Nella Rerum Novarum le premesse di una Chiesa al passo con i tempi

Un confronto tra storici della Chiesa sulla rilettura della Dottrina sociale proposta da Luigino Bruni. L’elemento principale dell’enciclica di Leone XIII è stata la «flessibilità» in relazione ai segni dei tempi. Come un grembo con l’embrione del concetto di sussidiarietà
February 14, 2026
Nella Rerum Novarum le premesse di una Chiesa al passo con i tempi
L'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII
È di grande interesse l’affresco che, su queste pagine l’economista Luigino Bruni sta dedicando al rapporto fra economia e cattolicesimo, a partire dalla seconda metà dell’’800, in particolare a Leone XIII, mettendo in evidenza, accanto alle “luci”, quelle che chiama le “ombre” dei suoi testi, a partire dalla Rerum Novarum. Una rilettura critica – la sua – nella quale emergono, insieme a considerazioni condivisibili, altre forse bisognose di nuovi e più profondi scandagli. Non per voler giustificare, facendo apologetica, scelte o affermazioni di Papa Pecci, ma per provare la tenuta di alcuni giudizi tranchant circa i limiti del pontefice indicati da Bruni nella sua analisi. E cioè limiti legati ad un pensiero leoniano segnato da un approccio nostalgico per il Medioevo visto come unica vera societas christiana e da un visione della dottrina sociale non come dialogo con la modernità, ma come barriera di protezione da essa.
Limiti riguardanti la scelta a favore del neotomismo, dopo aver cancellato la tradizione italiana dell’economia civile, rendendo l’economia cattolica una branca della morale astratta, staccata da percorsi precedenti ben sperimentati. Ma anche limiti circa una visione della società gerarchica: dove la diseguaglianza fra classi resta naturale e necessaria, e la giustizia sociale è affidata alla carità del padrone, non a un diritto paritario; dove si teorizzano risposte alle “cose nuove” con categorie “vecchie”, con strumenti intellettuali desueti basati su una visione di un mondo agricolo o corporativo ormai superato. In sintesi: risposte medievali a problemi industriali, e con Leone XIII che avrebbe preferito guardare indietro, continuando a mantenere una visione di Chiesa “società parallela” invece che “lievito nel mondo”; ignorando una tradizione civile italiana per affidarsi ad una dottrina quasi calata dall’alto. Per arrivare – spigolando qua e là dai testi – a conclusioni nette come la seguente: «La terza via inaugurata dalla Rerum Novarum divenne quindi soltanto la via cattolica al capitalismo. La Modernità che faceva molta paura sul piano religioso e sociale (Liberalismo e Socialismo), fece molto meno paura nella sua veste capitalista. E oggi ne vediamo tutte le conseguenze». Così Bruni il 17 gennaio scorso.
Dando atto all’economista di un’esplorazione ricca di stimoli e spunti che mandano messaggi al presente oltre che interpretare il passato, spesso nati da una prospettiva identitaria (quasi prolungamento della scuola dell’economia civile) e da un inquadramento ecclesiologico (nella cornice di una visione orizzontale e carismatica della Chiesa), sembra lecito però porsi alcune domande , fatta la premessa che ogni papa di fatto si muove dentro una tradizione, guarda indietro per confermare o aggiornare quanto scritto o fatto dai predecessori. Ma se è vero che anche Leone XIII guarda ancora a Pio IX che nella modernità vede una catena di tragedie – da Lutero al comunismo – è altrettanto vero che se ne distacca con uno scarto difficilmente riscontrabile nei predecessori. Come ci conferma lo storico Gian Luca Potestà «Leone XIII parte da zero, fonda una tradizione», muovendosi «da una distinzione molto importante, quella fra tesi e ipotesi».
La tesi, appunto «l’ideale di una società intransigente», modello medievale, propugnato sino a Mastai Ferretti. E l’ipotesi: «Ovvero si può avere una certa flessibilità». Ed è questo soprattutto l’elemento, assente sino a quel momento, che caratterizza Rerum Novarum. Qualcosa da non dimenticare aggiungendo che, forse, nel 1891, con la ferita di Porta Pia, l’avanzata del positivismo e del socialismo, la Chiesa non poteva subito dialogare con una modernità che ne desiderava la fine. Occorreva prima rinnovare il profilo del cattolicesimo, magari, appunto con la riscoperta del Tommaso d’Aquino autentico nella sua purezza (non quello delle edizioni cinquecentesce). Al di là delle stesse riconosciute innovazioni della Rerum Novarum – con la legittimazione delle associazioni operaie introdotte nella quarta stesura del testo e le lampanti condanne dell’«usura divoratrice», della «cupidigia dei padroni», della «sfrenata concorrenza», degli «ingordi speculatori», del «piccolissimo numero di straricchi» che «hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile», c’è un dato da sottolineare. La dottrina sociale della Chiesa non è un corpus normativo, ma piuttosto «una sorta di riflettore acceso sulla società, sul mondo del lavoro, suscettibile di aggiornamento continuo», come osserva Potestà. Proprio come si è verificato nel tempo in relazione al mutare dei «segni dei tempi».
Ed è stata proprio l’attenzione ad essi a garantire sin qui quel necessario adeguamento che ha coinvolto linguaggi, metodi, strategie, contenuti circa i temi – ad esempio – della proprietà privata in relazione al bene comune o alla questione della giusta mercede. Bruni – entrando in medias res – pare poi insistere sull’economia civile stigmatizzando l’abbandono della tradizione di Antonio Genovesi a favore dell’Aquinate. Ma poi l’economia civile del ’700 non era forse già destinata a soccombere di fronte all’avanzata ad esempio di Adam Smith? E Leone XIII non aveva forse bisogno di un linguaggio universale – il latino del neotomismo – o di una grammatica più metafisica, meno ancorata a specifici contesti, per parlare urbi et orbi, non solo alle élites intellettuali napoletane o toscane? Si aggiunga poi che la visione gerarchica leoniana non ci sembra solo un fatto di “potere”, ma anche di “protezione” in quel suo esporsi in un mondo dove il mercato stava distruggendo i legami sociali. Legami non estranei all’impianto filosofico di Leone XIII, sorta di grembo dove troviamo a bene vedere l’embrione del concetto di sussidiarietà. E questo non significa pure la difesa di quei corpi intermedi contro lo Stato moderno all’origine di ciò che oggi chiamiamo Terzo Settore? Non si tratta degli stessi corpi intermedi che già il liberale Tocqueville riconosceva necessari ad un tessuto sociale partecipativo, diventati poi comunità estranee al corporativismo, tutt’al più comunità in senso mounieriano? Potremmo sbagliarci: ma davvero il successivo proliferare di cooperative, scuole, casse rurali, mutue va letto – dice Bruni – come una «eterogenesi dei fini» essendo unico intento del papa rispondere alla «crescita del movimento socialista e dalle sue promesse di eliminazione della proprietà privata»?
Perplesso è Stefano Baietti che ha dedicato capitoli di una sua recente opera in quattro tomi a Papa Pecci. Afferma: «Mi è spiaciuto leggere la serie di citazioni di testi iscritte in un percorso che finisce per sminuire la grandezza di Leone XIII». E continua: «È vero, la Rerum Novarum ha avuto conseguenze vastissime di riforma delle concezioni e abitudini mentali allora invalse. Ma questo non sarebbe merito di papa Pecci. E di chi allora? Di chi se non di colui che viene annoverato fra i cofondatori di discipline come la scienza sociale, l’epistemologia, l’ermeneutica, il diritto internazionale. Dissento poi dal modo di contrapporre a Leone XIII – usando il suo collaboratore gesuita Matteo Liberatore – la triade Manzoni-Rosmini-Bonomelli: Papa Pecci è intriso del pensiero dei tre». Su quest’ultimo punto invece ragione da a Bruni lo storico Fulvio De Giorgi: «Leone XIII ha attuato questa canonizzazione del neotomismo che ha portato al punto più basso le fortune del rosminianesimo sacrificate dall’accentuazione delle condanne». Ma aggiunge: «Ciò non significa che non ci siano state aperture, cominciando da quelle degli archivi vaticani. Come pure che l’alternativa al neotomismo stesse solo nell’economia civile. Toniolo il cui lavoro di economista Bruni definisce “modesto, e non apprezzato dai migliori economisti” non mi pare concentrato solo sulle corporazioni. Si ricordi la sua attenzione al cosiddetto “socialismo della cattedra”, movimento che per trasformare la società non ricorreva alla lotta di classe, ma teorizzava approcci concentrati su un moderato intervento statale. Anche da qui la ricerca della “terza via”...».
Terza via che fu il suo progetto: convinto che la ricostituzione cristiana sociale sarebbe riuscita se i cattolici avessero scelto di combattere tanto l’economia individualista e liberista che l’economia panteista o il socialismo di Stato. «Quanto al concetto di “terza via” – sin qui leit motiv negli interventi di Bruni – penso che fra socialismo e liberalismo-liberismo, la proposta leonina e dei cattolici in genere non sia di “terza via’’, ma di un loro superamento verso l’alto. È la concezione che Paolo VI – insieme a Sergio Paronetto grande interprete della Rerum Novarum – tradurrà con la frase: la politica è la forma più alta di carità». Questo il parere di Baietti. Che circa il nodo problematico della riconquista cristiana concorda invece con Bruni, ma osserva: «Non è vero però che Leone XIII lo faccia attraverso la riproposizione banale e folkloristica del medioevo. Al contrario: egli vede l’ ’800 come il vero evo di riferimento con le sue scoperte, invenzioni, nuove scienze. E trova una profonda analogia nel medioevo. Questo lo aiuta a fornire a tutti quelli che debbono capire il pensiero del papa un esempio e un riferimento: da maneggiare nel rispetto delle debite differenze. Non credo poi che Leone XIII vada inscritto nel partito dell’anti-Umanesimo. E soprattutto occorre ricordare una cosa importante. Dal 1880 Papa Pecci è pronto a emanare il testo dell’enciclica, ma il tempo trascorso sino al 1891 non è speso per aggiungere o puntualizzare contenuti, bensì adeguarlo alla superiore funzione magisteriale. Su questo lato si concentrarono i suoi dubbi. Non si trattava di un saggio, ma di imprimere alla Chiesa un “balzo” in avanti».

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