«Pucci? Ci sa fare. E da comico dico: peccato che non ci sarà»

«Sto dalla sua parte. Chi sa far ridere ha un dono prezioso. Il vero discrimine deve essere il gusto, e non invece la strumentalizzazione politica»
February 10, 2026
«Pucci? Ci sa fare. E da comico dico: peccato che non ci sarà»
Andrea Pucci /Fotogramma
La vicenda di Pucci e la sua mancata partecipazione a Sanremo sta facendo discutere. Dico la mia cercando di non essere troppo tifoso. Già, perché è difficile non stare dalla parte di un comico costretto a declinare l’invito al quale nessuno dei suoi colleghi – me compreso – avrebbe rinunciato. Evidentemente non se l’è sentita di affrontare il temutissimo palco con così tanta pressione negativa addosso. Peccato non poter vedere come se la sarebbe cavata in quel contesto, peraltro assolutamente alla sua portata. Pucci è un comico molto abile, con ottime doti tecniche, senso del ritmo innato, prontissimo di riflessi. L’ho studiato a fondo, è parte del mio secondo mestiere, quello di regista, e gli riconosco innegabili capacità, anche se – sono onesto – non è fra i miei preferiti: trovo i suoi testi non all’altezza del suo talento, ha un repertorio in cui alterna picchi esilaranti a cadute di gusto prevedibili e datate.
Insomma, magari non è un innovatore, ma ci sa fare, eccome. Dovesse mai leggermi commenterebbe: Gioele, e chissenefrega (nel migliore dei casi). Farebbe bene, forte com’è del suo seguito, lui ne fa ridere tantissima di gente, lo dimostrano i suoi tour da anni. E il successo di pubblico è un dato oggettivo, indiscutibile, mica si può far finta che non esista solo perché chi lo ha raggiunto ad altri non piace. Ignorandolo, si offendono pure le tantissime persone che hanno contribuito ad alimentarlo. Quello che invece si può senz’altro discutere è il linguaggio con il quale si caratterizza un comico. Voglio essere chiaro: non ne faccio una questione di allineamento ideologico, o peggio di moralismo. Chi sa far ridere ha per le mani un dono prezioso, inestimabile e non può subire censure preventive, va lasciato agire a briglie sciolte, senza paletti, salvo quelli che eventualmente gli impone la propria coscienza.
Il punto è un altro. Da secoli, per non dire da millenni, tutti i comici – me compreso – parlano delle stesse cose. Ci si nutre degli inciampi, delle goffaggini, di tutto ciò che nella vita per qualche motivo va storto. Il compito (mica facile) è trasformare i disastri in fortune e gli orrori in risate liberatorie. La differenza, dunque, non è nei contenuti, ma sta tutta nello stile, nell’approccio, nel punto di vista. Le battute di un comico raccontano e rivelano prima di tutto il suo modo di stare al mondo, il suo giudizio sugli altri e, perché no, su sé stesso. Per questa ragione i suoi sarcasmi possono diventare insulti, le sue irrisioni oltraggi, i suoi sberleffi offese indigeribili. Dipende tutto dalle idee e le intenzioni che lo animano.
In questo senso, è logico che assuma connotati anche politici, visto che è lui a selezionare le proprie vittime, a scegliere chi provocare, chi sfidare, chi ridicolizzare. Meno logico, ma inevitabile è purtroppo che i politici di professione, perlomeno quelli incapaci di sottrarsi alla vanità (ossia quasi tutti), si agitino per strumentalizzarlo, attaccandolo o difendendolo così, per partito preso, il loro naturalmente. Per parte mia invece resto convinto che il vero discrimine siano i gusti. Riguardo ai comici non esistono mezze misure, o ti fanno ridere o ti lasciano indifferente. Mia nonna era una donna colta e vivace, eppure restava imperturbabile di fronte a Walter Chiari o a Gino Bramieri, per i quali al contrario mio nonno stravedeva. Indimenticabili i loro battibecchi sull’argomento, secondi solo alle liti furiose sulle dichiarazioni durante le partite di bridge. «Lasciami stare il Gino e il Walter che sono dei benefattori!», esclamò lui una sera davanti alla tv. E lei, almeno per una volta, rimase in rispettoso silenzio.

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