Primo sì alla legge sulle lobby. Resta il nodo dei corpi intermedi

Via libera della Camera. La norma, che approda in Senato per l'approvazione finale, punta a rendere tracciabili i rapporti con i decisori pubblici
February 6, 2026
Primo sì alla legge sulle lobby. Resta il nodo dei corpi intermedi
La Camera dei Deputati /Foto Siciliani
È passato sotto silenzio il via libera della Camera alla legge sulle lobby che approda adesso al Senato per l’approvazione finale. A pesare è l’elevato grado di tecnicismo che caratterizza il provvedimento e, forse, anche una innata diffidenza verso le attività di lobbying. Eppure, come evidenzia il dossier del centro studi della Camera, parliamo di una legge attesa da trent’anni. Sono circa un centinaio i tentativi di iniziativa parlamentare in materia, sin qui tutti andati a vuoto, mentre ora la proposta è passata con 112 voti favorevoli e 104 astenuti. Nessun voto contrario, a conferma che un intervento era necessario. Va subito detto che non è chiaro, nemmeno tra gli addetti ai lavori, cosa ricondurre esattamente al concetto di lobby. Può pertanto essere utile contribuire a chiarire che parliamo, molto semplicemente, di rappresentanza di interessi e dei processi, spesso opachi, con cui si influenzano le decisioni politiche e legislative a favore di interessi particolare.
Parliamo dunque di una questione che è fondamentale per ogni democrazia. Una questione che, in quanto tale, non può essere lasciata nelle mani di una stretta cerchia di esperti e, in ultima istanza, al solo controllo della magistratura rispetto alla disciplina penale del traffico di influenze illecite e alla verifica delle condotte di indebita influenza sui pubblici ufficiali o decisori politici. È stata di recente la stessa Corte costituzionale a sollecitare il Parlamento affinché venga garantita una piena trasparenza dei processi di interlocuzione con le istituzioni pubbliche, “onde assicurare ai consociati la possibilità di un più accurato controllo sull’operato della pubblica amministrazione e dei propri rappresentanti eletti”.
Quando la legge verrà approvata, probabilmente prima della pausa estiva, prenderemo confidenza con l’istituendo registro pubblico per la trasparenza, con i requisiti e le incompatibilità per svolgere e rendere tracciabile questa attività di influenza sui processi decisionali e il relativo regime sanzionatorio. In questa sede riteniamo meritevole di interesse portare i riflettori su un profilo della legge che, sin qui, non è stato oggetto di discussione e cioè l’impatto che questo provvedimento avrà, direttamente e soprattutto indirettamente, sulla vita e la funzione dei corpi intermedi e della rappresentanza di interessi di tipo collettivo.
Sotto questo specifico punto di vista, tutt’affatto secondario in una stagione di conclamato individualismo e disintermediazione come la nostra, il confronto parlamentare si è limitato a valutare l’opportunità o meno di escludere il sindacato e la rappresentanza d’impresa dal campo di applicazione della legge. Tra le visioni opposte ha finito per prevalere, alla fine, l’idea di respingere una assimilazione tra rappresentanza di interessi particolari e rappresentanza di interessi collettivi e di categoria. Scelta coerente, a parere di chi scrive, con lo spirito e l’impianto della nostra Carta costituzionale sebbene non sia mai stata data attuazione all’articolo 39 in materia di libertà sindacale e non sia ancora chiaro dove esattamente collocare la rappresentanza d’impresa.
La scelta compiuta dal Parlamento non è tuttavia sino in fondo tranquillizzante perché, quantomeno indirettamente ma inevitabilmente, si comprimono ora gli spazi dei corpi intermedi. Emblematica di ciò, anche solo a livello figurativo e simbolico, è la circostanza che il registro dei lobbisti troverà collocazione presso il Cnel che, sin qui, è stata la casa della rappresentanza delle categorie produttive dell’economia e del lavoro (imprese, professioni, lavoratori dipendenti). Al di là dei suoi ciclici alti e bassi questo organo di rilevanza costituzionale trova giustificazione e legittimazione nella consapevolezza dei padri costituenti che nel governo dei processi economici e sociali esistono portatori di interessi che non sono “privati” ma che sono anzi il fondamento della Repubblica come è stato sancito in primis per il sindacato chiamato a rendere effettiva la partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
L’auspicio è, dunque, che l’imminente approvazione della legge sulle lobby non sia l’ennesima picconata sulla rappresentanza del lavoro e d’impresa, ma l’occasione per ripensare quello spazio della azione politica affidato dalla Carta costituzionale ai corpi intermedi che pare oggi profondamente degradato e che, tuttavia, risulta imprescindibile per ripensare su basi più aderenti alla realtà gli snodi culturali, istituzionali e normativi di quella ampia parte della relazione tra l’economia e la società che è mediata dal lavoro o anche, sempre più spesso, dal problema della mancanza di un lavoro o di un lavoro decente. Uno spazio di azione pubblico in senso lato, capace di rigenerare le espressioni genuine e più radicate della rappresentanza del lavoro e delle imprese messe a dura prova dalla proliferazione di contratti cosiddetti pirata firmati da sigle di comodo e più riconducibili alle lobby che non alla fattispecie sindacale di cui parla la Costituzione. La palla passa adesso agli stessi attori storici e genuini della rappresentanza delle categorie produttive e del lavoro che sono chiamati a dimostrare a una opinione pubblica confusa e delusa come il loro ruolo storico non sia giunto al capolinea o si manifesti attraverso una mera difesa di quelle rendite di posizione corporative che, nel tempo, ne hanno messo in discussione l’autorevolezza.

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