La vicenda di don Andrea Santoro, ucciso 20 anni fa, ci riguarda ancora
di Roberta Pumpo, Roma
Il 5 febbraio del 2006 l'omicidio del sacerdote romano fidei donum in Turchia. Numerose le iniziative per ricordarlo. Nei suoi scritti un'eredità viva

Domenica 5 febbraio 2006 alle 16.30 circa le agenzie di stampa battono la notizia dell’omicidio di don Andrea Santoro, sessantenne sacerdote fidei donum della diocesi di Roma. È stato ucciso nella chiesa di Santa Maria a Trabzon, o Trebisonda, in Turchia, di cui era parroco dal 2003. Sul Mar Nero guidava una comunità cattolica composta da meno di dieci persone. Pregava inginocchiato agli ultimi banchi stringendo tra le mani la Bibbia in turco che fu trafitta da uno dei due colpi di pistola sparatigli alle spalle. Il testo sacro porta ancora i segni del martirio ed è esposto in una teca nella parrocchia Gesù di Nazareth, guidata per 12 anni da don Andrea.
Nel ventesimo anniversario dell’omicidio, questa sera, alle 18.30, il cardinale vicario della diocesi di Roma, Baldo Reina, presiederà la Messa nella chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio, di cui don Santoro fu parroco dal 1994 al 2000, anno in cui partì per la Turchia. Ed è in questa parrocchia che il corpo del sacerdote riposa dal 2 dicembre 2022. Insieme agli ex parrocchiani di don Andrea e ai membri dell’associazione a lui intitolata – che proprio oggi, attraverso l’agenzia Sir, lancia il primo dei 10 podcast dedicati alla vita, alla spiritualità e all’eredità del sacerdote romano fidei donum –, parteciperanno alla celebrazione eucaristica le sorelle Imelda e Maddalena. Quest’ultima è rientrata da pochi giorni da Trabzon dove, con un piccolo gruppo di pellegrini, ha ricordato don Andrea nella Messa presieduta il 1° febbraio dal cardinale Enrico Feroci. Per il ventennale l’associazione sta anche organizzando una tavola rotonda con varie testimonianze prevista per la mattina del 21 marzo nella sala conferenze del Pontificio Seminario Romano Maggiore.
Da sempre, quando parlano del fratello, che oggi avrebbe 80 anni, le sorelle antepongono l’appellativo “don” al nome perché, spiega Maddalena, «esprime profondamente la sua vocazione. Don Andrea era indissolubilmente legato al suo ministero sacerdotale». I suoi familiari, prosegue la donna aprendo l’album dei ricordi, hanno «avvertito la sua tenacia nel seguire gli insegnamenti della Chiesa fin da quando era giovane, quando era seminarista e quando maturò quel forte desiderio di partire in missione tra i musulmani. Questo suo desiderio non era affatto slegato dalla Chiesa di Roma; lui ci teneva a sottolineare la sua appartenenza alla diocesi. Quando firmava le sue lettere scriveva: “don Andrea Santoro, fidei donum della diocesi di Roma”. Lo faceva perché la sua diocesi potesse essere presente attraverso di lui». La morte del fratello ha «lasciato un grande vuoto» nella vita di Maddalena, un dolore che però «già durante la prima settimana, tra la veglia a Santi Fabiano e Venanzio e i funerali, ha assunto una dimensione più ampia». La vicinanza di tante persone, la condivisione del lutto con gli ex parrocchiani, le hanno fatto comprendere che bisognava raccogliere tutto il materiale lasciato da don Andrea e conservato nella libreria di famiglia e nella canonica a Trabzon: libri, cartelle, diari, lettere, musica, diapositive, fotografie. Da quell’immenso archivio pochi mesi dopo la morte del sacerdote è nata l’Associazione don Andrea Santoro che diffonde la sua radicalità vissuta nella Sacra Scrittura e nella centralità dell’Eucarestia. Una peculiarità messa in luce anche dal cardinale Gianfranco Ravasi che nella prefazione de Un fiore dal deserto, raccolta di preghiere contenute in un diario di don Andrea, sottolinea che il rapporto con la Parola di Dio era il filo conduttore del suo ministero. L’approfondimento di questo fortissimo radicamento nella Scrittura, riflette Maddalena, «non è servito per “scoprirlo”, perché lo conoscevamo bene, ma per avere la continuità della sua presenza. Don Andrea, quando è andato in Turchia, diceva che il suo intento era abitare con la comunità e fare in modo che il suo esserci desse vita alla presenza di Gesù. Questa era la sua fede: non voleva convertire nessuno. Diceva sempre che va presentato solo il Vangelo, solo Gesù. Quello che una persona poi decide di fare o non fare nella sua vita lo apprende da Gesù, non da lui. Mi è sembrata una svolta conciliare vissuta nella sua carne». Del fratello le manca anche la «capacità di far sentire le persone apprezzate. Stimava noi come sorelle e come professioniste e questo ci faceva sentire libere nell’agire. A volte mi chiedeva anche consigli sul piano catechistico e teologico». Un legame che oggi prosegue attraverso la preghiera, nella quale Maddalena gli chiede, tra l’altro, di «continuare a stare vicino a chi ha bisogno».
Seguendo gli insegnamenti di don Andrea e della mamma Maria, scomparsa da qualche anno, le sorelle hanno perdonato l’assassino del sacerdote. «Pochi giorni dopo la morte di don Andrea, prima della sua sepoltura – ricorda Maddalena –, mamma disse che pregava il Signore per colui che aveva ucciso il figlio e per la sua mamma. Io aggiungo che perdono anche coloro che hanno suscitato quel desiderio di uccidere».
La sua lettera: «Solo se saremo granelli di sale dispersi...»
Ecco un estratto da una lettera scritta don Andrea Santoro pochi mesi prima della morte, indirizzata ai familiari e agli amici che seguivano il suo apostolato in Turchia.
Carissimi, vi scrivo dopo aver passato ieri una tranquilla e bella serata sul Mar Nero. [...] Vorrei lasciarvi con una riflessione che mi è venuta continuando a leggere la storia di quest’area del Medio Oriente. Spesso i cristiani hanno voluto creare degli stati cristiani, ritagliandosi dei territori in cui identificare religione, nazione, cultura. Questo ha portato a guerre, violenze e rivendicazioni in nome della fede. I confini della religione coincidevano o si volevano far coincidere con i confini dello stato, nato o da far nascere. È uno dei motivi per cui in questa realtà mediorientale non c’è pace e gli animi sono esacerbati. Mi sono ricordato che Gesù ha detto: «voi siete il sale della terra». Non ha detto: voi siete un pezzo di terra. A noi ha chiesto di essere il sale di ogni terra, di abitare ogni terra e di seminare in ogni zolla il sapore del vangelo. Il sale non si preoccupa di conquistare una terra ma di salarla perdendosi in essa. Se il sale rimane chiuso in una saliera tradisce se stesso. I cristiani non hanno bisogno di diventare una nazione o uno stato. Hanno il dovere di essere sale. Hanno ricevuto la grazia e il mandato per farlo. Chiudersi dentro dei confini è facile. È essere sale senza confini che ci è chiesto. […] L’identità cristiana non è un’identità territoriale e neppure semplicemente culturale. È un’identità evangelica: è il sale di Cristo in noi, è la nostra trasformazione in Lui, è il Suo vivere in noi, è la visibilità di Cristo attraverso noi, è lo scrivere il vangelo nel nostro essere, sentire e vivere. […]
Tutto questo come si può rapportare alla nostra vita di tutti i giorni, per noi per esempio che viviamo in Europa? In questo caso secondo me la questione è più semplice e ci chiede chiaramente un esame di coscienza e un mutamento di cuore. Per un cristiano non è tanto importante conquistare un posto, progredire nella carriera o affermarsi in politica. È importante come si è sale in quel posto di lavoro o nell’esercizio di quella responsabilità. Non è importante ritagliarsi uno spazio ma essere sale in ogni spazio. Non conta essere cassiera in un negozio, casalinga in famiglia, amministratore in un condominio, bidello in una scuola, medico in un ospedale, giudice nel tribunale, esperto economico in una banca, ma come si è cassiera, casalinga, amministratore, bidello, giudice, medico, economista. Il Signore ci riconoscerà se troverà in noi le sue stimmate e il mondo ci riconoscerà come discepoli di Gesù se troverà in noi i tratti del Maestro.
Preghiamo perché questo avvenga. Come granellini di sale lasciamoci gettare da Gesù dove lui voglia. Lasciamoci riempire da Lui per spargere il suo sapore e non i nostri profumi. Anche questa terra di Turchia, anche questo grande e delicato Medio Oriente, anche questo mondo musulmano ha bisogno di presenze “cristiane”, disposte a sciogliersi con amore disinteressato come il sale.
Da poco abbiamo celebrato la Pentecoste e tra poco celebreremo la Pentecoste ortodossa. «Venne Gesù, mostrò ad essi le mani e il costato e disse: ricevete lo Spirito Santo, come il Padre ha mandato me così io mando voi…». L’amore non ferisce ma è disposto a lasciarsi ferire. Non infligge colpi ma porta in sé i colpi delle stimmate. Ve lo auguro e prego per questo. Chiedo al Signore di assistermi. Buona estate. Un’occasione anche questa per essere sale sulle spiagge o in montagna o semplicemente al proprio paese o dove resteremo, magari inchiodati dalla malattia o dal dovere di soccorrere chi vi si trova. Con affetto vi saluto e vi invio la benedizione di S. Andrea, apostolo di queste terre.
Trebisonda, 18 maggio 2005, Don Andrea
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