Perché la vita consacrata è una luce di pace nel mondo
di Matteo Liut
Si celebra oggi la giornata dedicata a chi si mette al servizio di Dio nella storia. Suor Brambilla: un segno profetico lì dove l’umanità è ferita

La vita consacrata, «quando resta accanto alle ferite dell’umanità senza cedere alla logica dello scontro, ma senza rinunciare a dire la verità di Dio sull’uomo e sulla storia, diventa – spesso senza clamore – artigiana di pace». È un messaggio pieno di gratitudine, unito a un caloroso incoraggiamento, quello che suor Simona Brambilla, prefetta del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ha inviato a tutte le consacrate e ai consacrati del mondo per la “loro” festa. Come ogni anno, infatti, il 2 febbraio, nella ricorrenza della Presentazione del Signore – che nel linguaggio popolare è conosciuta come “Madonna Candelora” –, si celebrerà la 30ª edizione della Giornata mondiale della vita consacrata.
Oggi alle 17 Leone XIV celebrerà la Messa in San Pietro e, solitamente, in questa occasione il Pontefice si sofferma sul significato della vita consacrata per la Chiesa e per il mondo. E vanno proprio in questo senso le parole di suor Brambilla, che ha inviato per la prima volta la lettera proprio per aiutare tutti coloro che vivono una scelta di consacrazione a riscoprire la portata profetica della loro attività. Anzi, della loro semplice presenza tra le donne e gli uomini del nostro tempo.
Nel corso dell’ultimo anno, racconta la prefetta, il Dicastero ha incontrato «tante persone consacrate chiamate a condividere situazioni complesse: contesti segnati da conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, minoranza religiosa, violenze e tensioni che mettono alla prova la dignità delle persone, la libertà e a volte la stessa fede. Esperienze che svelano quanto sia forte la dimensione profetica della vita consacrata come “presenza che resta”: accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova».
Questo “restare”, aggiunge suor Brambilla, «assume volti e fatiche diverse, perché diverse sono le complessità delle nostre società». E proprio nei contesti più difficili questa presenza è il segno che «Dio non abbandona il suo popolo».
Il “restare” evangelico, sottolinea la prefetta, «non è mai immobilità né rassegnazione: è speranza attiva che genera atteggiamenti e gesti di pace: parole che disarmano proprio dove le ferite dei conflitti sembrano cancellare la fraternità, relazioni che testimoniano il desiderio di dialogo tra culture e religioni, scelte che proteggono i piccoli anche quando stare dalla loro parte chiede un prezzo da pagare, pazienza nei processi anche all’interno della comunità ecclesiale, perseveranza nella ricerca di percorsi di riconciliazione da costruire nell’ascolto e nella preghiera, coraggio nella denuncia di situazioni e strutture che negano la dignità delle persone e la giustizia. Proprio perché è così, questo restare non è solo una scelta personale o comunitaria, ma diventa una parola profetica per tutta la Chiesa e per il mondo».
Ed quindi in questo «restare come seme che accetta di morire perché la vita fiorisca, in forme diverse e complementari» che si esprime «la profezia di tutta la vita consacrata» e che «matura una testimonianza di pace».
E la pace, conclude suor Brambilla, «non nasce dalla contrapposizione, ma dall’incontro, dalla responsabilità condivisa, dalla capacità di ascolto e di cammino sinodale, dall’amore per tutti nel solco del Vangelo per cui tutti sono fratelli».
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