«Io, vescovo in Cambogia, e la risurrezione della Chiesa dopo i Khmer rossi»
Il vicario apostolico di Phnom Pehn, Olivier Schmitthaeusler, racconta la rinascita della comunità cristiana dopo la tragica stagione della dittatura di Pol Pot. «Solo oggi vedo la prima generazione di cattolici che può trasmettere la fede ai propri figli»

Quella guidata oggi dal vicario apostolico di Phnom Penh, il vescovo Olivier Schmitthaeusler, è una Chiesa risorta dopo il sanguinoso periodo dei Khmer rossi, il movimento politico-militare di Pol Pot che tra il 1975 e il 1979 fece 1,7 milioni di morti: dagli intellettuali e dai vertici del Paese fino ai religiosi di ogni confessione e a tutti coloro che erano sospettati di opporsi ai suoi ideali. Il regime è caduto nel 1979, ma le prime elezioni libere si sono tenute solo nel 1993, dopo un lungo periodo di transizione. Ma il Paese non è ancora in pace: l’intervista si svolge nei giorni del cessate il fuoco con la Thailandia, con cui dal luglio 2025 sono in corso scontri sul confine che hanno causato numerose vittime, costringendo circa 500mila cambogiani ad abbandonare le loro case. Incontriamo il vicario apostolico presso il Centro pastorale di Phnom Penh, dove troverà spazio anche la nuova cattedrale cittadina: quella vecchia fu infatti rasa al suolo dai Khmer rossi.
Monsignor Schmitthaeusler, può raccontarci la storia recente della Chiesa in Cambogia?
«Nel 1970 i cattolici erano quasi tutti vietnamiti, scappati dal loro Paese per via della guerra: su circa 63mila fedeli, 60mila venivano dal Vietnam e solo due o tremila erano cambogiani. A quei tempi il vicario apostolico era monsignor Yves Ramousse delle Missioni estere di Parigi, ma quando i Khmer rossi presero il potere espulsero tutti gli stranieri, compresi i cattolici vietnamiti e i religiosi. Quindi, prima di lasciare il Paese, Ramousse si dimise in favore di un vescovo cambogiano, Joseph Chhmar Salas, che ben presto venne rinchiuso in un campo di lavoro del regime, dove morì nel 1977; lo stesso accadde a tutti gli altri religiosi di origine cambogiana e a moltissimi fedeli. La Chiesa è potuta tornare solo nel 1990 e a Pasqua di quell’anno monsignor Ramousse e padre Émile Destombes hanno celebrato ufficialmente la prima Messa dopo quindici anni. Ma la situazione era terribile: il 20% della popolazione era morto sotto il regime e c’è voluto tanto tempo per ricostruire, perché quando gli intellettuali, i religiosi e tutti coloro che con il loro sapere guidavano il Paese vengono uccisi, è difficile trasmettere quel poco che resta della memoria».
Lei è arrivato nel 1998, quando la Cambogia aveva faticosamente iniziato la sua ripresa. Come si ricostruisce la Chiesa in un Paese in cui è stata annientata?
«Io sono arrivato qui a 28 anni, appena ordinato sacerdote, ma la Cambogia non era ancora pacificata: molti si portavano dietro le armi e ho visto gente spararsi per strada. La guerra civile è finita il 29 dicembre del 1998, poi è iniziata la ricostruzione: per la Chiesa questo ha voluto dire rimettere insieme i pochissimi cattolici rimasti e quelli che si erano convertiti nei campi profughi, dove erano venuti in contatto con la Caritas. Io ho imparato la lingua khmer e nel 2001 sono stato inviato come missionario cento chilometri a sud di Phnom Penh, a Takeo: nella mia parrocchia c’era un solo cattolico che aveva ricevuto il Battesimo da poco ed era il cugino di uno dei primi sacerdoti cambogiani. Nello stesso periodo è stato mandato nella zona anche padre Pierre Suon Hangly, che da pochi mesi è stato nominato vicario apostolico coadiutore di Phnom Penh: i suoi fedeli erano una donna con tre bambini venuti da un campo profughi. Abbiamo affittato una casa insieme e cominciato a costruire così, andando nei villaggi nel fine settimana, ma per quanto mi riguarda l’evangelizzazione è passata soprattutto attraverso l’istruzione: nel 2002 ho aperto una scuola materna, poi nel 2003 un liceo che nel 2009 è diventato una piccola università. In questo modo a Takeo in pochi anni siamo passati da un solo fedele a quattrocento cambogiani battezzati: è la prima generazione di cattolici che nasce e poi trasmette la fede ai propri figli».
La Chiesa è potuta intervenire per portare il suo aiuto e il suo messaggio di pace nel corso del conflitto con la Thailandia, che si è riacceso a dicembre 2025?
«Caritas Cambogia sta portando aiuti nei luoghi in cui si sono rifugiate le 500mila persone fuggite dai villaggi di confine, ossia nei campi profughi e presso le pagode buddiste. Inoltre il 12 dicembre, quando erano in corso gli scontri, insieme agli altri due vescovi cambogiani ho firmato un appello per il cessate il fuoco. Alla fine di dicembre è stata concordata una tregua, ma la situazione rimane ancora oggi difficile. Il mondo purtroppo sta a guardare, sia perché la Cambogia è lontana, sia perché c’è molta disinformazione: per questo ho inviato messaggi al Papa, ad alcuni capi di Stato occidentali e ai vertici dell’Unesco, delle Nazioni Unite in Cambogia, dell’Alto Commissariato per i diritti umani e di quello per i rifugiati. L’ho fatto seguendo l’indicazione del nostro vescovo Chhmar Salas, che il 18 aprile 1975, all’indomani della presa di potere dei Khmer rossi, disse ai pochi missionari rimasti nel paese: “Non dimenticate di parlare di noi al mondo!”».
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