Come i cristiani stanno piantando semi di pace nel deserto della Giordania
di Giuseppe Muolo, inviato a Madaba (Giordania)
Cura dei disabili, promozione del dialogo: la minoranza cattolica in questo lembo di Terra Santa è un punto di riferimento grazie alle opere in favore degli ultimi. Il racconto dei luoghi che abbiamo visitato con l'Opera romana pellegrinaggi

Fuori, il sole si è appena nascosto dietro le rocce. Il rosso acceso della sabbia sta sfumando verso il ruggine. In lontananza, si intravedono un paio di cammelli. Poi scompaiono, mimetizzandosi nell’ombra. Sta per arrivare la notte sul deserto giordano del Wadi Rum. Dalla cucina del rifugio si affacciano i primi odori intensi della cena. La sala è spaziosa, accogliente. Il soffitto è a tenda, con grandi drappi a righe rosse e bianche. Da cui pendono diversi lampadari e lanterne di cristallo. Per terra, invece, c’è un grande tappeto ricamato con forme geometriche. La radio appoggiata al bancone del bar sta suonando una musica araba. Ma viene spenta. Sta per iniziare la Messa.

Un tavolino del ristorante è stato trasformato in un altare. Suor Rebecca Nazzaro, direttrice dell’Ufficio per la pastorale del pellegrinaggio del Vicariato di Roma-Opera romana pellegrinaggi (Orp), intona il canto iniziale e tutti si alzano in piedi. I responsabili della struttura, beduini, pur non partecipando alla celebrazione, assistono da lontano, in silenzio. Il rispetto per gli altri è sacro. Basterebbe fermarsi a questa scena, per descrivere il clima positivo tra i cristiani (che sono solo il 2% della popolazione) e i musulmani (la restante parte) che si respira in Giordania. Un Paese che può essere definito a tutti gli effetti “Terra Santa”, perché teatro di numerosi eventi dell’Antico e del Nuovo Testamento, come la contemplazione della terra promessa da parte di Mosè sul monte Nebo e il Battesimo di Gesù. E che per molti aspetti rappresenta una sorta di “isola felice” in un territorio, quello mediorientale, che vede la vera pace ancora lontana. Lo ha confermato anche l’arcivescovo Giovanni Pietro Dal Toso, nunzio apostolico in Giordania, a un gruppo di pellegrini arrivati da Roma grazie a un viaggio organizzato dall’Opera romana pellegrinaggi in collaborazione con Royal Jordanian, Jordan Tourism Board e Ministero del Turismo.

«Non siamo una comunità grande – ha raccontato il presule –, ma tanto influente. Abbiamo una rete di scuole molto capillare, un'università, quattro ospedali, due orfanotrofi e due istituti per ragazzi con disabilità». Una presenza «molto apprezzata e considerata anche dal Governo». Come sottolineato anche da don Giovanni Biallo, assistente spirituale dell’Orp, che parla di «una coabitazione e di un rispetto molto profondo». I cristiani, infatti, sono liberi di professare la propria fede (senza però poter evangelizzare) e sono molto impegnati nel sociale. Per la comunità islamica sono un punto di riferimento. Come accade ad esempio nella sede del Sermig a Madaba, “L’arsenale dell’incontro”, dove tre consacrate italiane si prendono cura di bambini cristiani e musulmani con disabilità. L’atmosfera di fraternità ti accoglie fin dall’ingresso. Le pareti sono ricoperte di cartelloni, con scritte colorate in arabo e in italiano. Uno in particolare dà il benvenuto a tutti: «Pace sì e comincio io». Un vero e proprio manifesto. Una piccola stanza è stata trasformata in una cappella. Come nella sede di Torino, il tabernacolo ha la stessa forma del forno con cui in passato si realizzavano le armi. I bimbi sono appena andati via, ma tutto ancora parla di loro. Sui tavoli ci sono i loro lavoretti dei laboratori di arte, cucina e agricoltura sostenibile. «Aiutiamo circa 275 bambini e abbiamo duecento persone in lista d’attesa – racconta Chiara Giorgio, una delle tre consacrate –. Molti vengono per delle sedute individuali per logopedia, fisioterapia, accompagnamento allo studio». L’idea è molto semplice: «Ci si incontra a partire da ciò unisce – aggiunge –, la sofferenza». L’obiettivo è «imparare a incontrarci» e «diventare famiglia attorno ai più piccoli, perché loro ci insegnino a dialogare».

Un clima che si respira anche a “Betania oltre il Giordano”, nel sito del Battesimo di Gesù, che è visitato anche da molti musulmani. Dalle ampie vetrate della chiesa che è stata consacrata l’anno scorso dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, entra una luce bianca, che diventa ancora più chiara riflettendosi sul marmo. Quasi a ricordare che, nonostante tutto, la purezza del luogo è rimasta intatta. La stessa di duemila anni fa.

A custodire la chiesa c’è il ramo contemplativo della famiglia religiosa del Verbo Incarnato. È re Abd Allah II di Giordania che ha voluto la loro presenza, affinché pregassero in particolare per la pace. «Siamo cinque preti e nove religiose – racconta padre Andres Nowakowski, missionario argentino –. Sentiamo molto il desiderio di fare qualcosa per le persone in guerra. Ma non possiamo fermarla. Quello che possiamo fare è pregare. Che è molto». I villaggi della Cisgiordania distano una ventina di chilometri. Le bandiere di Israele si vedono al di là del Giordano. Gli echi del conflitto sono arrivati anche nella chiesa. «Sentivamo le sirene soprattutto di notte – aggiunge il sacerdote –. Quando i droni dall'Iran sono passati sopra il convento, qui tremava tutto. Avevamo anche preparato una sorta di bunker nella parte più protetta della casa, con acqua e cibo per una settimana, ma grazie a Dio non abbiamo mai avuto problemi». La guerra, in Giordania, non è mai arrivata. Ma le conseguenze sì: «Prima del 7 ottobre giungevano uno-due gruppi di pellegrini al giorno, ora ne arrivano uno-due a settimana».

Accanto alla chiesa cattolica ci sono una chiesa russo ortodossa e una greco-ortodossa. Una sorta di famiglia cristiana che si fa forza insieme. Una bella testimonianza di ecumenismo. «Ci incontriamo periodicamente – racconta il sacerdote –, per decidere come accogliere i pellegrini e recitiamo un salmo o un Padre nostro insieme». All’orizzonte, c’è il bimillenario del Battesimo di Gesù. «Contiamo di finire i lavori entro il 2030 – assicura –: mancano i mosaici e un centro di accoglienza per i pellegrini». All’appello, però, non manca di certo la speranza. Anche che un giorno, da queste parti, possa arrivare papa Leone XIV.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






