Marie Chouinard: «Il Magnificat dà voce a tutte le donne»
La coreografa canadese ha debuttato al Danza in rete Festival di Vicenza con il suo nuovo lavoro sulle note di Bach. «Io laica attratta dal mistero»

Sulle note del Magnificat di Johann Sebastian Bach si è aperta a Vicenza la nona edizione di Danza in Rete Festival, evento diffuso promosso dalla Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza fino al 24 maggio. In prima nazionale, unica data italiana, ieri sera al Teatro Comunale di Vicenza, il nuovo lavoro di Marie Chouinard, Magnificat, abbinato a Le Sacre du Printemps di Igor Stravinskij. Un ritorno a Bach, dopo la folgorazione delle Goldberg Variations, che per la coreografa canadese non è solo confronto musicale, ma immersione spirituale. Il suo sguardo è laico, ma profondamente attratto dal mistero.
Fondata nel 1990, la Compagnie Marie Chouinard ha imposto nel mondo una cifra radicale e riconoscibile. Chouinard è anche regista, autrice, artista visiva ed è stata direttrice della sezione danza alla Biennale di Venezia.
Signora Chouinard, voi vi chiamate Marie. Era inevitabile che prima o poi arrivasse a questo Magnificat?
«In realtà ha poco rapporto con il mio nome - sorride -. Non credo che il nome sia così importante. Il Magnificat parla di una donna che riceve una visita soprannaturale e il suo destino cambia per sempre. Questo mi interessa: il momento della trasformazione».
Non è credente, eppure affronta uno dei testi più densi della tradizione cristiana. Perché?
«Non sono credente, anche se sono stata battezzata. La religione in sé non è il mio ambito di interesse. Ma mi ispira tutto ciò che riguarda il mistero, il mistico, la spiritualità. Il Magnificat di Bach è una gioia per l’anima. È la voce di una donna incinta che canta la sua esultanza. Questa forza mi tocca profondamente, al di là della fede».
Che figura è Maria per lei?
«Maria per me è una delle donne. Non è necessario essere la migliore, la grazia non va al merito. Questo è straordinario: la grazia è dono, non conquista. E poi c’è un fatto raro nella Bibbia: qui una donna parla in prima persona. La sua è una testimonianza diretta. Questa donna appartiene a tutte le culture e a tutte le donne».
Quando però le donne parlano nella Bibbia, le loro parole hanno una importanza sostanziale. Come nel Magnificat.
«Sì. Sono parole di potenza. Non c’è sottomissione, ma consapevolezza. È una donna che si sente benedetta, colmata, e nel suo sguardo il mondo è liberato dall’oppressione. È un’immagine di forza femminile che attraversa i secoli».
Parole esaltate dalla musica di Bach e poi dalle sue coreografie?
«La musica di Bach è esultante. È un compositore straordinario: crea un sentimento di gioia e di esaltazione assolute. Nel Magnificat questa gioia è evidente, quasi travolgente. È una musica che trovo dentro di me, come se fosse sempre stata lì. E lavorare alla coreografia è stato un processo di elevazione. È questa elevazione dell’anima che vogliamo condividere con il pubblico. La coreografia alterna grandi sequenze di gruppo a trii, duetti, assoli più intimi».
La messa in scena espone ad egual modo i corpi di danzatori e danzatrici aureolati. Una visione radicale?
«Volevo che uomini e donne fossero semplicemente esseri umani. Ho scelto lo stesso costume per tutti, uno short color carne, e un’aureola. Nella loro umanità volevo la rappresentazione più semplice possibile: perché l’umanità è sacra. È attraverso la carne che questa musica ci tocca. E, in questa storia, l’angelo tocca Maria nella sua carne. Se c’è qualcosa di radicale, è l’angelo. La mia scelta è un ritorno all’essenziale. Ma non c’è provocazione fine a se stessa. C’è una logica precisa: restituire al corpo la sua dignità originaria. Il corpo non è scandalo, è luogo di rivelazione».
A Vicenza il Magnificat è abbinato a Le Sacre du Printemps: ma c’è un dialogo fra queste due opere?
«Sono opere indipendenti, scelte dal Festival per mostrare due volti del mio lavoro. Le Sacre è un rito pagano mentre il Magnificat è un canto di esultanza».
Qual è oggi il suo rapporto con l’Italia dopo l’esperienza alla Biennale?
«Sono stati quattro anni magnifici a Venezia. Ho amato poter offrire un festival in cui ogni edizione fosse un amalgama di visioni diverse dell’arte e della danza. È stata la prima volta che mi veniva affidato un ruolo di commissaria: un dono prezioso E Biennale College è stata un’esperienza fondamentale. Scegliere giovani danzatori da tutto il mondo, metterli in dialogo con i maestri, aiutarli a cercare la relazione tra tempo e spazio. La danza è un’arte assolutamente attuale: parla del nostro oggi, delle relazioni con la vita, con la morte, con l’amore. È un contatto diretto con la totalità dell’essere, con ciò che è organico».
Quanto è importante l’arte per i giovani, in un mondo così complesso e ferito dalle guerre?
«Il contributo della danza oggi è lo stesso di sempre: creare vita, amicizia, amore. La nostra comprensione di ciò che facciamo su questo pianeta passa attraverso la cultura. L’arte fa un reset del cuore. Ci riporta all’esperienza primordiale di far parte di qualcosa di più grande».
Questa unione con il tutto è una chiave delle sue coreografie. Come ci è arrivata?
«Ho studiato danza, certo, ma è stato il nuoto ad aprirmi gli occhi. Da ragazza nuotavo per chilometri. La respirazione, le bolle nell’acqua, la solitudine, il benessere di essere immersa… tutto questo mi faceva sentire unificata con il mondo. Ho cercato di trasferire quella sensazione nella danza: l’unificazione dell’essere in movimento».
Lei è una delle coreografe che hanno segnato la storia della danza contemporanea. Per che cosa vorrebbe essere ricordata?
Si commuove. «Continuo a lavorare perché sento di non essere ancora riuscita a esprimere pienamente ciò che vorrei. Non so se ci riuscirò. Sto preparando una grande esposizione a Montréal, una mostra che riunirà le mie opere visive, video, performance, realtà virtuale. Ma ciò che conta è continuare a cercare: il tentativo, attraverso il corpo, di trovare qualcosa di più grande di noi».
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