Aiutò i feriti nella rivolta, ora rischia la vita in carcere in Iran. La figlia: liberatelo
Rezgar Beigzadeh Babamiri è in cella dal 2023, quando le proteste per la morte di Mahsa Amini scossero il Paese. La sua unica colpa: avere aiutato le persone ferite. La figlia, Zhino, sta portando la sua storia all'attenzione internazionale

«Mio papà ha ricevuto tre condanne a morte. Io non lo posso vedere, è in prigione da quasi tre anni». Zhino Babamiri ha 25 anni, è nata in Iran ed è figlia di un prigioniero politico curdo. «Pensa che per i primi 120 giorno dopo l’arresto noi non avevamo idea di dove lo avessero portato né cosa gli stessero facendo. Poi è arrivata una chiamata a mio zio dai suoi carcerieri, e qualche tempo dopo una lettera firmata da lui, in cui diceva che stava subendo torture». Raccontare la storia di suo papà, Rezgar Beigzadeh Babamiri, è per Zhino una missione. Le sue parole arrivano via videochiamata da una stanza piena di libri, in Norvegia, il Paese in cui vive da espatriata. E fanno da specchio alla situazione di altri parenti di prigionieri politici iraniani, soprattutto in queste settimane in cui i manifestanti vengono di nuovo massacrati per le strade. «Alcuni miei conoscenti mi hanno scritto che hanno visto morire decine di persone davanti ai loro occhi» dice Zhino facendo un salto nell’attualità. Parla di 40mila persone uccise, una stima più alta rispetto ai 30mila di cui hanno scritto i giornali internazionali. Mentre la situazione nelle città è «un inferno», il papà di Zhino è ancora in carcere. Il suo arresto si lega alle precedenti grosse proteste che hanno attraversato il Paese nel 2022 dopo l’uccisione di Mahsa Jino Amini. Zhino ricorda che, allora, ad essere colpite erano soprattutto le minoranze, «in particolare nelle aree curde e a Zahedan, in Belucistan». «Non permettevano ai manifestanti di andare in ospedale – spiega l’attivista – Hanno persino licenziato molti medici per aver aiutato i feriti». Il padre della ragazza è un contadino, non un medico, ma in quel momento vuole rendersi utile per la sua gente. «Faceva così: se qualcuno veniva ferito in un certo luogo, lui prendeva i materiali sanitari necessari e li lasciava in un punto concordato, dove altri li ritiravano». Il padre raccontava alla figlia questo meccanismo via WhatsApp, «una cosa che avrei preferito non facesse – specifica lei –perché non è un canale sicuro. Quando glielo dicevo, lui mi scriveva che aiutare i feriti non è un crimine». Lo era, però, per il regime. Un giorno il padre di Zhino viene portato via. Poi il silenzio, il carcere, tre condanne a morte. «È accusato di spionaggio per conto di Israele, finanziamento del terrorismo, contrabbando di armi, inimicizia contro Dio. Sono falsità: la realtà è che c’è un odio enorme verso le minoranze, e anche verso la nostra, curda».
Una buona notizia è arrivata nelle ultime settimane: le tre condanne a morte sono, per ora, sospese: «Grazie anche alla pressione internazionale, la Corte Suprema le ha respinte. Ora il suo caso andrà a un altro tribunale» specifica la figlia. Sembra che non ci siano abbastanza prove per sostenere la condanna a morte e in questa possibilità sono riposte tutte le speranze della famiglia. Zhino sta facendo tutto ciò che può per continuare a difendere la sua causa. Collabora ad esempio con la Fondazione Hiwa, che dà voce alla minoranza curda. E ha fondato una campagna, Daughter of Justice (Figlie della Giustizia) che si batte per la liberazione dei prigionieri politici. Tutto è iniziato dopo un incontro che Zhino definisce come prezioso. «Un giorno ho sentito un audio di Maryam Hassani, la figlia di Mehdi Hassani, prigioniero politico accusato dal regime di collaborare con i mujaheddin. Piangeva disperata perché stavano trasferendo suo padre nella prigione dove avvenivano le esecuzioni. Siamo entrate in contatto e nel nostro dolore ci siamo riconosciute, siamo diventate amiche e abbiamo fondato la campagna. Purtroppo, dopo otto mesi di resistenza, la condanna a morte di Mehdi Hassani è stata eseguita». Lo sguardo di Zhino è fisso anche sul presente. «Temo che ora avverranno ancora più esecuzioni di massa». Per questo, dice, è fondamentale una forte pressione internazionale sul regime. «Non si può dare più valore ad alcune vite rispetto ad altre. Questo mi fa arrabbiare. I diritti umani devono rimanere al centro, per tutti».
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