morte. L’esperienza plurisecolare dell’ascesi e della spiritualità cristiana mostrano che noi possiamo sentire in anticipo, quaggiù, nel nostro cuore, nel nostro corpo, la gioia della risurrezione» (O. Clément, Un luogo per rinascere, p. 138).
L’apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, il coraggio cristiano lo ebbe: «Vi voglio svelare un mistero. Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono della tromba finale» (1Cor 15,51-52). Morire o essere trasformati o, piuttosto, essere tutti trasformati, che uno sia già morto o no. Così, Paolo che definisce la risurrezione anche come trasformazione, metamorfosi con una convinzione ben salda: «Dio, che ha risuscitato il Signore, resusciterà anche noi per mezzo della sua potenza» (1Cor 6,14). E ancora «(Gesù) trasformerà il nostro corpo umiliato per renderlo simile al suo corpo di gloria» (Fil 3,21). Per Paolo, il tema della nostra risurrezione è centrale. Per questo non esita a rassicurare i cristiani di Tessalonica: «Non voglio lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti, perché continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza» (Ts 4,13). Per l’Apostolo il legame tra la risurrezione di Gesù e la nostra è un caposaldo della fede. La risurrezione dai morti chiarisce il mistero della destinazione ultima dell’uomo, come lo è stata per Gesù, primogenito tra i morti. Per l’Apostolo la risurrezione (di Gesù e nostra) porta a compimento l’intera creazione. Gli fa eco la liturgia bizantina: «Cristo è risuscitato dai morti, con la sua morte ha vinto la morte, ai morti ha dato la vita». Pascal, su questa scia, giunge a dire che «Gesù resta in agonia fino alla fine del mondo, sino a che non sia risorto l’ultima creatura». In realtà lo diceva già Origene: «Il Salvatore non vuole ricevere la sua gloria perfetta senza di te, ossia senza il suo popolo che è il suo corpo e le sue membra». Insomma, Dio ci aspetta, piange e soffre con noi, fino a che non siamo tutti trasfigurati e risorti. Ma si badi bene, la risurrezione non è una seconda vita, né una nuova vita alternativa, è la piena realizzazione di questa unica vita che abbiamo ricevuto e che ci appartiene, per sempre. Una volta nati, lo siamo per sempre. E, con la risurrezione, la questione non è se continueremo a toccarci, a guardarci, a sentirci, ma come ci toccheremo, ci guarderemo, ci ascolteremo. O, se vogliamo, come vivremo in Paradiso. E qui le nostre parole sono troppo deboli, ed è meglio fermarci. Solo il Vangelo ci offre qualche spunto: vivremo da risorti, alla stessa maniera di come vive il Risorto.
I Vangeli sono unanimi nel riportare l’immagine della corporeità di Gesù risorto, irriducibile al solo spirito: una corporeità certo diversa da quella precedente, e quindi non percepibile dai discepoli, tranne il caso in cui il Risorto stesso non decida di rendersi percepibile com’era prima. Purtroppo, si riflette poco su questo. Ed è accaduto che, nel nostro linguaggio, la vita eterna promessa da Dio ha perso la sua desiderabile continuità con la vita. E si è svuotata la potenza della sua attrazione verso il cielo, l’unico luogo abitabile per il nostro desiderio di riscatto e di compimento. Abbiamo riflettuto sulla morte non come la fine ma come il passaggio ad una nuova vita, quella risorta. E la risurrezione – come lo trasmette la fede cristiana – è la piena realizzazione di questa unica vita che abbiamo «e chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito» (2 Cor 5,5). E la nostra vita è fatta anche di sensi e risorgono anch’essi visto che sono dimensioni importanti della nostra vita. Ecco perché possiamo ribadire che la questione non è se continueremo a toccarci, a guardarci, a sentirci, ma come ci toccheremo, ci guarderemo, ci ascolteremo. So bene quanto siano poveri i nostri sillogismi di fronte a tale futuro. Non ne potremmo neppure parlare, ma per quel che ci è stato rivelato possiamo dire che «il meglio, deve ancora venire». E, per dirlo, lascio all’arte, alla poesia di Dante, di immaginarlo. C’è un momento nel quale l’altissimo poeta e grande credente, coglie il momento definitivo, ossia quanto ci aspetta e quanto ci si aspetta. E ne coglie l’infinita emozione. Egli ha riletto la storia politica, economica e le vicende della Chiesa della sua epoca dal punto di vista di ciò che verrà, ben consapevole che a seconda di come si immagina il definitivo si opera nella storia e nel mondo. È una pagina bellissima della sua Divina Commedia, quando insieme a Beatrice, si trova con un gruppo di anime di sapienti, luminosissime, fiammeggianti di gioia, disposte in due cerchi concentrici.
A Dante non par vero di avere a propria disposizione qualcuno che potrebbe rispondere alle sue più segrete domande: «Quando, dopo la risurrezione dei corpi, la carne si riunirà alle anime, queste saranno ancora così splendenti? La materia non offuscherà la visione di Dio? Appesantite dalla carne, godranno ancora questa gioia raggiante?». È Salomone, il più sapiente tra i nati di donna, a prendere la parola spiegando che, quando i corpi si riuniranno alle anime, queste non subiranno decremento alcuno della loro gioia e potenza, ma al contrario godranno ancora di più, perché ancor meglio vedranno Dio. Insomma, fino alla risurrezione dei corpi, perfino ai santi manca qualcosa, proprio quella carne che abiliterà alla gioia davvero compiuta. Alle parole del figlio di Davide, Salomone, i due cerchi di anime fremono di felicità, e gridano “Amen!”, desiderando ancor più intensamente di riavere i loro corpi fatti di carne. Non solo per se stesse, ma anche per i loro genitori che quei corpi hanno generato, nutrito, vestito, aiutato a crescere. E anche per rispetto di coloro che quei corpi hanno amato, accarezzato, baciato, dissetato, curato, sepolto. I santi, fiamme inestinguibili, stanno aspettando la loro carne, e di essa siamo parte anche noi e tutte le creature. A questo punto, meglio lasciare la parola al poeta sommo, Dante:
Tanto mi parver subiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer “Amme!”
che ben mostrar disio de’ corpi morti;
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.

(Paradiso XIV, 61-66).

© RIPRODUZIONE RISERVATA