Così le scrittrici hanno cambiato il mondo
Da Ipazia a Michela Murgia, in “Scritture segrete” Dacia Maraini ricostruisce una genealogia femminile rimossa dal canone

«Le donne hanno sempre letto avidamente e scritto, anche se segretamente» (p. 13). Lo afferma Dacia Maraini nell'introdurre il suo ultimo libro, Scritture segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola (Rizzoli, pagine 366, euro 19,00). Un volume che raccoglie una serie di scritti d'occasione, elaborati lungo l'arco di diversi decenni e dedicati alle donne e ai loro libri.
Nel rievocare la propria infanzia e adolescenza, da «ragazzina portata alla lettura e alla meditazione», l'autrice ricorda di aver letto sempre e tanto, ma soprattutto i libri scritti dai padri. Poi, a un dato momento, una folgorazione: «Un giorno però mi sono chiesta: ma dove sono le madri? I padri li ho qui attorno a me, mi hanno tenuto compagnia, mi hanno affascinata e innamorata, mi hanno incantata e deliziata». Conrad, Henry James, Proust, Dostoevskij, Verga, Pirandello, Faulkner, Beckett... «Ma ecco, a un certo punto mi sono domandata se fosse normale che fra tutti questi amati padri non ci fosse una madre. Le biblioteche non le proponevano, le grandi panoramiche critiche non le offrivano alla nostra riflessione. (...) Ci ho messo anni per scoprire che le madri c'erano eccome. Ed erano non meno brave, coraggiose, profonde, originali dei padri».
I nomi? Sono alcuni di quelli contenuti in questo libro. Alcuni, perché - come chiarisce l'autrice -, stante il carattere di occasionalità degli scritti raccolti (quasi sempre richiesti da giornali, riviste, editori), essi non esauriscono il ventaglio delle scrittrici sulle quali Maraini si è formata e delle donne della cultura alle quali si è ispirata. Da Ipazia a Chiara d'Assisi, da Jane Austen a Charlotte Brontë, da Dolores Prato a Michela Murgia: ecco «le grandi madri della scrittura», delle quali Maraini traccia ritratti partecipi.
Ci sono le mistiche, come Angela da Foligno, Caterina de' Vigri, Maria Maddalena de' Pazzi, Veronica Giuliani, spesso oggetto di sospetto da parte delle gerarchie ecclesiastiche per i toni troppo accesi (che talora sconfinavano in un velato erotismo) delle loro raffigurazioni religiose. C'è Isabella di Morra, la poetessa lucana del XVI secolo, figlia di un barone, costretta a vivere in un castello insieme alla madre e ai sette fratelli dopo la fuga del padre dalla penisola in seguito all’arrivo degli spagnoli, che nelle sue rime esprime il dolore per la condizione di solitudine e prefigura la tragica conclusione della propria esistenza: assassinata dai fratelli in una sorta di "delitto d'onore". Ci sono la verista napoletana Matilde Serao, Ada Negri e Sibilla Aleramo, riscoperte soltanto in anni recenti quali voci significative della letteratura italiana di inizio Novecento, e l'unico premio Nobel donna per la letteratura che abbiamo avuto in Italia, Grazia Deledda. Spaziando fuori dai confini patri troviamo le inglesi Jane Austen e Charlotte Brontë, che hanno dato un fondamentale contributo al Romanticismo europeo, e ancora George Sand, Edith Wharton, Camille Claudel, Karen Blixen, Marguerite Yourcenar, e molte altre.
Particolarmente intesi sono i capitoli dedicati a scrittrici che Maraini ha avuto modo di conoscere personalmente e di frequentare a lungo. Quando nel 1991 muore Natalia Ginzburg, Maraini le scrive una commossa lettera: «Cara Natalia, ti ho appena vista, distesa sul tuo letto di morte, nel tuo vestituccio grigio da orfana, la solita aria schiva e gentile (...), le calze nere sui piedi senza scarpe. (...) Eri lì minuta come un uccellino, la piccola testa rigida sul cuscino, gli occhi chiusi, la bocca severa, quella posizione del collo che ti appartiene così decisamente ed esprime una ferma e irrimediabile fierezza».
Compare, in diversi punti del libro, la rivendicazione del ruolo delle donne nella storia letteraria, misconosciuto, se non vogliamo dire programmaticamente escluso, a partire da De Sanctis, che non riteneva le donne funzionali in una ricostruzione del percorso fondativo dell'identità storico-culturale della nazione, e passando per Croce, il quale credeva meno di De Sanctis a un'idea di storia della letteratura ma considerava la scrittura femminile relegata alla sfera intima dei sentimenti e perciò "minore" e marginale nel canone. Scrive Maraini: «Amelia Rosselli, se fosse un uomo, sarebbe considerato il più dotato e il più stravagante dei poeti della sua generazione. Ma essendo una donna, il riconoscimento, quando c'è, viene fatto a mezza bocca, il suo nome, non si sa come, rimane fuori dalle antologie più importanti». Temo non abbia tutti i torti.
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