La storia di Carmen, Omaira e Yarelis: le madri del Venezuela morte alla vigilia dell'amnistia
I loro figli sono stati scarcerati dopo la destituzione del presidente Maduro ma loro non hanno fatto in tempo a vederli liberi. Oltre 600 detenuti politici ancora in cella

L'anno e mezzo di prigionia a Tocorón non ha spento l'amore di Víctor per le sue figlie: nelle otto ore di strada verso Maracaibo si è procurato un costume da orso, che poi ha indossato per riabbracciare le piccole. La maschera alleggerisce il peso delle ferite, e nasconde qualche lacrima di troppo. «È finita», dice Víctor, ormai rientrato a casa. Ma non tutti reagiscono con la stessa forza. Óscar, anche lui attivista, rilasciato dall'Helicoide, non ha riconosciuto i volti delle figlie, che gli sono venute incontro. Ci è voluto del tempo per ricordarle. «Il suo sguardo era smarrito, faceva fatica a camminare», dicono i familiari ad Avvenire. «Quando portano via una persona, colpiscono l'intera famiglia», dice Fatima Sequea, sorella del capitano Antonio José Sequea, torturato e tenuto in isolamento a El Rodeo I, dov'era recluso Trentini: il controspionaggio militare ha portato via anche la mamma, Merys Torres, e la nipote Ana Zoris Torres. «Qui il “sippenhaft” è ricorrente», dice Sequea, che a forza di vivere l'esperienza ha imparato il termine in tedesco: «Copiano i nazisti: perseguitano e in qualche modo rovinano anche i familiari dei dissidenti».
Lo si vede nei volti delle madri, che da 57 giorni attendono risposte davanti ai cancelli dell’Helicoide e di altri centri di detenzione. Con alcune di loro la vita è stata ingiusta: Carmen Dávila, 90 anni (circa), è morta in ospedale, il 22 gennaio, senza sapere che suo figlio, il medico Jorge Yéspica Dávila, era stato rilasciato. Il giorno precedente si è spenta, per un infarto, Yarelis Salas, 39 anni, a margine di una veglia davanti al Tocorón: non ce l'ha fatta a vedere suo figlio, Kevin Orozco, rilasciato pochi giorni dopo. Nemmeno Omaira Navas, madre del giornalista Ramón Centeno, ce l'ha fatta: stroncata da un ictus poco prima del rilascio del figlio. È passato poco più di un mese dalla cattura di Nicolás Maduro e dal “nuovo corso” cominciato dalla presidente ad interim, Delcy Rodríguez. L’arresto e l’imminente estradizione negli Usa – secondo la stampa colombiana – del fedelissimo Alex Saab ne è parte. Come la convocazione di un non meglio precisato “dialogo”, a cui per ora ha risposto l’ala più moderata dell’opposizione, guidata da Henrique Capriles. In quest’ottica rientra l’annuncio dell’amnistia, la cui legge dovrebbe essere approvata a breve. A prima vista le scarcerazioni procedono, dopo un primo stallo provocato dal ministro dell'Interno Diosdado Cabello: sono 350 i prigionieri rilasciati, secondo l'Ong Foro Penal, e ne rimangono in cella 687, di cui 87 donne. La preoccupazione aumenta, là dove alcuni muoiono, perché non reggono le condizioni detentive: l'ultimo, Jhoember Escobar, deceduto sotto custodia, tra martedì e mercoledì, nel penitenziario di Yare II. La crisi dei detenuti politici interpella la Chiesa locale, vicino alle famiglie «separate e ferite» dalle detenzioni a sfondo politico. Interpellato sulla futura Legge di amnistia, il presidente dei vescovi venezuelani Jesús González de Zárate, ha sottolineato l'urgenza di «un dibattito autentico, al quale possiamo partecipare tutti», affinché «vengano meno le paure e si possa garantire la convivenza cittadina». Monsignor González auspica di «conoscere meglio i dettagli della proposta», poiché Caracas non ha neppure fornito una prima bozza. I vescovi locali chiedono quindi «la libertà di tutti i prigionieri politici», e restano «vicini ai loro familiari», anche a costo di subire «forti critiche» da parte di Palazzo di Miraflores. Poche ore prima dell'intervento dei vescovi, il cardinale Baltazar Porras e padre Arturo Peraza SJ, rettore dell'Universidad Católica Andrés Bello, si sono recati davanti al carcere di Boleíta, pregando insieme ai familiari dei detenuti affinché «si aprano i cancelli».
La Chiesa locale si dice inoltre preoccupata per il controllo Usa sul Paese a seguito del blitz anti-Maduro: «Non possiamo rimanere spettatori passivi dinanzi al dominio straniero sul nostro Paese», dicono i vescovi, che rimangono scettici sull'impennata di «ricchezze» promesse da Trump a Caracas, che possono rivelarsi sinonimo di «corruzione e ingiustizia», anziché «garanzia di equità».
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