Oggi tanti si lamentano ma pochi sanno piangere. Eppure bisogna imparare a farlo
Mettere in parole e in preghiera il proprio lamento è una via promettente. La cosa più faticosa, ma bella, è recuperare la capacità di versare lacrime di dolore, si tratti di gioia o di dolore

Le lamentele sembrano diventate uno sport di moda. Alcuni ne fanno quasi un ritornello che li accompagna costantemente, costringendo vicini e lontani a subire una specie di “martirio”; molto esposti sono coloro che si dispongono all’ascolto per propensione, valori e/o professionalità. Ovviamente la conseguenza è che anche questi ultimi prima o poi si allontanano, unendosi alla maggioranza che ha già preso le distanze da chi non fa altro che lamentarsi senza quasi mai proporre qualcosa e impegnarsi a realizzarla. Sembra paradossale, ma proprio costoro – e dico questo davvero senza giudicare, ma constatando –, anziché “cambiare musica”, peggiorano la situazione rincarando la dose: così fanno male innanzitutto a se stessi, e poi anche a chi li incrocia ed è costretto in qualche modo a difendersi. Tra l’altro alcuni studi confermano: “lamentarsi” fa male a chi lo fa e a chi accoglie senza chiari confini la persona lamentosa. Un passo da fare sarebbe quello di prendere coscienza di questa dinamica, delle motivazioni sottostanti e, per quanto possibile, rompere il circolo vizioso. Chi lo fa, magari chiedendo aiuto, recupera sicuramente in libertà e sollievo, imparando a dirsi e a dire in modo più intelligente e fruttuoso.
Un frutto di questa libertà riconquistata è che, più che la lamentela, si impara il lamento: non saprei spiegarvi per bene la cosa, ma credo che ciascuno possa afferrare per esperienza la differenza qualitativa come il diverso risultato. Anche la Bibbia, in uno dei suoi libri e in diversi Salmi, dà spazio alle “lamentazioni”: un modo per Dio di comunicare qualcosa a noi, e per noi a Dio e agli altri. Mettere in parole e in preghiera il proprio lamento è una via promettente, così come è un dono all’altro quando lo aiutiamo a fare altrettanto. La cosa più faticosa, ma bella, sembra essere quella di recuperare la capacità di “piangere”. E qui il discorso si fa più serio. Nel decimo anniversario della tragedia di Lampedusa Papa Francesco aveva gridato «la vergogna di una società che non sa più piangere e compatire l’altro»; e nell’enciclica Dilexit Nos ha ribadito che veder piangere le nonne dei nipoti uccisi in guerra «senza che questo risulti intollerabile è segno di un mondo senza cuore». Per chi si riconosce e si dice cristiano, poi, c’è un dovere di coerenza in più nel saper “piangere”, perché Gesù tante volte lo ha fatto. Per la morte dell’amico Lazzaro, lasciando così capire il bene che gli voleva; alla vista di Gerusalemme, simbolo di una umanità incapace riconoscere la sua visita e il volto dell’altro come quello di un fratello o una sorella; dinanzi alla sua passione, come un comunissimo mortale, bisognoso di vicinanza e conforto, ma deciso ad andare fino in fondo affidandosi al Padre.
Ma Gesù ha raccontato pure le lacrime di gioia in terra e in cielo per la pecorella ritrovata e per il peccatore pentito, come per gli umili e i piccoli che acciuffano i segreti del Regno di Dio prima di coloro che si credono sapienti. In quel Regno non ci sarà più il pianto; ma intanto Lui è passato raccogliendo e asciugando tante lacrime con la sua vicinanza, la sua tenerezza, la sua compassione; e ha continuato e continua a farlo attraverso tutti coloro che ne seguono l’esempio. In questi tempi grigi e rabbiosi, pieni di lamentele e disfattismo; in questa terra che anche Vasco Rossi ha cantato quale “valle di lacrime”, ma dove molti non sanno più piangere né di dolore né di gioia, vale la pena chiedere il dono delle lacrime come suggerivano i Santi. Ed educare le nuove generazioni a farlo e a viverlo.
Lello Ponticelli è sacerdote, psicologo-psicoterapeuta
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