Ma la riforma della giustizia serve a cambiare le sentenze?
Le critiche ripetute ai giudici fanno nascere un sospetto. La separazione delle carriere, nell’attuale proposta governativa, lascia intravedere un inquietante, minaccioso movente politico

Qualcosa non torna. Siamo oramai abituati alle aspre critiche che i politici nostrani rivolgono a iniziative o a provvedimenti giudiziari, screditando la giurisdizione. Da qualche tempo, però, nelle dichiarazioni di importanti esponenti della maggioranza, viene anche indicata la soluzione per superare questo dato conflittuale, deleterio per la democrazia: nel senso non già di evitare le censure, ma di riuscire a scongiurare provvedimenti ritenuti censurabili. Limitandoci per ragioni di spazio solo ad alcuni esempi. Quando il pubblico ministero promosse ricorso in Cassazione contro il provvedimento con cui il ministro Salvini era stato assolto nel caso “Open arms”, lo stesso Ministro definì il ricorso surreale o un atto di accanimento giudiziario, ritenendolo ingiustificato e politicizzato, auspicando la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati. Nella sentenza della Corte dei Conti relativa al progetto di Ponte sullo stretto di Messina è stato ravvisato «un altro atto di invasione di giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento», dalla Premier, secondo la quale «la riforma costituzionale della giustizia e della magistratura contabile rappresentano la risposta più appropriata a questa intrusività».
A giudizio di autorevoli politici della maggioranza, il recente provvedimento con cui il Gip di Torino ha scarcerato manifestanti coinvolti negli scontri del 31 gennaio, ha più natura politica che giudiziaria, dimostrando «la necessità morale di votare sì al referendum sulla giustizia». Nelle ultimi giorni, infine, l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione è stata oggetto di gravi critiche da parte di importanti esponenti della maggioranza. «Dopo la decisione dell’Alta Corte non ci sono più dubbi – secondo il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami – sulla necessità della riforma Nordio». Per non addivenire a deprimenti e preoccupanti conclusioni, proviamo a presupporre che importanti figure istituzionali siano ben consapevoli che la funzione giurisdizionale, a differenza di tutte le altre pubbliche funzioni di natura politica, non si giudica dal risultato ottenuto, ma dal metodo seguito per ottenerlo; che la giurisdizione non obbedisce ad un programma di scopo, ma ad un programma condizionale (se si è verificato A, deve seguire la conseguenza B prevista per legge); che quindi ogni pronunciamento giudiziario può essere giudicato, ovviamente in modo anche severamente critico, solo dopo avere approfondito il percorso procedimentale seguito e la motivazione, verificando ed eventualmente denunciando i deragliamenti dell’uno o le incongruenze della seconda; che, quindi, se alla lettura del solo dispositivo giudichiamo una sentenza «vergognosa» o siamo in malafede o siamo giuridicamente e costituzionalmente analfabeti. Volendo credere che le gravi censure rivolte a certi pronunciamenti giudiziari siano frutto di competente e responsabile esame del procedimento da cui sono scaturiti – e non dello sconsiderato impulso a delegittimare chi ha emesso un pronunciamento non gradito – si dovrebbe prendere atto che abbiamo magistrati di ogni ordine e grado politicizzati, determinati ad invadere e ad intralciare l’azione del governo. Ma se autorevoli esponenti della maggioranza, confidano nella riforma in itinere per porvi rimedio, tanto che il ministro Nordio ricorda all’Opposizione che la stessa potrà garantirle «la propria libertà di azione domani», quando sarà al Governo, qualcosa proprio non torna. Perché la riforma in attesa di validazione referendaria dovrebbe porvi rimedio? Come sarà possibile intervenire in via preventiva o successiva per impedire questi gravi sbinariamenti della giurisdizione volti a ostacolare l’azione del Governo? Qualcosa proprio non torna. Sembra una giacca abbottonata non in corrispondenza delle asole. Solo una lettura restituisce senso: la separazione delle carriere, da tempo caldeggiata da larga parte del mondo forense e rispettosa del rapporto tra i Poteri dello Stato, esibiva una motivazione ideale, ovviamente opinabile, ma trasparente; inglobata nell’attuale proposta governativa, lascia intravedere, stando agli obiettivi dichiarati dai proponenti, un inquietante, minaccioso movente politico.
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