Ève Guerra: «La mia identità è la letteratura»

La scrittrice figlia di un francese e di una congolese nel suo primo romanzo “Rimpatrio” racconta in chiave autobiografica la storia di una difficile presa di coscienza
February 9, 2026
Ève Guerra: «La mia identità è la letteratura»
La scrittrice Ève Guerra / © Laure Achour
Ève Guerra ha realizzato i suoi sogni: oggi, a 37 anni, è poetessa e scrittrice di successo e insegna lettere classiche al liceo, ma il suo è stato un percorso irto di ostacoli. Nata in Congo da un padre italofrancese – un meccanico che aveva cercato in Africa un riscatto da un passato difficile – e una donna congolese, allo scoppio della guerra civile si è trasferita a Douala in Camerun, dove si è diplomata al liceo francese per poi iscriversi all’Università di Lione, prima a Scienze politiche poi a Lettere classiche. Ha ricostruito quegli anni travagliati, il complicato rapporto col padre, un uomo prevaricatore e maschilista ma a modo suo affettuoso e presente da cui si era staccata a fatica, nel romanzo Rimpatrio (Feltrinelli, pagine 189, euro 18,00), vincitore nel ’24 del Prix Goncourt Opera Prima e finalista a diversi premi internazionali. In questi giorni è in Italia in un tour di presentazione: l’11 febbraio a Milano, il 12 a Firenze e il 13 a Roma.
Il titolo Rimpatrio allude alle difficoltà da lei incontrate per portare in Francia le spoglie di suo padre morto in Africa. Nonostante la protagonista abbia il nome Annabella, il suo romanzo è dichiaratamente autobiografico, che significato ha avuto per lei ripercorrere quelle dolorose esperienze?
«Come Proust, credo che i libri siano una chiave d’interpretazione che ci permette di comprendere il mondo, le persone e le cose. Rimpatrio è nato da un doppio scacco, quello di un primo romanzo abbandonato sulla guerra civile in Congo e l’impantanarsi in una vita trascinata all’infinito in un lutto inconsolabile. Ho voluto fare l’autopsia di quel disastro. Questo libro nasce dalla rabbia e nello stesso tempo dalla disillusione, sono i due sentimenti che lo attraversano. Credo che ponga tre domande, un po’ pretenziose ma che dovevo assolutamente chiarire per entrare nella “età della Ragione”: siamo veramente liberi o invece radicati a un luogo di nascita, a una famiglia ? A che serve la letteratura? Come si diventa scrittori? Scrivere questo libro mi ha permesso di comprendere chi era mio padre, in quale ambiente sono cresciuta e perché sarò sempre un essere in fuga, la cui sola radice resterà la letteratura».
La crisi d’identità in cui annaspa Annabella è in parte dovuta all’essere meticcia, quindi accolta con diffidenza sia in Africa che in Francia?
«La diffidenza suscitata da Annabella è legata più alla sua personalità che al meticciato. Lei è una marginale, educata da un uomo a sua volta marginale. Non s’inserisce in alcun gruppo sociale per la semplice ragione che le hanno trasmesso pochi codici, quindi l’ambiente che la circonda le riesce incomprensibile».
Lei ha proiettato su Annabella la sua stessa infelicità negli anni di formazione?
«Rimpatrio è un libro sul senso di colpa e sul lutto: la perdita del padre e la perdita di sé. Nel personaggio di Annabella ho voluto mostrare come l’abbandono e la distruzione del suo ego le abbiano donato l’umiltà, e quindi la salvezza. Annabella fallisce in tutto e alla fine sarà salva perché priva di orgoglio. La sua colpa è non solo di aver abbandonato il padre, ma di aver mentito dicendo anticipatamente che era morto, cioè l’abbandono totale. Il suo disagio si manifesta in un’assenza al mondo, in senso filosofico e psicanalitico. Annabella è assente perché traumatizzata e abitata dalla stessa violenza che l’ha traumatizzata. La stessa assenza al mondo vissuta da suo padre, sempre in fuga da un luogo all’altro».
Il rapporto ambivalente con il padre influenza di riflesso quello con la madre che, non potendo sopportare la violenza del marito, abbandona anche la figlia?
«Annabella è stata educata dal padre a guardare il mondo con malevolenza. E soprattutto è stata allevata da un uomo misogino, che le ha insegnato a disprezzare le donne, benché lei stessa sia donna. Così non ama le donne e nemmeno se stessa».
Al colmo della disperazione, Annabella se la prende con i suoi libri, li vede come bugiarde illusioni e li butta via, ma una sua professoressa (forse la Eve di oggi) le scrive per ricordarle l’importanza della letteratura.
«Sono profondamente convinta che la letteratura serva almeno a due cose: a salvare i mondi perduti, la casa di una nonna che non si rivedrà più, il giardino dove si pranzava in famiglia, tutti i posti dove non si va che in sogno; credo anche che la letteratura serva a unirci attraverso il potere della trasmissione, a fare di noi lettori una comunità spirituale attorno a un libro, a un autore. La letteratura, come l’arte, è l’unico modo di salvare ciò che è destinato a scomparire».
Lei ha esordito con un libro di poesie, e c’è una forte connotazione poetica nel romanzo, resa visivamente anche nell’uso di frequenti a capo tra le righe, è un suo particolare uso dei versi nella prosa?
«La poesia è importante in Rimpatrio, la sua forma oscilla tra versi liberi e paragrafi, con frasi più determinate dal ritmo e dal suono che dal senso. Questa libertà dalla sintassi deriva dalla mia frequentazione della poesia latina».
Il suo amore per i classici ha dettato anche il paragone tra Annabella e Antigone, a proposito del dovere della sepoltura?
«Vedo in Annabella un’Antigone moderna, che per sua disgrazia ha abbandonato Edipo. Oltre all’obbligo di sepoltura, le avvicina anche il destino di solitudine e di opposizione alla famiglia (che è il senso etimologico greco del nome Antigone). Rimpatrio riecheggia un po’ la composizione della tragedia: unita d’azione, e destino individuale di fronte al fato. Il linguaggio di Rimpatrio è un omaggio alla tragedia e alla poesia e si crea un proprio percorso, almeno spero, attraverso tutte le tradizioni che eredita, spossessando le parole del loro senso, per investirle di altre immagini, altri sogni».

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