Dalla Bce nessun passo sui tassi. Ma la nuova Fed è un’incognita
Lagarde allontana l’ipotesi di mosse rapide nonostante l’inflazione all’1,7%: «Siamo ben posizionati». Negli Usa, con la nomina di Warsh, sempre più esplicito il legame tra Casa Bianca e banca centrale

La prima riunione del 2026 consegna un messaggio di continuità dalla Banca centrale europea. I tassi restano fermi al 2 per cento e, soprattutto, la decisione di oggi è stata unanime. Christine Lagarde lo sottolinea senza esitazioni, quasi a voler blindare una fase che a Francoforte viene descritta come di equilibrio. «Siamo ben posizionati», ripete la presidente della Bce, riferendosi sia alla postura di politica monetaria sia al percorso dell’inflazione, nonostante il dato di gennaio abbia mostrato una discesa all’1,7 per cento, sotto il target. «Non possiamo essere ostaggio di un singolo dato», chiarisce Lagarde, richiamando l’orizzonte di medio termine che vede l’inflazione al 2 per cento nel 2027 e nel 2028.
L’Eurotower rivendica una strategia attendista, rafforzata dall’assenza di nuove proiezioni macroeconomiche. L’economia dell’area euro, secondo la Bce, continua a mostrare una buona capacità di tenuta in un contesto globale complesso. Il mercato del lavoro resta solido, i bilanci del settore privato appaiono robusti, la spesa pubblica per difesa e infrastrutture procede gradualmente e gli effetti delle passate riduzioni dei tassi continuano a sostenere la crescita. È una resilienza che consente alla banca centrale di prendere tempo, evitando di reagire in modo affrettato a segnali ancora parziali. Le incertezze, tuttavia, non mancano. La stessa Bce richiama esplicitamente i rischi legati alle politiche commerciali e alle tensioni geopolitiche. A questi si aggiunge la variabile valutaria. Il rafforzamento dell’euro, spinto anche dall’indebolimento del dollaro, ha alimentato interrogativi sull’impatto di un cambio più forte in una fase di inflazione già sotto il target. Lagarde minimizza. Il deprezzamento del biglietto verde rispetto all’euro, osserva, è stato incorporato nello scenario di base e, soprattutto, il cambio si muove da mesi in un range «perfettamente in linea con la media complessiva da quando esiste l’euro». La moneta unica insomma resta stabile. Inoltre, un euro più forte riduce i costi delle importazioni, in particolare energetiche, contribuendo a contenere le pressioni sui prezzi. Il recente rialzo del petrolio, semmai, potrebbe bilanciare l’effetto disinflazionistico del cambio.
A sostenere la linea della prudenza è soprattutto la domanda interna. I consumi stanno compensando la debolezza dell’export e di parte dell’industria manifatturiera. I salari crescono, i risparmi accumulati negli anni recenti continuano a sostenere la spesa delle famiglie. Sullo sfondo, si intravede anche una possibile spinta fiscale, in particolare in Germania, con investimenti in difesa e infrastrutture. È questo mix che consente alla Bce di rimandare le scelte più delicate, spostando più avanti il vero bivio della politica monetaria, forse al 2027.
Mentre Francoforte resta ferma, lo sguardo dei mercati si sposta su Washington. La Federal Reserve ha appena lasciato i tassi invariati dopo una serie di tagli, ma l’attenzione si è rapidamente concentrata sulla scelta politica di Donald Trump di indicare Kevin Warsh come prossimo presidente della Fed al posto di Jerome Powell. Lagarde accoglie positivamente la nomina, ricordando di conoscere Warsh, che entrerà in carica a maggio dopo la conferma del Senato, dai tempi della crisi finanziaria. Trump è stato esplicito: «Penso che Warsh voglia abbassare i tassi». Una frase che dice molto del rapporto, sempre più scoperto, tra Casa Bianca e banca centrale.
Warsh è una figura meno lineare di quanto suggeriscano le dichiarazioni politiche. Ex governatore della Fed tra il 2006 e il 2011, in passato era considerato un falco, attento ai rischi inflazionistici. Negli ultimi anni ha mostrato aperture verso tassi più bassi, senza rinunciare, almeno a parole, alla difesa dell’indipendenza della banca centrale. Il nodo, per Trump, non riguarda solo il tasso ufficiale, ma soprattutto i rendimenti a lungo termine, che determinano il costo reale di mutui e investimenti. Su questo terreno, il controllo della Fed è limitato. Anche con tassi più bassi, i mercati possono restare diffidenti se temono inflazione persistente o finanze pubbliche sotto pressione.
Una Fed orientata a un allentamento più deciso potrebbe indebolire ulteriormente il dollaro e rafforzare l’euro, complicando il compito della Bce. Al contrario, se i mercati resteranno scettici, la volatilità continuerà a dominare. In questo intreccio di scelte e aspettative, la decisione di ieri sui tassi appare una pausa consapevole. I tassi non si muovono. Il terreno politico e finanziario sotto la politica monetaria globale, invece, è tutt’altro che stabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






