Claude, Lea, Katelin: così combattiamo la tratta
Nel messaggio per la 12° Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, che si celebra domenica, il Papa ha denunciato il «flagello» dello sfruttamento, ribadendo che la «vera pace» inizia dalla «tutela della dignità». Domani si conclude anche la settimana di sensibilizzazione contro il traffico di esseri umani organizzato, per giovani da tutto il mondo, dalla Rete Talitha Kum.

«La violenza della tratta di persone – ha scritto il Papa nel messaggio pubblicato in occasione della 12° Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta, che si celebra domenica, – può essere superata solo attraverso una visione rinnovata, che considera ogni individuo come un figlio amato da Dio». Quello di Leone XIV è un «appello globale», contro il «flagello» dello sfruttamento, alimentato dalla «stessa logica di dominio e disprezzo per la vita umana» che si manifesta nella guerra. Mentre la «vera pace inizia con il riconoscimento e la tutela della dignità data da Dio ad ogni persona», ha proseguito il Pontefice, facendo eco al tema scelto per la Giornata mondiale 2026, organizzata dalla Rete Talitha Kum: «La pace comincia con la dignità». Oggi e domani i giovani "ambasciatori" della lotta contro la tratta nel mondo, tra cui molti sopravvissuti al traffico di esseri umani, vivranno i due giorni conclusivi della settimana di iniziative in preparazione all'8 febbraio, coordinata sempre da Talitha Kum. Domenica, nella festa di santa Giuseppina Bakhita, simbolo universale e patrona della lotta alla tratta, l'incontro mondiale si concluderà con la preghiera dell'Angelus in piazza San Pietro, insieme al Papa. Tra i tanti ragazzi e ragazze, impegnati in ogni continente nella sensibilizzazione contro tutti i tipi di sfruttamento, ci sono anche Claude dal Burundi, sopravvissuto alla tratta, e Lea e Katelin, attiviste di Talitha Kum in Libano e Australia.
Claude, dai lavori forzati all'impegno contro la tratta
Ci sono Paesi nel mondo in cui anche i sogni sono un rischio. «Dopo aver concluso il master in Scienze sociali all’Università del Burundi, diversi anni fa, ho iniziato a cercare lavoro – racconta Claude B., 34 anni –. Nel mio territorio era difficile, e così, come molti miei coetanei, sognavo di trovarlo all’estero, per avere un futuro migliore». Sfortunatamente però, spiega il giovane per telefono da Bujumbura, città sulle rive del lago Tanganica, «questo desiderio mi ha reso vulnerabile». La voce di Claude è sottile e intermittente, attorno a lui si sentono risate di bambini. «Mi sono affidato a persone che mi avevano promesso un buon lavoro fuori dal Burundi, e ho pagato loro una grossa somma di denaro, insieme ad altri giovani», continua. Da lì, l’inferno della tratta. «Ci hanno portato in Kenya, dove immaginavamo poi di proseguire verso il Kuwait, il Libano o Dubai», racconta con voce commossa. «Invece all’improvviso ci hanno confiscato passaporti e soldi, lasciandoci senza cibo, esposti a condizioni di vita disumane». E costretti ai lavori forzati.
Poi l’intervento di un amico seminarista, impegnato nella lotta contro la tratta degli esseri umani, e la liberazione. «Sono stato rilasciato grazie all’aiuto di questo mio compagno di Nairobi, attivo nella Rete di Talitha Kum – riprende il giovane –. Grazie a loro sono riuscito a tornare in Burundi, anche se percepivo di essere sopravvissuto a un’esperienza che avrebbe profondamente segnato la mia vita». Ma non entra nei particolari, Claude, non vuole mettere in evidenza il suo sentirsi “sopravvissuto”, e piuttosto si sofferma su ciò che è accaduto dopo. «Ho iniziato a frequentare le suore di Talitha Kum e mi sono reso conto di essere stato vittima della tratta – prosegue –, un crimine orrendo che distrugge ogni dignità, con persone che si approfittano della povertà, della disoccupazione e dei sogni, specialmente dei più giovani, per ingannarli con false promesse e sfruttarli».
Ora Claude è uno degli young ambassadors del network globale di Talitha Kum. «L’incontro con la Rete contro la tratta degli esseri umani – testimonia il giovane burundese – mi ha aiutato a rinascere dopo quella esperienza terribile, a trasformare la mia sofferenza in una missione di sensibilizzazione». Oggi Claude, a cui non è stato rilasciato il visto per partecipare in questi giorni alle iniziative di Talitha Kum a Roma, è impegnato nella formazione dei giovani sui temi della tratta. «Aumentare la consapevolezza riguardo alla lotta contro lo sfruttamento, nelle comunità, nelle scuole, nei centri giovanili – afferma Claude – aiuta i ragazzi a riconoscere i fattori di rischio e ad evitare le offerte di lavoro ingannevoli». Nel suo Paese si occupa anche di creare partnership con le associazioni e le università, e di trovare canali per parlare di prevenzione anche tramite i social media. «Il mio obiettivo è semplice ma forte: riuscire a far sì che più nessun giovane cada nella mia stessa trappola».
In Libano, accanto agli sfollati a rischio sfruttamento
«Per sensibilizzare le persone contro la tratta in Libano – racconta Lea Al Haddad, 27 anni, stretta nella sua sciarpa viola di Talitha Kum – è indispensabile aiutarle prima a guarire dal trauma della guerra». La giovane psicologa, originaria di un paese vicino a Beirut, young ambassador della Rete, in questi giorni è a Roma per la prima volta con Talitha Kum. «Durante i conflitti e negli sfollamenti – prosegue, sotto i grandi occhiali neri – per ragazzi e adulti è alto il rischio di cadere nelle trappole di chi traffica esseri umani». Così Lea organizza in Libano attività di formazione nelle parrocchie, nelle scuole e, soprattutto, nei campi profughi libanesi, per accrescere la consapevolezza contro lo sfruttamento. «Ho conosciuto Talitha Kum nel 2024 – aggiunge – e da quel momento questa esperienza mi ha coinvolto con tutta me stessa». L’impegno contro la tratta poi, proprio grazie ai giovani, sta raggiungendo anche il mondo digitale. «Cerchiamo in tutti i modi di creare consapevolezza riguardo all’uso corretto dei social media, spiegando alle persone che non devono condividere tutto della loro vita privata, e soprattutto non devono fidarsi di chiunque». In Libano, infatti, un numero sempre maggiore di giovani, in questo periodo, senza saperlo è vittima di sfruttamento attraverso il web. «A causa della crisi economica nel Paese e della disoccupazione, molti cercano lavoro anche tramite internet – spiega Lea –. Spesso queste persone, poi, si fidano di chi gli propone false offerte di lavoro all’estero oppure cedono, in cambio di denaro, all’invio di foto intime online». Una storia che non dimenticherà è quella di un uomo, poi fortunatamente salvato da Talitha Kum prima di cadere nell’inganno dei criminali, «che stava per inviare molti soldi a un profilo fake che fingeva di essere una donna interessata a lui».
Lea mercoledì ha incontrato papa Leone XIV in Aula Paolo VI, al termine dell’udienza generale, insieme agli altri giovani leader della Rete contro la tratta. «È stato incredibilmente emozionante – testimonia –. Io l’avevo visto anche alla festa con i giovani libanesi a Beirut, lo scorso dicembre, quando è venuto in visita apostolica nel mio Paese. Una serata indimenticabile».
Australia, dove il fast fashion è la moderna schiavitù
Katelin Lawrie è arrivata a Roma da Adelaide, in Australia. «Il mio Paese è il primo al mondo per consumo di “moda usa e getta”, il cosiddetto fast fashion – racconta la giovane di 24 anni, laureata in Diritto internazionale – con una media di 56 capi di vestiario utilizzati e buttati da ciascuno ogni anno». Risponde così la young ambassador di Talitha Kum, alla domanda sui fattori di rischio per le potenziali vittime di tratta degli esseri umani in Australia. «Se parliamo di sfruttamento – specifica – penso subito alle industrie senza scrupoli che costringono a lavori usuranti e mal retribuiti persone vulnerabili, solo per ricavarne denaro e vendere sempre più vestiti agli australiani». Katelin è impegnata in una organizzazione che fa parte di Australian Catholic Religious against Trafficking in Humans, un network ecclesiale contro la tratta grazie al quale ha conosciuto Talitha Kum. «Credo che sia molto importante usare la nostra voce di giovani, e le posizioni lavorative che abbiamo, per denunciare lo sfruttamento delle persone e le moderne schiavitù», ha aggiunto l’attivista, impegnata anche nella tutela dei diritti civili delle popolazioni indigene australiane. «In particolare in Australia, lo sfruttamento avviene molto spesso sottotraccia, in segreto – prosegue – e a correre i rischi maggiori sono le persone migranti e i rifugiati che arrivano nel Paese per lavorare e vengono reclutati soprattutto nelle fabbriche di fast fashion e nelle industrie elettroniche, o sfruttati sessualmente».
Sono vulnerabili tutte quelle persone che «non conoscono la lingua, non sono al corrente dei propri diritti o che, per disperazione, accettano un lavoro “disumano” ritenendolo la loro unica possibilità di sopravvivenza», sottolinea Katelin. L’impegno delle associazioni coinvolte nella lotta al traffico di esseri umani, in Australia, si focalizza proprio sulla tutela “preventiva” di coloro che sono più a rischio. «Insieme a tanti giovani cerchiamo di dare voce a chi non ha voce e di creare nelle persone consapevolezza, aumentando l’autostima e la fiduca nelle proprie potenzialità – conclude –. Proprio per questo stiamo lavorando molto con le comunità indigene e con i richiedenti asilo: per creare veri ambienti di “inclusione sociale”».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






