Kent Nagano: «Mahler, maestro di speranza universale»
Stasera a Parma il direttore d’orchestra statunitense con la Filarmonica Arturo Toscanini con la Seconda Sinfonia "Resurrezione”

Il racconto quotidiano, da tanto, troppo tempo, è quello di un mondo attraversato dalla guerra. Ma è anche il racconto di un uomo Der Mensch, che si sente impotente, che si sente liegt in größter Not! liegt in größter Pein!, si sente «nella più grande miseria, nella più grande pena». Parole del Des Knaben Wunderhorn, "Il corno magico del fanciullo" che Gustav Mahler mette in musica nei suoi lieder, nelle sue sinfonie. Nella Seconda in do minore Aufertehung, la Resurrezione. Perché, si dice certo il compositore, a parole e in musica, Aufersteh’n, ja aufersteh’n wirst du, mein Staub, «risorgerai, sì risorgerai mia polvere». Pagina profondissima che stasera è sul leggio della Filarmonica Arturo Toscanini. La dirige, all’Auditorium Paganini di Parma, Kent Nagano, legato all’orchestra emiliana dal titolo di principal artistic partner Secondo appuntamento sul podio del cartellone sinfonico per il direttore d’orchestra californiano, classe 1951, famiglia di origine giapponese, che sabato porterà la Resurrezione nel Duomo di Modena. Soprano Jane Archibald, mezzosoprano Christina Bock, il coro è quello del Teatro Regio di Parma. «Con la Toscanini stiamo intraprendendo un percorso per ampliare gradualmente e con attenzione il repertorio» racconta Nagano di casa, tra opera e sinfonica, nei più importanti teatri del mondo. «Torno a Parma – dice il direttore – con grande entusiasmo per un nuovo dialogo musicale con l’orchestra, ma anche con la città».
Perché, maestro Nagano, mettere una partitura come la Seconda sinfonia di Mahler sul leggio?
«La Resurrezione, così come tutta la musica di Gustav Mahler, propone all’ascoltatore temi di rilevanza universale. Questo confronto con la sua Seconda sinfonia è poi un’occasione per esplorare e applicare le più recenti ricerche sulla prassi esecutiva storicamente informata».
Oltre al valore musicale, questa sinfonia riesce a trasmettere speranza al nostro oggi attraversato da guerre e conflitti?
«È convinzione universale che la musica è una forma di comunicazione capace di muovere le persone in modi che le parole non sono in grado di fare. Inoltre la musica è una compagna di vita, vera e fedele nei momenti migliori come in quelli peggiori. Ha la capacità di attraversare il tempo e le frontiere».
Di recente ha concluso la sua direzione musicale ad Amburgo, culminata nel monumentale Saint Francois di Olivier Messiaen alla Elbphilharmonie. Che anni sono stati quelli alla guida musicale della città tedesca?
«È stata un’esperienza fondamentale della mia vita e ha portato a un legame molto stretto con la società civile e con l’orchestra. Per questo motivo la Filarmonica di Amburgo ha chiesto che il rapporto proseguisse. E così ho accettato il titolo di direttore onorario. È un grande privilegio che mi invita a rimanere parte attiva della famiglia musicale e della cultura di Amburgo».
Molte le orchestre e i teatri di tutto il mondo nei quali ha lavorato, sempre con una grande attenzione alla musica del Novecento e alla musica contemporanea. Da dove nasce questo amore?
«Credo fermamente e resto profondamente impegnato nel restituire intatta la qualità eccezionale rappresentata dai nostri grandi capolavori, cercando di trasmettere al meglio il contenuto profondo che essi racchiudono. E parlando di queste pagine è importante ricordare che quando tutte le grandi opere sono state scritte erano musica contemporanea per il tempo, innovativa, fucina di idee creative, visionarie e talvolta rivoluzionarie. Queste opere nel tempo sono state nel momento in cui si è formato un consenso tra pubblico, interpreti e critici che hanno concordato sul fatto che alcune sinfonie, alcune opere hanno qualcosa di speciale. I capolavori che ancora oggi apprezziamo rappresentano dimensioni profonde dell’umanesimo con una verità che trascende il tempo, la moda e le tendenze, incarnando una rilevanza universale».
Quale, allora, di fronte a questi capolavori, il compito di un interprete?
«Un artista ha la responsabilità non solo di mettersi al servizio di questi grandi monumenti della musica classica, ma anche di garantire che il nostro repertorio continui ad ampliarsi. La musica classica è una tradizione viva che riflette un umanesimo vivo. Senza questa vitalità la musica classica come la conosciamo cesserebbe di esistere e diventerebbe un oggetto da museo. Per questo trovo doveroso impegnarmi nel dialogo con i compositori contemporanei e con quelli della generazione futura. Quando capiamo di essere di fronte ad un’opera di qualità davvero eccezionale è nostra responsabilità condividerla con il pubblico. Solo così il nostro repertorio rimarrà il riflesso di una cultura vivente e non di una cultura estinta. Naturalmente va aggiunto che è una responsabilità altrettanto importante quella di condividere con il pubblico solo quelle rare opere che possiedono una qualità eccezionale. Agire diversamente significherebbe mancare di rispetto alla nostra società».
Oggi qual è la situazione della musica contemporanea? C’è ancora spazio per nuove partiture e nuovi lavori?
«Dopo aver incontrato negli ultimi anni diversi giovani compositori e interpreti della nuova generazione di straordinario talento avverto un senso di entusiasmo e di ottimismo per il futuro. Per questo ne sono profondamente grato. L’alternativa, la mancanza di talenti, comporterebbe il rischio che la nostra grande tradizione musicale classica possa affrontare una crisi esistenziale. Ma non è un pericolo che corriamo».
E da dove nasce la sua passione per la musica?
«A dire il vero non lo so, perché questa passione sembra esserci sempre stata nella mia vita, da quando ho ricordi la musica è sempre stata presente. È però interessante notare che nel tempo, attraverso l’educazione, la disciplina, la ricerca continua e l’esperienza, questa passione è stata nutrita e progressivamente approfondita. Arrivando sino ad oggi».
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