Chiesa, politica e sana laicità: autonomia e discernimento

La Dottrina Sociale afferma insieme il valore alto della pólis come servizio al bene comune e l’autonomia reciproca tra Chiesa e comunità politica. Sul referendum, materia tecnico-istituzionale e non morale, la Chiesa non deve essere strumentalizzata né trasformata in parte politica
February 15, 2026
Chiesa, politica e sana laicità: autonomia e discernimento
/Foto Icp
La relazione tra sfera civile e politica e sfera religiosa ed ecclesiastica è una questione estremamente delicata, intesa a evitare gli opposti cedimenti dell’assenteismo e dell’interventismo. Questione che coinvolge la Chiesa nella sua identità e nelle sue responsabilità, in rapporto a emergenze socio-politiche che via via interpellano le scelte e l’impegno dei cristiani. Come il referendum sulla giustizia, che sta animando e polarizzando il dibattito nel Paese, spingendo anche comunità e associazioni cristiane e loro leader a prendere posizione. In merito va richiamata la Dottrina Sociale della Chiesa, il cui insegnamento deve illuminare e indirizzare le scelte operative, a seguito di un previo e attento discernimento della posta in gioco. Esso è centrato su due punti chiave: il valore della politica e dell’impegno per essa e l’autonomia della religione dalla politica.
Il valore della politica in primis. La politica è l’impegno dei cittadini per la pólis: la comunità sociale istituita secondo diritto e giustizia, in ordine al bene comune. «Gli uomini, le famiglie e i diversi gruppi che formano la comunità civile – leggiamo nella Costituzione conciliare Gaudium et spes – sono consapevoli di non essere in grado da soli di costruire una vita capace di rispondere pienamente alle esigenze della natura umana e avvertono la necessità di una comunità più ampia, nella quale tutti rechino quotidianamente il contributo delle proprie capacità, allo scopo di raggiungere sempre meglio il bene comune. Per questo essi costituiscono, secondo vari tipi istituzionali, una comunità politica. La comunità politica esiste dunque in funzione di quel bene comune, nel quale essa trova significato e piena giustificazione e che costituisce la base originaria del suo diritto all'esistenza».
Il bene comune è la ragion d’essere e valoriale della politica: un bene morale, principio di una doverosità e responsabilità ineludibile. Di cui la Chiesa – «esperta in umanità» (Paolo VI) e sollecita per il bene e le sorti degli uomini – si fa maestra e garante. In luce di fede, la Chiesa comprende tale impegno e lo insegna come via della carità, da cui prende valore e motivazione teologale. «Il campo della politica – affermava già Pio XI – è il campo della più vasta carità, della carità politica». «Ogni cristiano – nota Benedetto XVI – è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d'incidenza nella pólis. È questa la via istituzionale – possiamo anche dire politica – della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della pólis». Pertanto – esortano dal canto loro i vescovi italiani – «nelle molteplici proposte formative, lo specifico impegno politico, inteso come servizio al bene comune, venga presentato ai fedeli laici come una particolare vocazione, una via di santificazione e di evangelizzazione». 
Questo valore alto della politica e dell’impegno per essa, sul piano delle scelte operative, deve tenere in considerazione – è il secondo punto chiave – l’autonomia della religione dalla politica, per la distinzione dei campi di pertinenza di ciascuna. «La Chiesa – insegna il Concilio Vaticano II in Gaudium et spes – in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico. La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo». La politica non può “invadere il campo” della Chiesa. Così come la Chiesa non può “fare politica”: non può “prendere partito”, essere impegnata in scelte di parte, né implicarsi in campagne elettorali o referendarie di carattere e contenuti strettamente istituzionali. In questo modo riconosce e rispetta la laicità della politica.
«Per la dottrina morale cattolica – precisa il Dicastero per la Dottrina della Fede – la laicità, intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica, ma non da quella morale, è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto». Degna di nota è la precisazione espressa con queste parole: «ma non dalla sfera morale». Le scelte e l’operare politico non sono cioè autonomi dalla morale. E la Chiesa, che è maestra di verità in materia “de fide et moribus” – nel campo non solo della fede ma anche della morale –, non può non far sentire la sua voce ogni volta che i programmi e le delibere politiche hanno contenuti o riverberi morali. «Tutte e due però, la comunità politica e la Chiesa – aggiunge la Gaudium et spes –, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro».
Concludendo con un’applicazione di queste linee valoriali al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, bisogna riconoscere che la materia sottoposta al voto non è di ordine propriamente morale ma tecnico-istituzionale, di competenza dunque delle scienze politiche e giuridiche. Per cui non è bene strumentalizzare la Chiesa come istituzione, tirandola per la giacca in presunti pronunciamenti e scelte di parte che contraddicono la laicità e l’autonomia della politica.

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