La Basilica di San Pietro compie 400 anni: «Casa per l’umanità in ricerca»

A colloquio con il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Vaticana. «Un nuovo Giubileo che coniuga memoria e futuro. Vogliamo che i pellegrini si sentano abbracciati dalla Chiesa»
February 17, 2026
La Basilica di San Pietro compie 400 anni: «Casa per l’umanità in ricerca»
L'interno della Basilica di San Pietro / SICILIANI
Da un Giubileo all’altro. Dopo l’Anno Santo della speranza, la Basilica di San Pietro apre le celebrazioni per i 400 anni dell’attuale chiesa. Era il 18 novembre 1626 quando avveniva la dedicazione del nuovo “tempio vaticano”, di cui era stata posta la prima pietra oltre un secolo prima, il 18 aprile 1506, e che avrebbe sostituito la basilica legata al nome di Costantino che per 1.200 anni aveva sfidato il tempo e la storia. Un rinnovato edificio, una Basilica rinascimentale, sempre incentrata sulla tomba di Pietro. «Una chiesa che era e resta grandissima per riunire nella “casa di Pietro” l’intera umanità», racconta il cardinale Mauro Gambetti ad Avvenire. «Uno spazio – prosegue – aperto a tutti, che interroga l’uomo, che lo invita a ritrovare se stesso, a scoprire continuamente di essere amato da Dio, a sentirsi abbracciati dalla Chiesa incontrando l’Apostolo e quindi i suoi successori, i Papi, a farsi Samaritano verso il prossimo in modo da costruire la pace e la fraternità: questa era e rimane la missione della Basilica».
Il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Vaticana / SICILIANI
Il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Vaticana / SICILIANI
Frate minore conventuale, con una laurea in ingegneria meccanica, 60 anni, già custode del Sacro Convento di Assisi, Gambetti è dal 2021 vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della Basilica Vaticana e presidente della Fabbrica di San Pietro. «Come testimonia anche il calendario delle iniziative per il Giubileo della Basilica e come dice l’impegno della Fabbrica – spiega –, la sfida è quella di coniugare memoria e futuro nel luogo che è considerato il cuore della cristianità». Milioni i pellegrini che durante l’Anno Santo sono entrati in San Pietro. E migliaia quelli che, fra fedeli e turisti, continuano ogni giorno a immergersi nella Basilica. «Penso spesso – afferma Gambetti – ai tanti che vedo commuoversi: perché hanno semplicemente varcato le soglie dei portoni, perché hanno avvicinato un sacerdote, perché hanno partecipato a una celebrazione. In questi anni abbiamo voluto che la Basilica fosse sempre più accogliente e vicina alle persone, capace di evangelizzare e di aiutare a sintonizzare la propria vita sul Signore». Nella sua stanza all’interno del Palazzo della Canonica ci sono i bozzetti delle nuove opere d’arte della Via Crucis che dal 20 febbraio andranno ad arricchire la “fabbrica della bellezza”, come San Pietro è stato ribattezzato.
Eminenza, in quale modo leggere il quarto centenario dell’attuale Basilica?
«Come un’occasione per recuperare il profondo significato che la Basilica ha per la Chiesa e per il mondo: dal punto di vista storico, artistico, liturgico, pastorale. Ma ciò va fatto guardando in avanti, valorizzando un tesoro prezioso che richiama all’edificazione del corpo mistico di Cristo, la Chiesa. In realtà, quattrocento anni non sono molti, se confrontati alla storia bimillenaria del luogo. “Pietro è qui”, è scritto nel frammento di intonaco ritrovato intorno alla tomba dell’Apostolo sotto l’altare della Confessione. L’umile pescatore è colui al quale Cristo affida la guida della Chiesa, quel primato e quel magistero che oggi prosegue nei Papi. Le iniziative giubilari intendono rendere ancora più visibile questo messaggio e proporlo anche attraverso nuove opere e servizi».
Che cosa dice Pietro all’uomo di oggi?
«Anzitutto, la Basilica richiama il suo martirio. Un luogo nato dal sangue dei martiri, dalle persecuzioni contro i cristiani che continuano ancora oggi. Ma Pietro è anzitutto uno di noi: ci appartiene con i suoi fallimenti e le sue intuizioni, le sue umiliazioni e le sue esaltazioni, la sua vergogna dopo aver rinnegato tre volte Cristo e la sua caparbietà. È il peccatore che Gesù unisce a sé, mostrando il suo amore per un’umanità fragile, segnata da vulnerabilità, imperfezioni, prove, fatiche».
L'altare della Confessione, sopra la tomba di Pietro, nella Basilica Vaticana / ANSA
L'altare della Confessione, sopra la tomba di Pietro, nella Basilica Vaticana / ANSA
La Basilica è spazio privilegiato per incontrare il successore di Pietro, il Papa.
«Questa è la “casa” delle celebrazioni del Pontefice. Nella liturgia Leone XIV ha scelto di coniugare la sana tradizione e il legittimo progresso, come indica la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium. Per noi tutto ciò significa un’attenzione a chi prende parte alle celebrazioni perché ci sia una partecipazione attiva e consapevole. Così, proprio nel programma del quarto centenario, è previsto il lancio di un’App con letture, canti e traduzione simultanea in più lingue per seguire i riti».
La Basilica Vaticana sta investendo sulle nuove frontiere digitali. Perché?
«La Chiesa è da sempre attenta ai linguaggi di ogni epoca. Le opere d’arte che la Basilica conserva ne sono la prova. Abbiamo promosso un ecosistema digitale che anzitutto consente di rendere più fruibile il patrimonio che qui viene custodito. Perché anche noi vogliamo partecipare alla missione in Rete della Chiesa. Poi c’è la volontà di mettere a disposizione nuovi servizi per raggiungere quanti arrivano, in modo da poter gestire al meglio i flussi e da offrire informazioni o indicazioni che facciano sentire chiunque accolto. È ciò che chiedono gli stessi pellegrini, come dimostra un’indagine che abbiamo condotto. Del resto, nell’ultimo anno abbiamo registrato ingressi che andavano dai 50mila ai 100mila al giorno».
La Basilica di San Pietro / ANSA
La Basilica di San Pietro / ANSA
Quale l’eredità dell’Anno Santo?
«Nei mesi del Giubileo il mondo è venuto nella Basilica di San Pietro. E ho toccato con mano la speranza, dimensione cardine dell’Anno Santo, proprio in questa manifestazione di fede. Una speranza che i pellegrini hanno mostrato di voler fondare su Cristo, come ha fatto Pietro. È questo ciò che resta al di là dei numeri e degli appuntamenti che hanno portato qui milioni di donne e uomini, bambini e anziani, credenti e persone in ricerca».
Hanno avuto una vasta eco mediatica alcuni blitz vandalici all’interno della Basilica.
«Statistiche alla mano, se valutiamo il massiccio volume di visitatori in San Pietro, i pochissimi episodi che si sono registrati rappresentano una percentuale infinitesimale. Non che non si tratti di fatti deprecabili, ma va anche soppesata la situazione personale di chi li ha commessi, con le sue fragilità, che non diminuiscono la gravità dell’accaduto ma che aiutano a comprenderne la genesi. Inoltre gli interventi sono stati assolutamente tempestivi e qualificati. Certo, la Basilica deve restare accessibile a tutti. Avrebbe senso militarizzarla, ossia limitare la possibilità di movimento nel nome della sicurezza? Abbiamo messo in campo azioni preventive e livelli di presidio che penso garantiscano un giusto equilibrio fra sorveglianza e libertà dei fedeli. Inoltre quest’anno saranno aperte ulteriori aree del complesso monumentale sia per alleggerire il carico dei fedeli in Basilica, sia per favorire il raccoglimento: ad esempio, diverrà accessibile l’intera terrazza».
L'intero della Basilica Vaticano visto dall'alto / FABBRICA DI SAN PIETRO-ENI
L'intero della Basilica Vaticano visto dall'alto / FABBRICA DI SAN PIETRO-ENI
Quale il presente e il futuro della Fabbrica di San Pietro?
«La Fabbrica è un laboratorio che vuole salvaguardare e consolidare nel tempo il patrimonio ricevuto, ma al tempo stesso valorizzarlo puntando sull’evoluzione. Mi piace definirla una comunità di persone e competenze che rende la Basilica un luogo parlante e al tempo stesso silenzioso, comprensibile nei suoi significati e quindi leggibile. Per la Fabbrica auspico un futuro in cui la solidità vada a braccetto con il dinamismo che il tempo di oggi richiede. Un percorso da consolidare sotto l’aspetto formativo, giuridico, amministrativo, della cultura del lavoro».
Leone XIV è tornato più volte a denunciare la crisi ecologica. Dalla Basilica arriva anche un messaggio “green”?
«È al lavoro un comitato scientifico di alto profilo e l’obiettivo è di avere una realtà a impatto zero. Siamo impegnati nella raccolta differenziata e nella selezione dei materiali per limitare l’uso della plastica. Poi c’è il nodo dei consumi energetici: consumi da ridurre e da sostenere con fonti di energia rinnovabili. Anche l’intera Città del Vaticano va in questa direzione. E ancora la questione del benessere ambientale che è connessa alla qualità dell’aria, al microclima e più in generale all’inquinamento. Infine intendiamo attuare buone pratiche che coinvolgano i visitatori e che si traducano in proposte educative».
Il monitoraggio della Basilica di San Pietro / FABBRICA DI SAN PIETRO-ENI
Il monitoraggio della Basilica di San Pietro / FABBRICA DI SAN PIETRO-ENI
Nove mesi di pontificato di Leone XIV. Come li riassumerebbe?
«Prima di tutto, emerge l’impegno del Papa per la pace insieme con l’attenzione all’umanità ferita. Poi la sua impostazione cristocentrica. E ancora, come testimonia il motto episcopale, la promozione della comunione, non solo da annunciare ma da vivere concretamente anche con quello stile sinodale che è figlio del Concilio e che papa Francesco ha rilanciato. Inoltre va sottolineato il grande equilibrio con cui Leone XIV governa, che lo porta a una prudente ponderazione delle scelte. Altrettanto evidente è la sua disponibilità semplice e sobria, ma molto sentita, a incontrare la gente, senza ritrosie di sorta».
Il 2026 è anche l’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco. Da frate francescano, quale lezione dal patrono d’Italia per l’oggi?
«Francesco sceglie di lasciare tutto per riappropriarsi dell’essenziale. E l’essenziale sta nella relazione con Dio, con se stessi, con gli altri e con il creato. È questa la religiosità autentica. Il santo di Assisi ci insegna a vivere con spirito di minorità, cioè di fraternità autentica, dove ciascuno è un dono da accogliere e valorizzare. Da lui giunge il richiamo ad avere uno sguardo nuovo sul prossimo umano, soprattutto in un tempo come quello attuale dove la tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale, rischia di disumanizzare i rapporti e mette a rischio la dignità che può essere appiattita o dimenticata, sostituita da algoritmi che esaltano l’io e la conflittualità».

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