Il diritto alla salute (non) è uguale per tutti
Il Rapporto "Sussidiarietà e… salute", che verrà presentato a Roma giovedì, evidenzia che per chi è fragile, anziano o cronico, troppo spesso le tutele sanitarie restano sulla carta. È per queste persone che il sistema mostra la sua falla più grave: non nell’assenza di cure, ma nella loro frammentazione, che colpisce proprio chi avrebbe più bisogno di continuità e accompagnamento

Il diritto alla salute, così come è oggi organizzato, non è uguale per tutti. Lo evidenzia il Rapporto Sussidiarietà e… salute che verrà presentato a Roma giovedì. Per chi è fragile, anziano o cronico, troppo spesso resta un diritto sulla carta. È per queste persone che il sistema mostra la sua falla più grave: non nell’assenza di cure, ma nella loro frammentazione, che colpisce proprio chi avrebbe più bisogno di continuità e accompagnamento.
Dopo la dimissione ospedaliera, ad esempio, quando l’assistenza domiciliare è insufficiente o quando il supporto sociale viene trattato come un “di più”, la persona fragile viene lasciata sola a ricomporre un insieme di servizi in cui è complicato districarsi, anche per burocrazia. Un compito che molti non riescono a sostenere, soprattutto in assenza di reti familiari solide o di risorse economiche adeguate.In un Paese che invecchia rapidamente, questo modello non è solo ingiusto: è insostenibile. L’Italia è già oggi uno dei Paesi più anziani al mondo: nel 2025 le persone con più di 65 anni rappresentano circa il 24,7% della popolazione, mentre gli over 80 superano il 4%. A questo dato si accompagna un aumento strutturale delle patologie: circa il 59% degli over 65 convive con una o più malattie croniche, spesso in forma multipla, che richiedono cure continuative e integrate, non delle risposte episodiche. Secondo una rilevazione sul territorio italiano, solo circa il 3,9% degli over 65 ha usufruito nel 2023 dell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), nonostante l’enorme bisogno assistenziale.
Questa bassa copertura è dovuta non solo a risorse limitate, ma alla frammentazione delle competenze tra servizi sanitari, servizi sociali e soggetti del terzo settore, senza un coordinamento adeguato. La conseguenza è che ancora oggi la gran parte dell’assistenza quotidiana ai fragili è fornita dalle famiglie: oltre il 95% degli anziani, con limitazioni delle attività quotidiane, dichiara di essere aiutato dai propri familiari, mentre solo una quota molto ridotta riceve supporto strutturato anche di operatori a domicilio o da associazioni. Un’offerta di servizi pubblici che copre solo una porzione minima dei bisogni reali, lascia ampi spazi a forme di assistenza privata, costose o improvvisate, a cariche assistenziali enormi sulle famiglie e sui caregiver, con costi psicologici ed economici spesso non riconosciuti, a disuguaglianze territoriali significative nell’accesso ai servizi e nella qualità delle cure.
Per superare queste criticità è urgente integrare strutturalmente i settori sanitario e sociosanitario, mettendo in rete ogni competenza, dal medico di medicina generale alle unità di cure domiciliari, dai servizi sociali del territorio alle organizzazioni del Terzo settore. Solo così la presa in carico può essere continuativa, multidimensionale e personalizzata.In questo nuovo modello, il Terzo settore gioca un ruolo essenziale: le realtà associative, le cooperative sociali, le fondazioni e le organizzazioni di volontariato sono spesso il primo punto di contatto per le persone fragili e le loro famiglie, offrendo ascolto, accompagnamento, servizi domiciliari e comunitari. Perché possano svolgere appieno questa funzione, devono essere sostenute con risorse stabili, riconoscimento istituzionale e forme di cooperazione strutturata con il sistema pubblico. Allo stesso modo, l’assistenza a domicilio deve essere resa un pilastro del welfare sanitario. Quando una persona fragile può restare a casa sua – circondata dai propri affetti e con un supporto multidisciplinare coordinato – non solo migliora la qualità della sua vita, ma si riduce anche la pressione sui servizi ospedalieri e sulle strutture residenziali. Servono investimenti, riforme e, soprattutto, una visione che metta la persona al centro, oltre i muri istituzionali e amministrativi che finora hanno diviso e indebolito l’assistenza. Serve più cultura della sussidiarietà, sola in grado di creare un equilibrio innovativo e collaborativo tra governance pubblica, autonomie territoriali e partecipazione sociale. Quindi la sussidiarietà è intesa come criterio dinamico di governo, non come semplice trasferimento di competenze.
Presidente Fondazione per la Sussidiarietà
Presidente Fondazione per la Sussidiarietà
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