Benvenuti: «La letteratura si nutre di tutti i media»
I rapporti fra la letteratura, le altre arti e i media sono da tempo studiati. È nuova, però, l'idea di rendere tali relazioni centrali nel racconto letterario

La relazione, la sinergia, la fusione tra diversi linguaggi artistici è sempre esistita e i rapporti fra la letteratura, le altre arti e i media sono da tempo studiati. È nuova, però, l'idea di rendere tali relazioni centrali nel racconto della storia della letteratura. Un simile sguardo può essere frequente negli studi su singoli autori, gruppi o correnti, ma non viene praticato con sistematicità nelle storie della letteratura.
È dunque inconsueta, e per questo assai stimolante, la prospettiva adottata da Giuliana Benvenuti nel volume da lei curato per Einaudi: La letteratura italiana dal 1895 a oggi. Una storia intermediale. Ordinaria di Letteratura italiana contemporanea all'Università di Bologna, dove è attualmente presidente del sistema museale di Ateneo e delegata per il patrimonio culturale, Benvenuti ha coordinato un'équipe di studiosi che si sono proposti di intendere la letteratura come nodo di una rete più ampia.
Quali obiettivi vi siete posti con il volume da lei curato?
«Abbiamo inteso offrire una prospettiva che non guarda soltanto ai rapporti tra testi letterari - influenze, epigonismi, rifiuti, canonizzazioni - bensì, insieme ad essi, considera come il dialogo con la fotografia, il cinema, il teatro, le arti visive e performative, il fumetto, la radio, la televisione, i media digitali, il podcast incida sulla scrittura e viceversa».
Perché avete deciso di concentrarvi sul Novecento e sul nuovo millennio?
«Il Novecento e il primo quarto del XXI secolo sono un laboratorio continuo di sperimentazione, contaminazione, intersezione, collaborazione tra le arti».
Quali risultati ha prodotto la ricerca collettiva alla base del libro?
«Guardando alla letteratura come a un’arte tra le arti, siamo arrivati a questo primo esperimento di storia letteraria intermediale, di certo imperfetto, ma credo efficace nel proporre una prospettiva insolita: non la relazione tra letteratura e cinema, letteratura e fotografia ecc., ma la dimostrazione che gli scrittori e le scrittrici, quando non sono essi stessi pittori, sceneggiatori, musicisti ecc., sono comunque sempre parte di un contesto artistico e mediale che incide anche sulle scelte di chi decide di coltivare la sola scrittura, di concentrarsi sulla parola e sulla sua potenza espressiva».
Il punto di partenza è il 1895, anno dell'invenzione del cinematografo e dal punto di vista letterario l'età delle avanguardie e del modernismo. In quali modi la settima arte ha influenzato la letteratura da allora a oggi?
«La relazione tra letteratura e cinema è ricchissima lungo tutto il Novecento e investe sia gli elementi formali sia i contenuti. La tecnica del montaggio, con la scomposizione e ricomposizione di frammenti, ha cambiato il modo di concepire la narrazione e la sua struttura temporale, penso in particolare alle avanguardie di inizio Novecento e alla neoavanguardia degli anni Sessanta. C’è poi la stagione del Neorealismo, con numerosissime collaborazioni tra scrittori e registi, e Pasolini, che ha trovato nel cinema un mezzo espressivo di elezione».
Il cinema, dal canto suo, ha attinto dal serbatoio di storie della letteratura...
«Sì, prima di tutto adattandole, come hanno fatto anche la radio e poi la televisione. Ma ha anche creato un immaginario al quale la letteratura a sua volta ha attinto: si sono diffuse le descrizioni verbali di scene cinematografiche, le novellizzazioni, dove è la letteratura ad adattare storie nate per lo schermo, e sono aumentati i riferimenti ai film in romanzi e poesie».
E oggi?
«Oggi queste relazioni si moltiplicano in un panorama inter e transmediale fino a trent’anni fa inedito, perché anche il cinema è profondamente cambiato con l’avvento del digitale. La collaborazione tra industrie è in crescita: romanzi di successo nazionale e internazionale, come Romanzo criminale, Gomorra, L’amica geniale, M , diventano sempre più sistematicamente film o serie tv o fumetti o performance o podcast, o tutto questo e altro, in un susseguirsi di spin off, prequel, sequel. Di nuovo, questi cambiamenti implicano nuove modalità di pensare e scrivere storie».
Un altro medium extraletterario che nel Novecento ha interagito molto con la letteratura è il fumetto, che durante il fascismo è stato strumento di propaganda per poi diventare, nella seconda metà del secolo, fonte dello stesso immaginario letterario: pensiamo ai cosiddetti “giovani scrittori” degli anni ‘80 e ‘90. Come si è sviluppata questa influenza?
«In Italia il fumetto è stato a lungo considerato una forma di intrattenimento per un pubblico infantile; eppure, anche così ha influenzato alcuni dei maggiori scrittori italiani del Novecento, come Italo Calvino, che ricollegava molta della sua immaginazione narrativa e della sua capacità di stilizzazione all’esperienza di lettore di strisce a fumetti quando era bambino durante il fascismo. In seguito, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, al fumetto è stata riconosciuta una sempre maggiore dignità artistica da intellettuali come Elio Vittorini, Umberto Eco, Vittorio Spinazzola, e a opere come Una ballata del mare salato di Hugo Pratt è stato attribuito un valore pienamente letterario. A quel punto alcuni scrittori hanno cominciato a cimentarsi anche in questa forma espressiva, come Dino Buzzati con il suo Poema a fumetti. Dopo una piena assimilazione dell’immaginario fumettistico in letteratura negli anni Ottanta e Novanta, oggi la potenzialità artistica e narrativa del graphic novel è assodata, e opere di autori come Gipi o Zerocalcare sono candidate al premio Strega».
Naturalmente non possiamo escludere dal discorso il rapporto tra letteratura e arti figurative, che è, in fondo, quello più “classico”. Come si è sviluppata tale relazione dal Futurismo al Postmoderno?
«Il ventaglio delle relazioni è molto variegato dal Novecento a oggi. Focalizzandoci sugli autori, innanzitutto, notiamo che molti scrittori sono stati anche pittori (da Ardengo Soffici e Alberto Savinio a Carlo Levi, fino a Pasolini) o hanno avuto uno sguardo molto attento alle evoluzioni dell’arte figurativa, scrivendo critica d’arte, come Alberto Moravia o Vincenzo Consolo. Volgendo la nostra attenzione ai testi, invece, in campo poetico esiste un filone di poesia visiva che nasce con le tavole parolibere dei futuristi e conosce un nuovo slancio negli anni Sessanta grazie a poete come Giulia Niccolai e Patrizia Vicinelli. Tecniche artistiche come il collage sono state adottate anche per la composizione letteraria (da Nanni Balestrini, ad esempio) e all’ecfrasi (la descrizione verbale di un'opera visiva) la critica ha riconosciuto sempre più un ruolo decisivo nella strutturazione del racconto. Infine, da un punto di vista tematico, pittori e dipinti sono spesso al centro di romanzi, pensiamo, ad esempio, ad Artemisia di Anna Banti, a Todo modo di Leonardo Sciascia o ai romanzi più recenti di Melania Mazzucco».
In termini più generali, quali sono oggi i media che influenzano maggiormente la scrittura?
«Oggi la collaborazione tra i media è molto richiesta e sviluppata anche industrialmente: pensiamo ai franchise transmediali, dove la letteratura è parte di un racconto che si sviluppa su più media: cinema, fumetto, serie tv, videogiochi, parchi a tema, giochi da tavolo... In tal modo la stessa distinzione tra i media che compartecipano alla costruzione di mondi narrativi finisce per diventare porosa. Difficile dunque dire quale di essi influenzi maggiormente la letteratura. Quello che è sicuro è che la svolta digitale sta imprimendo modificazioni significative al modo di produrre, fruire, intendere e interpretare la letteratura».
Qualcuno paventa il rischio che l'intelligenza artificiale possa determinare la fine della creatività letteraria tradizionalmente intesa. Lei che cosa ne pensa?
«Contrariamente a quanto spesso si è ritenuto nel Novecento, decretando a più riprese la crisi, o anche la morte, della letteratura, quello che osserviamo è invece la capacità della letteratura di adattarsi ai mutamenti; penso ad autori come Walter Siti, che fanno della riflessione critica sulla presenza pervasiva dei media un fulcro narrativo. Per questo, oltre a ricordare che ci sono stati fin dagli anni Sessanta esperimenti di letteratura elettronica, la mia opinione è che l’intelligenza artificiale stia modificando la creatività umana, ma che si tratti, nuovamente, di una interazione, che porta cambiamenti, anche antropologici, profondi: non semplici cancellazioni o sostituzioni, bensì relazioni complesse».
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