Dal Watergate ai licenziamenti di massa: la crisi del Washington Post (e della democrazia)
Annunciato un vasto piano di licenziamenti che ridurrà di circa un terzo la forza lavoro giornalistica, colpendo in modo molto significativo la redazione. Cosa sta succedendo e perché l'indebolimento dell'informazione è preoccupante

La crisi dell’editoria colpisce ancora: il Washington Post ha infatti annunciato un vasto piano di licenziamenti che ridurrà di circa un terzo la propria forza lavoro giornalistica, colpendo in modo significativo la redazione. Secondo quanto riportato dal New York Times, sarebbero oltre 300 i giornalisti coinvolti su un totale di circa 800 complessivi, con tagli che interessano in particolare la copertura internazionale e sportiva. La ristrutturazione, comunicata dal direttore esecutivo Matt Murray in una riunione con lo staff, punta a riportare il quotidiano alla redditività, dopo anni di perdite e un calo del traffico digitale e degli abbonamenti. Tra le misure annunciate figurano la chiusura quasi totale della sezione “Sport”, l’eliminazione della sezione “Libri” e la cancellazione del podcast quotidiano “Post Reports”. Anche la redazione dedicata alla copertura locale sarà ridimensionata, così come la presenza all’estero verrà ridotta. Murray ha spiegato che il giornale dovrà concentrarsi su politica nazionale, economia e salute, ammettendo che il WP è rimasto «troppo radicato in un’epoca diversa», come riportato dal New York Times.
Sul fronte sindacale, la reazione è stata immediata, come riportato anche in Italia dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana: «Non si può smantellare una redazione senza conseguenze per la sua credibilità, la sua influenza e il suo futuro», ha dichiarato il sindacato del quotidiano, in un comunicato rilanciato poi dalle agenzie. «Solo negli ultimi tre anni – prosegue il comunicato – il personale si è ridotto di circa 400 persone. Continuare a licenziare personale non farà altro che indebolire il giornale, allontanare i lettori e la missione del Post». Sulla notizia è intervenuto anche l’ex direttore Marty Baron, che ha parlato di «uno dei giorni più bui nella storia di una delle più grandi organizzazioni giornalistiche del mondo». Anche le reazioni dei giornalisti non si sono fatte attendere, soprattutto sui social. Tra i casi più emblematici quello di Lizzie Johnson, inviata in Ucraina, che ha annunciato su X di essere stata licenziata «nel bel mezzo di una zona di guerra». Insieme a lei hanno comunicato il proprio licenziamento anche corrispondenti dall’Iran, dalla Turchia, dal Cairo, da Berlino. Come riportato sempre New York Times, un giornalista sportivo inviato in Italia per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina avrebbe annunciato l’intenzione di continuare a pubblicare articoli nonostante il licenziamento.
La crisi del WP si inserisce in un contesto più ampio di trasformazione dell’industria dell’informazione, tra calo della pubblicità tradizionale e impatto delle nuove tecnologie. Tuttavia, la riduzione così imponente di una redazione storica e strutturata come quella del WP solleva interrogativi sul futuro del giornalismo come presidio di democrazia, soprattutto quando la riduzione della forza lavoro colpisce chi si occupa del racconto da zone di guerra. Una copertura meno capillare del territorio, dei conflitti internazionali e dei temi culturali, rischia infatti di impoverire il dibattito pubblico, in un panorama mediatico sempre già frammentato e polarizzato, in cui garantire pluralismo e qualità dell’informazione diventa sempre più necessario. Secondo gli ultimi rapporti annuali di organizzazioni internazionali come Reporters sans frontières, peraltro, attualmente oltre la metà dei Paesi nel mondo presenta condizioni problematiche per la libertà di stampa. In questo contesto, l’indebolimento di grandi redazioni internazionali solleva interrogativi economici, ma anche relativi al ruolo dell’informazione nella tenuta della democrazia.
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