La Dottrina sociale che guardava al Medio Evo ha generato opere e sussidiarietà
L’impatto della “Rerum Novarum” e della “Quadragesimo Anno” ha superato le aspettative iniziali. Leone XIII e Pio XI proponevano una “terza via” tra capitalismo e socialismo, come forma di restaurazione, nacquero cooperative, scuole, casse rurali, mutue

La storia dell’impatto della prima stagione della Dottrina Sociale della Chiesa è un lungo e importante episodio di eterogenesi dei fini , cioè di effetti molto diversi da quelli che erano nelle intenzioni di coloro che l’avevano voluta e guidata. Leone XIII e Pio XI, infatti, scrissero sulla “questione sociale” perché preoccupati dalla crescita del movimento socialista e dalle sue promesse di eliminazione della proprietà privata. Proposero così ai cattolici una “terza via” tra capitalismo e socialismo, intesa come ritorno e restaurazione dell’ordine sociale medioevale e delle sue “corporazioni (Gremi) di arti e mestieri”. Quelle le intenzioni di chi scriveva; ciò che però accadde fu l’esplosione di un grande movimento di cambiamento sociale che contribuì decisamente a preparare l’Italia e l’Europa moderne, a ridurre le diseguaglianze e superare l’antico regime. La realtà fu superiore all’idea. Gli anni che vanno dalla Rerum Novarum (1891) alla Quadragesimo Anno (1931) videro la nascita di migliaia di iniziative sociali, economiche e politiche dei cattolici, che non cercarono la terra promessa voltandosi indietro: la realizzarono guardando avanti sulla linea dell’orizzonte. Chi invece raccolse l’invito alla ricostituzione delle antiche corporazioni medioevali fu il fascismo, un effetto che non era nelle intenzioni né dei Papi né dei fascisti. In realtà, tra il corporativismo cattolico e quello fascista le differenze erano profonde. Ad esempio, quello fascista nacque dal sindacalismo rivoluzionario e dal pensiero hegeliano, ed era radicalmente statolatrico e anti-sussidiario. Ma anche le analogie e concordanze erano significative e altrettanto reali. La corporazione fascista era una visione ideologica costruita sulla concordia forzosa e armonia imposta tra gli interessi dei capitalisti e quelli dei lavoratori. Questa concordia partiva dall’azienda: «Occorreva infine che un nuovo senso della dignità umana, che stabilisse la premessa morale e sociale di un ordinamento giuridico che pone il lavoro a soggetto dell’economia, e riconoscendo i singoli interessi, li coordina in funzione di altri via via più generali» (F.M. Pacces, Introduzione agli studi di aziendaria, 1935). Il corporativismo si presentava quindi come una difesa del lavoro, del salario e dei lavoratori – tema molto caro alla Chiesa.
Giuseppe Bottai, uno dei suoi principali artefici, vedeva nella corporazione «l’istituto per cui si concreta la collaborazione delle diverse classi e categorie. Datori di lavoro e lavoratori e professionisti, artisti e artigiani e persino pubblici dipendenti, possono marciare compatti e concordi senza sostare all’ombra perfida della tradizione democratica» (La Carta del lavoro, 1927). Giuseppe Toniolo, anni prima, aveva proposto «un ideale corporativo, in cui fossero rappresentati ambedue gli elementi oggi in conflitto, dei proprietari capitalisti da un lato dei lavoratori nullatenenti dall’altro, nel quale troverebbero cospirazione armoniosa di interessi dei padroni ed operai» (Indirizzi e concetti sociali, 1900). Toniolo per tutta la sua vita non si stancò di lodare le corporazioni medioevali al fine di proporre la loro restaurazione: «Ecco erigersi di gremi intermedi fra i singoli e le universalità, ossia tra gli individui e lo Stato, la cui elaborazione, difesa, incremento, fu singolare benemerenza della Chiesa… Forze intermedie che impedivano il cozzo fra i due estremi» (1893). Le corporazioni, dunque, avrebbero attuato il concorso armonioso di tutte le classi al bene comune, l’agognato ordine sociale, chiaramente piramidale e perfetto – sono gli anni nei quali la Chiesa si auto-definiva nuovamente “societas perfecta” (Leone XIII, Immortale Dei).
Se andiamo a studiare con attenzione l’appello al ritorno alla corporazione medioevale lanciato dalla Dottrina Sociale cattolica, ci accorgiamo che esso è espressione di qualcosa di molto più profondo della sola economia. È parte del complicato rapporto della chiesa cattolica con il mondo moderno, e quindi della restaurazione della cristianità medioevale. La ricostruzione dell’ordine sociale è anche il sottotitolo della Quadragesimo Anno, ma era stata auspicata decenni prima da Toniolo: «Il programma di restauro dell’ordine sociale rimane con ciò designato come la terapeutica della diagnosi» della malattia moderna. Quindi, «urge oggi restaurare l’ordine sociale cristiano quale la chiesa avea mirabilmente svolto e maturato attraverso i secoli con lotte titaniche: origine sociale che la Riforma ha trasfigurato e infranto grado grado fino all’odierno atomismo». E quindi, come via maestra, «conviene riannodarsi alle tradizioni del Medio Evo, offuscate, osteggiate, recise dal dì della Riforma in qua» (1893). Il ritorno al medioevo era il mezzo, il fine era la restaurazione. Per Toniolo e per la sua scuola (Fanfani), la radice della decadenza dell’ordine sociale è precedente la Riforma: «L’eresia di Lutero dimostra la sua filiazione dall’Umanesimo», perché, citando Erasmo, Lutero dischiuse «l’uovo che era già deposto da lunga mano»: l’uovo della centralità dell’uomo e del suo «libero arbitrio», dove si troverebbe l’origine di tutti i mali della modernità, sfociati nel Liberalismo e nel Socialismo.
E qui dovremmo aprire una seria riflessione su questa bizzarra lettura cattolica della storia e dell’Umanesimo. A questo riguardo, l’8 giugno del 1944 così Dietrich Boenheffer scriveva al suo amico Eberhard dal carcere berlinese di Tegel, pochi mesi prima di essere fucilato dai nazisti: «Ritengo gli attacchi della apologetica cristiana al mondo diventato adulto: primo, assurdi; secondo, scadenti; terzo, non cristiani. Assurdi: perché mi sembrano il tentativo di ricondurre alla pubertà un individuo ormai diventato uomo, cioè di riportarlo a dipendere da cose dalle quali egli si è reso di fatto indipendente, di ricacciarlo verso problemi che, di fatto, per lui non sono più tali» (Resistenza e Resa, a cura di I. Mancini). E nel 17 luglio in un’altra lettera continuava il dialogo: «Dio come ipotesi di lavoro morale, politica, scientifica è eliminato e superato; ma anche come ipotesi di lavoro filosofica e religiosa … E dov’è a questo punto, lo spazio per Dio?, si chiedono spiriti pavidi; e non sapendo trovare risposta condannano in blocco l’evoluzione che li ha messi in questa calamitosa situazione». Quindi cercano «possibili uscite di sicurezza da questo spazio divenuto troppo angusto», tra queste «il salto mortale all’indietro nel Medioevo». Ma «ritornare a esso non può essere che un gesto di disperazione, compiuto soltanto a prezzo di onestà intellettuale. È un sogno sull’aria: “oh, se sapessi dov’è la strada che torna indietro, la lunga strada per il paese dei bambini”. Questa strada non c’è – in ogni caso non passa attraverso l’arbitraria rinuncia all’onestà interiore». Tentativi quindi assurdi, scadenti, e soprattutto non cristiani, almeno non coerenti con lo spirito evangelico (il cristianesimo non è mai stato soltanto vangelo).
La Chiesa cattolica, nelle sue istituzioni, non è riuscita, almeno fino al Vaticano II (e oltre), a leggere il processo di adultità degli uomini e delle donne iniziato alla fine del Medioevo come processo intrinseco alla stessa logica evangelica, come albero sviluppatosi dallo stesso seme della Rivelazione. Si è impaurita molto davanti a quel bambino diventato uomo, e per molti secoli ha fatto di tutto per ricondurlo allo stadio infantile, dentro quell’ordine gerarchico dove tutto era più semplice, anche perché in cima c’erano vescovi, monaci e papi, quasi sempre parte essenziale e integrante di quell’ordine gerarchico e ineguale. Quindi, invece di guardare alla crescita di un figlio come l’evento più lieto di tutta l’esistenza, la Chiesa post-medioevale non ha riconosciuto in quel volto diventato adulto lo stesso volto del fanciullo amato. E ha perpetrato così una sorta di incesto, cercando di impedire a quel bambino di diventare grande, autonomo e libero. Per almeno mezzo millennio ha sognato un mondo che non c’era più. Sogni che, di tanto in tanto, sono diventati incubi.
Ma – e qui sta davvero una bella notizia – la Chiesa non è solo quella segnata e scandita dai documenti, dai libri e dalle direttive del magistero. Il Regno di cieli è più vasto, profondo e alto di quello dei templi e dei palazzi. E così, mentre Leone XIII e Pio XI scrivevano che la diseguaglianza era ineliminabile dalle società («Togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile»: Rerum Novarum, §14), migliaia di cattolici, laici, religiosi, suore e parroci diedero vita, invece, a cooperative, casse rurali, società di mutuo soccorso. Il movimento cooperativo tra Otto e Novecento fu un grande strumento di riduzione delle diseguaglianze, una vera e seria “terza via”, perché mise in discussione i diritti di proprietà e i profitti. E quando in una impresa cambiano i diritti di proprietà siamo già oltre il capitalismo. Quella che seguì la Rerum Novarum fu davvero una stagione di autentica profezia economica, che, in ambito cattolico, resta ancora insuperata. Ma c’è di più. Innumerevoli “opere” generate da fondatori e fondatrici di congregazioni religiose, inventarono l’educazione di fanciulli e fanciulle povere, crearono il “paese dei balocchi” più bello per i bambini poveri: la scuola. Un’azione straordinaria e stupenda, in Italia, in Europa, nelle missioni, perché i Paesi che oggi hanno i livelli più bassi di diseguaglianza sono quelli che ieri hanno investito di più nell’educazione pubblica e universale (Thomas Piketty). Il miracolo economico e sociale del Novecento è stato anche il risultato di bambini poveri che, grazie ai carismi, hanno potuto studiare, anche per l’impulso dato dalle prime encicliche sociali. Magari quei papi volevano altro, ma, senza volerlo, diedero il là a qualcosa di fantastico, per la chiesa, per i poveri, per tutti. L’eterogenesi dei fini è anche l’altro nome della Provvidenza.
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