Un'Europa (senza bussola) tra velocità e visione
Meloni e Mertz hanno imposto un'accelerazione a un'Unione che si sta cercando. Rompere l'immobilismo è necessario. E va risolto il nodo "integrazione versus sovranità nazionale". Ma bisogna capire verso quale direzione stiamo andando

L’iniziativa congiunta di Giorgia Meloni e Friedrich Merz e la successiva, ulteriore accelerazione del cancelliere tedesco nei confronti degli Usa segnano un punto politico rilevante. Due leader di Paesi importanti, accomunati dallo stesso schieramento politico, hanno deciso di smuovere le acque di un’Unione troppo stagnante a partire da un assunto ampiamente condiviso: non c’è più tempo; se l’Europa vuole esistere nell’attuale scenario planetario deve agire. Il valore politico delle due iniziative è evidente. Così come il suo messaggio di fondo: la velocità deve prendere il posto della sostenibilità. Senza crescita economica, innovazione e sviluppo della capacità produttiva, la Ue non solo non riuscirà a raggiungere i propri obiettivi, ma rischia di accumulare ritardi incolmabili rispetto a Stati Uniti e Cina in settori cruciali come innovazione, difesa, transizione energetica, competitività industriale.
La criticità su cui i due leader hanno concentrato la loro attenzione è l’eccesso di regolamentazione europea: nel tentativo di garantire uniformità e coerenza, la Ue ha costruito un sistema di regole eccessivamente complesso, che ha rallentato le decisioni e frenato l’iniziativa economica. La proposta di dare maggiore autonomia alle imprese e, al tempo stesso, di consentire ai singoli governi margini più ampi per adattare le politiche comuni alle condizioni nazionali, trova qui la sua giustificazione. Non tutti i Paesi partono dallo stesso punto, non tutti hanno la stessa struttura produttiva, non tutti affrontano le stesse sfide sociali. Una maggiore flessibilità può consentire di accelerare le trasformazioni invece di ingessarle in un sistema uniforme ma inefficiente.
Una tale posizione coglie una questione rilevante e rimanda - pur se in modo traverso - a uno dei punti cruciali su cui si discute da anni: il superamento dell’unanimità. Dando la possibilità a ogni singolo Paese di non adottare una decisione europea, si dovrebbero ridurre le resistenze su ogni singola decisione. Premessa per superare il principio dell’unanimità. Tuttavia, l’interrogativo di fondo rimane aperto: la strada suggerita rafforzerà o indebolirà (definitivamente) l’Unione? Rompere l’immobilismo e ridurre il carico burocratico è necessario. Ma occorre anche evitare che la liberalizzazione economica e politica inneschino un processo di scomposizione, riportando in auge gli interessi nazionali a scapito del progetto comune.
Di fatto, il nodo attorno a cui da sempre ruota la questione Europa - integrazione versus sovranità nazionale - rimane irrisolto. Anzi, per alcuni aspetti la proposta Mertz-Meloni sembra delineare un’opzione per la seconda via: più sovranità nazionale. Il che rischia di essere incoerente con le premesse di partenza (occorre agire per rilanciare l’Europa). Quello che manca nel documento dei due leader è una chiara indicazione del punto di arrivo. Si propongono riforme procedurali, flessibilità, deroghe, accelerazioni, ma non si dice nulla verso quale Europa si vuole andare. Ma senza chiarezza sulla meta che si vuole raggiungere, ogni iniziativa rischia l'eterogenesi dei fini. A conferma di questi timori si può citare il fatto che su temi decisivi come il debito o la difesa comune non si registrano passi in avanti. Anzi, Merz ha ancora una volta ribadito il no tedesco agli Eurobond. Restituire spazi di autonomia politica e economica è giusto. Ma non si può pensare di rispondere alle sfide di questo tempo senza affrontare la questione di fondo. Che è politica.
Il superamento di un’Unione Europea troppo burocratica e regolatoria passa da un suo rafforzamento sul piano politico. L’esperienza di questi decenni insegna che un mercato integrato con cooperazioni variabili senza una chiara integrazione politico-istituzionale non regge alle tensioni del tempo che stiamo vivendo. È questo il nervo scoperto che non si riesce ancora a toccare. Nemmeno di fronte agli sconvolgimenti di questi anni. In questa situazione, la scelta federale non sembra avere alcuna reale chance. Una responsabilità che pesa sui leader europei. Ma se si vuole davvero agire almeno si facciano concreti ed espliciti passi in avanti politici nella direzione confederale. Allo scopo di inquadrare le identità nazionali e le relative autonomie dentro un quadro politico e strategico condiviso: difesa comune, politiche industriali coordinate, investimenti comuni su energia e tecnologia, capacità fiscale europea per affrontare le grandi transizioni. Senza un salto politico, per quanto relativo, il rischio ancora una volta è che si producano soluzioni parziali e compromessi fragili. Che finiranno per creare nuove tensioni tra gli Stati membri. L’iniziativa di Mertz e Meloni conferma che c’è consapevolezza dell’urgenza. Ma la risposta, per ora, è, come minimo, incompleta. L’Europa ha bisogno di velocità, sì. Ma ha soprattutto bisogno di direzione. Solo così è possibile un vero rilancio del progetto europeo. L’Europa si muove. Ora deve capire verso dove.
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