Bce verso tassi fermi. E sui mercati pesa il rebus Warsh alla Fed

Oggi la decisione dell'Eurotower, con gli analisti che scommettono su una conferma al 2%. Sullo sfondo pesa la svolta sulla banca centrale americana, con le pressioni di Trump per un allentamento monetario
February 5, 2026
Bce verso tassi fermi. E sui mercati pesa il rebus Warsh alla Fed
La presidente della Bce Christine Lagarde/ REUTERS
Banca centrale europea e Banca d’Inghilterra tornano oggi a riunirsi per la prima decisione di politica monetaria del 2026. Secondo la larga maggioranza degli analisti, l’esito più probabile è una conferma dei tassi attuali: 2% per l’Eurotower, livelli restrittivi ma stabili anche a Londra. Non si tratta di una certezza formale, bensì di una convinzione diffusa nei mercati, maturata alla luce dei dati recenti e di un contesto che, almeno in apparenza, non impone interventi immediati. A Francoforte prevale l’idea di una fase di equilibrio. Inflazione rientrata, crescita che procede a passo regolare, tassi considerati in area neutrale. Christine Lagarde dovrebbe ribadire che la politica monetaria è in un “buon posto”, espressione che sintetizza bene il momento della Bce. L’assenza di nuove proiezioni macroeconomiche rafforza l’impostazione attendista.
Il quadro, tuttavia, resta esposto a scosse esterne. L’indebolimento del dollaro, la volatilità delle materie prime, un inizio d’anno turbolento sul piano geopolitico e le crescenti pressioni politiche sulla Federal Reserve ricordano quanto rapidamente questo equilibrio possa essere messo in discussione. L’euro si è rafforzato fino a lambire quota 1,20 contro il biglietto verde, alimentando interrogativi sull’impatto di un cambio forte in una fase in cui l’inflazione, nell’area euro, è scesa all’1,7%, sotto il target del 2%. Per ora, però, la Bce non sembra intenzionata a reagire. Un euro più forte riduce i costi delle importazioni, soprattutto energetiche, e contribuisce a contenere le pressioni sui prezzi. Inoltre, il recente rialzo del petrolio potrebbe compensare l’effetto disinflazionistico del cambio. Su base ponderata per gli scambi, la moneta unica si è mossa poco, rafforzando l’idea che non vi sia un problema immediato di competitività tale da imporre una risposta di politica monetaria.
A sostenere la linea della prudenza è soprattutto la domanda interna. I consumi stanno assorbendo la debolezza dell’export e di una parte dell’industria manifatturiera. Il mercato del lavoro resta solido, i salari crescono, i risparmi accumulati negli anni recenti continuano a sostenere la spesa delle famiglie. A questo si aggiungono le prospettive di una spinta fiscale, in particolare in Germania, con investimenti in difesa e infrastrutture. È questa resilienza domestica che consente alla Bce di prendere tempo e rinviare le scelte più delicate. Il vero bivio, secondo molti analisti, potrebbe spostarsi più avanti, forse al 2027.
Mentre l’Europa osserva e attende, negli Stati Uniti il clima è diverso. La Federal Reserve ha appena lasciato i tassi invariati dopo una serie di tagli, ma l’attenzione si è rapidamente spostata sulla decisione politica di Donald Trump di indicare Kevin Warsh come prossimo presidente della Fed al posto di Jerome Powell. Una scelta che ha già avuto effetti sui mercati e che apre interrogativi sulla futura direzione della politica monetaria americana. Trump non ha nascosto le sue aspettative. “Penso che Warsh voglia abbassare i tassi”, ha detto apertamente, aggiungendo che non avrebbe mai affidato l’incarico a qualcuno intenzionato ad alzarli. È una dichiarazione che dice molto del rapporto, sempre più esplicito, tra Casa Bianca e banca centrale. Il presidente guarda al costo del denaro non come a una variabile tecnica, ma come a un problema quotidiano per elettori, famiglie e imprese: mutui, prestiti, carte di credito.
Warsh, ex governatore della Fed tra il 2006 e il 2011, ha un profilo che sfugge alle etichette semplici. In passato era considerato un falco, attento ai rischi dell’inflazione e critico verso politiche troppo accomodanti. Negli ultimi anni ha mostrato aperture verso tassi più bassi, senza rinunciare a una difesa dell’indipendenza della banca centrale. Proprio questo equilibrio ha rassicurato una parte dei mercati, che vedono in lui una figura meno prevedibile ma anche meno allineata, almeno formalmente, alla pressione politica diretta.
Il problema centrale, per Trump, va oltre il tasso ufficiale deciso dalla Fed. Riguarda i rendimenti a lungo termine, quelli che determinano davvero il costo dei mutui e degli investimenti. Qui il controllo della banca centrale è limitato. Anche con tassi di riferimento più bassi, gli investitori possono continuare a chiedere interessi elevati se temono inflazione persistente, deficit pubblici fuori controllo o un’economia ancora troppo vivace. Warsh punta su una scommessa facile da spiegare ma difficile da realizzare: un aumento della produttività, spinto dall’intelligenza artificiale, capace di raffreddare i prezzi e convincere i mercati che tassi più bassi sono sostenibili. Le implicazioni per l’Europa sono tutt’altro che marginali. Una Fed orientata a tassi più bassi potrebbe indebolire il dollaro e rafforzare ulteriormente l’euro, complicando il compito della Bce. Al contrario, se i mercati resteranno scettici, la volatilità continuerà a dominare e il cambio resterà una variabile sensibile.
In questo intreccio di scelte e aspettative, la decisione di oggi sui tassi appare una scelta attendista. Francoforte resta prudente, Londra allineata, Washington in piena transizione. I tassi, forse, non si muovono. Il terreno politico e finanziario sotto la politica monetaria globale, invece, sì.

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