Nel Giorno del ricordo la storia di Giuseppe che vide casa sua diventare Jugoslavia

Classe 1933, Sogarello racconta la sua infanzia tra orrori, stragi, lavoro e vita nei campi profughi. Nella sua Dignano non torna più da anni: troppo ricordi
February 10, 2026
Nel Giorno del ricordo la storia di Giuseppe che vide casa sua diventare Jugoslavia
Sogarello indica la sua casa a Dignano ritratta in un disegno a china
“Era l’alba del 24 giugno 1952, ore 4 e 30, quando a 19 anni con il treno partii dall’Istria verso una destinazione sconosciuta. Gli altri erano già partiti nel 1947, l’Istria si era svuotata, li avevamo visti andare via tutti e nelle loro case erano entrati macedoni, bosniaci, croati, montenegrini, con usi strani e lingue così diverse dal nostro secolare dialetto. Noi invece facemmo in tempo a vivere 7 anni sotto il regime di Tito, ma non si poteva resistere oltre. E così perdemmo tutto ciò che amavamo”. Giuseppe Sorgarello, nato a Dignano nel 1933, ci accoglie con la moglie Maria Rosa nella casa di Novara, dove alla fine lo ha condotto il lungo esodo. I 93 anni che porta sulle spalle non lo hanno incurvato né gli hanno spento il lampo ironico dello sguardo. Nella sua Dignano non ha più cuore di tornare, “l’ultima volta che l’ho fatto qualche anno fa ho camminato nella strada centrale, la Ca’ Nova, e dietro a quei portoni sbarrati e ai muri ancora sbrecciati dalla guerra, coperti anche oggi dalle scritte in vernice rossa dei tempi dei partigiani titini, immaginavo gli amici che ci abitavano quando ero piccolo, risentivo le loro voci, mi dicevo ecco la casa di uno, ecco la casa dell’altro… troppa nostalgia”. Ma a tornare in Istria ogni giorno è il suo cuore, che conserva persino ogni data, rimasta incancellabile.
Ricordi del prima e del dopo, con il 1945 come spartiacque. Un 1945 che lui chiama “il patatrac”, la fine improvvisa dell’infanzia e l’inizio di una nuova vita “molto difficile per noi italiani rimasti in quella che da secoli era casa nostra e diventò Jugoslavia, sotto una nuova dittatura ancora più esigente di quella appena finita”. Già, perché come racconta Sorgarello, in Istria il 25 Aprile segnò sì il tramonto del nazifascismo, ma a differenza di ciò che accadde nel resto d’Italia qui subentrò un regime comunista e i “liberatori” furono i titini occupatori.
Così i ricordi del bambino di Dignano oscillano tra gli orrori visti durante l’occupazione nazista dopo l’8 settembre del 1943 e quelli poi perpetrati dagli jugoslavi, anche in tempo ormai di pace. “Immaginate a 11 anni essere costretto a guardare ventuno impiccati”, comincia. Era il 1944 e Giuseppe con il padre sul carro trainato dai muli si recava al mercato di Pola a vendere i prodotti della loro fertile campagna. “La sera prima a Stignano, alle porte di Pola, un gerarca fascista era stato ucciso in un’imboscata e i tedeschi per rappresaglia presero ventun prigionieri dalla Strafhaus, le carceri di Pola costruite ancora dall’Austria-Ungheria, e li appesero agli alberi. Noi arrivavamo col carro e i tedeschi ci fermarono, costringendoci a guardare. Non dimenticherò mai quelle lingue nere, quegli occhi stravolti”. Suo zio Nicola, di idee socialiste, era rinchiuso alla Strafhaus con l’accusa di commercio illecito di stoffe, ma tra i detenuti messi in fila si trovò al 23esimo posto, salvo per un pelo.
L’anno dopo però, il fatidico 1° maggio del 1945, giorno di libertà per il resto d’Italia, ma data funesta che vide l’ingresso dei titini in città come Pola, Fiume, Trieste, Gorizia e l’inizio della mattanza, Giuseppe e i suoi amichetti attendevano curiosi “che arrivassero loro, quelli che la propaganda chiamava la IV Armata. Avevo 12 anni, seduti sui muretti aspettavamo di vederli… e infatti giunsero sulla strada che da Fiume arrivava a Dignano, ma vedemmo decine di sbandati, né vestiti né nudi, coperti di stracci, con i fucili uno diverso dall’altro. Io, che a scuola ero stato indottrinato dal fascismo e quindi ammiravo il re e il Duce, mi sentii defraudato, era il primo di tanti rovesci che avrei subìto… In una sola notte la mia Dignano divenne Vodnjan. E io fui di nuovo indottrinato”. Sotto il fascismo era stato “Figlio della Lupa”, poi sua mamma gli aveva comprato la divisa da Balilla, “ma è arrivato il patatrac e non l’ho mai indossata: poco dopo sono diventato “Pioniere” e a scuola imparammo a marciare, a prendere in mano i fucili di legno, a recitare poesie dedicate al maresciallo Tito. Le medie furono un disastro, praticamente noi italiani fummo tagliati fuori, tant’è che per tutta la vita, anche in ufficio, ho tenuto il dizionario nel cassetto perché scrivere in italiano mi è difficile e il croato non l’ho mai imparato”.
Al regime jugoslavo deve però i quattro anni di “alternanza scuola-lavoro”, come la chiameremmo oggi, presso l’Arsenale di Pola, dove i ragazzini furono inviati a imparare in fretta il mestiere quando nel 1947 l’esodo in massa dei polesani svuotò la città e rese necessario rimpiazzare ovunque le maestranze. “A 14 anni quindi mi trovai a studiare di mattina e lavorare il pomeriggio all’Arsenale – racconta –. A me che ero di Dignano andava bene, perché da casa portavo pane e prosciutto, non ci mancava il cibo, ma i colleghi di Pola, soprattutto gli slavi venuti da tutta la Jugoslavia e gli operai di Monfalcone, giunti dall’Italia in quanto comunisti e convinti di trovare il paradiso, erano alla fame. Soprattutto dopo il 1948, quando Stalin ruppe i rapporti con Tito e la povertà divenne insostenibile, per loro c’erano ancora le tessere alimentari come in guerra, avevano diritto a 5 chili di farina al mese. I poveri monfalconesi si ribellarono, ma per questo molti finirono nel gulag di Goli Otok, la terribile Isola Calva. Ricordo un tornitore molto abile al lavoro, che al pomeriggio veniva costretto a spalare le macerie in cui la città era ridotta, un giorno si rifiutò ma per punizione dovette spalare con un cartello sulla schiena, messo alla gogna. Alle 10 avevamo 15 minuti di pausa per mangiare e andare dal Commissario politico, che ci controllava: anche se lavoravo bene, io ero messo in croce, costretto a dare a loro il mio pranzo…”. Delle foibe non si sapeva, ma la gente spariva nel nulla, “a Dignano ci terrorizzava la sede dell’Ozna, la polizia di Tito: se si entrava lì, chissà se si usciva. Ricordo una guardia comunale, si chiamava Filippetto, il suo corpo decomposto fu trovato nel campo dopo giorni… Una nostra vicina di casa ricercata dai titini si rifugiò nel nostro sottoscala e così si salvò, ma mio padre era furioso, aveva messo tutti noi in pericolo”.
Tra i suoi ricordi c’è anche l’aereo americano colpito dalla contraerea tedesca nel ’44, episodio visto con gli occhi del bambino: “Noi piccoli vedendolo perdere quota intuimmo dove sarebbe caduto e corremmo lì a rubare le ruote per costruire un monopattino. Arrivammo prima della polizia e a terra c’era il pilota morto, era un nero, ci fece tanta paura”. Sempre in monopattino o sull’asino la zia lo mandava nei boschi a portare cibo ai partigiani, perché lo zio Nicola era dei loro, e il piccolo Giuseppe con l’incoscienza dei bambini sapeva mentire ai tedeschi, “ma mi tremavano le gambe”.
E poi non ha mai scordato la strage di Vergarolla, di cui ricorre l’80esimo anniversario, 28 ordigni fatti esplodere sulla spiaggia di Pola il 18 agosto 1946 (l’Italia era già Repubblica e Pola era ancora Italia) durante un’affollata manifestazione sportiva patriottica pro Italia: “Io avevo 13 anni, mia madre mi mandò a Pola a portare gli ortaggi alla signora Gina, in via Barbacani. All’improvviso sembrò la fine del mondo, tutta Pola sobbalzò, i vetri andarono in briciole. Non sapevamo cosa fosse, la guerra era finita da tempo, presi la corriera e scappai a casa. Il giorno dopo sapemmo dei cento e più morti, fu allora che la grande massa di italiani decise di andarsene”.
La festa per i 20 anni di Sogarello (il primo a destra) alla caserma Perrone
La festa per i 20 anni di Sogarello (il primo a destra) alla caserma Perrone
I Sorgarello rimasero. Suo padre era irremovibile, “come si fa a lasciare la terra e gli animali?”. La madre invece era più propensa, “mi no ghe dago le mie figlie in sposa ai s’ciavoni, agli jugoslavi”, ride Giuseppe. Che però, spirito ribelle quale era, un giorno decise, come avevano già fatto altri, di scappare dalla Jugoslavia legato sotto un carro. “La mia intenzione però arrivò alle orecchie di mio padre, che si arrabbiò, ‘Ti vol scampar solo? Qua va via tuti o no va via nissun’, gridò. Era giugno del 1952, l’epoca del raccolto, con giorni e notti di coda all’ufficio preposto ottenemmo l’opzione per partire su quel treno. Mia sorella più piccola aveva un anno… Mi sentii responsabile, perdevamo tutto a causa mia, un peso che mi sono sempre portato dentro”. Dal treno, l’addio al campanile di San Biagio, simbolo di Dignano, cantando mestamente “e la partenza xe dolorosa, la me morosa la piangerà”: “L’avevo davvero la morosa, a Gallesano. Perdevo proprio tutto. L’ho rivista 40 anni dopo, ormai era nonna”.
Poi l’arrivo a Udine e da lì anni nei campi profughi, dove c’era posto, “l’alta Italia era già tutta occupata, restavano Sicilia e Abruzzo. Finimmo vicino all’Aquila, in camerate suddivise con delle coperte appese a fare da parete tra le famiglie. Qui a Novara, però, c’era uno zio che, essendo partito già nel 1947, aveva un buon angolo nella camerata dentro la caserma Perrone, possedeva persino i letti a castello per tutta la sua famiglia. Lo raggiunsi e mi arrangiai con loro. È lì che ho festeggiato i miei 20 anni”. Poi via via, di campo profughi in campo profughi, il mestiere imparato in Arsenale sotto la Jugoslavia gli fece fare carriera come lavoratore provetto, “è l’unica cosa buona che devo a Tito”, ride, “anche se devo molto alla mia predisposizione naturale”. Lo dimostrano i capolavori intagliati in legno che conserva, come il veliero che gli ha richiesto mille ore di lavoro certosino, o la perfezione stupefacente con cui ha riprodotto la cupola novarese di San Gaudenzio dell’Antonelli (lo stesso della Mole torinese) e il Campanile dell’Alfieri. Ma i temi che intaglia più spesso sono i palazzi storici del suo paese, nel legno di un ulivo che gli hanno mandato dall’Istria: “Da molti anni con quel tronco scolpisco opere, ormai lo sto esaurendo… Ho inviato a San Biagio un crocifisso e un modellino della chiesa, li ho affidati a esuli in viaggio a Dignano, io non ce la faccio, troppo dolore”. Ogni anno a chi torna a Dignano chiede di andare al cimitero, sul muro di cinta una lapide per tutti gli istriani morti nella diaspora nel mondo, più in là la tomba dei suoi nonni, “i miei avi erano a Dignano dal 1500”. La sua casa, gli hanno riferito, ora è in vendita. Nel cortile c’è ancora l’antica cisterna, vera ricchezza nell’Istria riarsa di un tempo, “l’acqua più buona del mondo, i vicini venivano col secchio a chiederne, ce n’era sempre per tutti”. Sul muro esterno resistono le due iniziali, SG, che aveva tracciato da ragazzo. Ma anche le scritte rosse, “hocemo Tito”, vogliamo Tito, che in una sola notte nel 1945 imbrattarono tutta Dignano, alla vigilia della visita di una commissione internazionale incaricata di studiare la situazione per tracciare i nuovi confini: bisognava convincerla che la popolazione, in realtà al 90% italiana, stava con Tito…
Oggi, quando scolpisce quel legno, Sorgarello spera sempre che sia cresciuto nell’uliveto di suo padre.
Sogarello è un fine intagliatore, ha realizzato ad esempio questa bellissima la cupola novarese di San Gaudenzio dell’Antonelli  
Sogarello è un fine intagliatore, ha realizzato ad esempio questa bellissima la cupola novarese di San Gaudenzio dell’Antonelli  

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