Amato: il fine vita, la legge e una via che evita l’accanimento
Il presidente emerito della Corte Costituzionale interviene nel dibattito aperto da "Avvenire" su princìpi etici e possibili soluzioni giuridiche: sotto la sua guida la Consulta adottò la sentenza 242 che ha creato «uno spazio di ben circoscritta immunità penale per il suicidio assistito»

Quando nel 2019 adottammo la decisione della Corte Costituzionale che creò uno spazio di ben circoscritta immunità penale per il suicidio assistito, devo ammettere che provai un sentimento di profonda soddisfazione. Il tema era difficile, il rischio che correvamo era quello di una contrapposizione irrisolta fra principi, e il risultato invece fu tale da lasciare tutti in pace con la propria coscienza. Ci aiutarono a tal fine le circostanze del caso (è il grande beneficio della giurisdizione, che il diritto lo vede sempre alla luce di un caso). Certo si è che qui c’era un essere umano che aveva davanti una vita comunque breve, una vita fatta di giorni senza speranza e riempita da dolori che neppure le cure palliative potevano sedare, una vita che continuava grazie a un trattamento di sostegno vitale, in assenza del quale sarebbe naturalmente cessata. Si poteva dire di no al gesto di umana pietà che quella persona chiedeva? La nostra risposta fu che non si poteva. E fu una risposta che poté essere data anche dai credenti, perché aver messo fra le condizioni il trattamento di sostegno vitale consentiva , insieme alle altre circostanze, di ricondurre il caso a quell’accanimento terapeutico, al quale anche per la Chiesa si può ragionevolmente porre fine.
La decisione zoppicava sotto il profilo organizzativo. Richiedeva il parere di commissioni etiche, che al momento esistevano, ma solo con competenze (e composizione) calibrate sulla sperimentazione dei farmaci. Non assicurava quell’uniformità di indirizzi che è essenziale per evitare trattamenti differenziati sul territorio nazionale. Non entrava nelle modalità procedurali ed era inevitabilmente generica sui ruoli rispettivi del pubblico e del privato. Ci avrebbe pensato il Parlamento, questo è quanto scrivemmo.
Sono passati oltre sei anni e ancora ciò non è accaduto. E non perché il Parlamento non se ne sia occupato, al contrario ci sono state al Senato ripetute sedute di Commissione e ripetute udienze. No, è la discussione che ha imboccato la strada dei principi contrapposti, e quei principi, prevedibilmente, non si sono incontrati. Lontano dai fatti, lontani dalle circostanze che offrirebbero loro spazi di flessibilità, sono rimasti fermi, rigidi. Non è un caso che di accanimento terapeutico non si sia seriamente parlato. Non è un caso che, al momento, non abbia provocato alcun avvicinamento neppure l’ultima sentenza della Corte Costituzionale. È la sentenza che ha sgombrato il campo dall’ipotesi di una distinta immunità penale per l’eutanasia, assorbendo quest’ultima nei limiti del già ammesso suicidio assistito, grazie all’uso di una macchina attivabile anche con il movimento di un dito o di una palpebra. No, neppure a questo si è sinora arrivati, pur di tenere il più possibile fuori dalla vicenda il Servizio sanitario nazionale (al quale dovrebbero essere invece affidate l’acquisizione e la gestione di questo tipo di macchina). Eppure il beneficio che ne conseguirebbe è palese.
Ma il beneficio – qualcuno mi può obiettare – ormai c’è, perché c’è la decisione della Corte e i giudici già la applicano, pretendendo che le Asl si procurino la macchina. E allora che bisogno c’è della legge? Fermi restando i presupposti dell’immunità penale, che sono quelli non allargabili fissati dalla Corte, ciò che manca è tutto e solo sul versante organizzativo. E qui ben si potrebbe provvedere con atti ministeriali di indirizzo, eventualmente integrati e comunque condivisi dalla Conferenza Stato-Regioni. È un’ipotesi da approfondire, probabilmente praticabile. Ma sarebbe il frutto di una dolorosa sconfitta. La sconfitta del Parlamento, che è certo nato per rappresentare le diverse posizioni, per dare loro l’opportunità di esprimersi e di contrapporsi. Ma non solo per questo. Il Parlamento non è il Cortile dei Gentili. Ma – diciamo la verità – ancor più di esso avrebbe la responsabilità di indicare al Paese – spesso smarrito davanti a quesiti morali che penetrano irrisolti nelle coscienze – soluzioni fondate su un solido terreno comune. Qui quel terreno c’è. Che la Repubblica trovi su di esso le soluzioni di cui ha bisogno, mettendo da parte il suo Parlamento, sarebbe comunque una prova di vitalità. Ma sarebbe meglio non doverla vivere.
Presidente emerito della Corte Costituzionale
Presidente emerito della Corte Costituzionale
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