nayt a Sanremo: «Giù le maschere per essere se stessi»
Il giovane cantautore e rapper romano fra le sorprese più interessanti fra i Big in gara. Appassionato di letteratura e psicologia nel brano "Prima che" invita a tornare alla realtà

Quello di nayt – tutto rigorosamente minuscolo – è uno dei nomi che hanno preso in contropiede quando è stato annunciato tra i Big in gara al prossimo Festival di Sanremo. Ma chi è davvero William Mezzanotte, 31 anni, romano, già con nove album alle spalle e pronto a lanciare il decimo? Lo scopriremo presto quando salirà sul palco dell’Ariston con Prima che, un brano tra i più intelligenti di questa edizione, scritto dallo stesso artista e prodotto da Zef.
«Prima che nasce dall’esigenza di interrogarsi su cosa resta quando si tolgono tutte le strutture sociali, i costumi e le abitudini che spesso si frappongono nei rapporti umani – racconta nayt –. Tornare così a incontrarsi e conoscersi per quello che si è realmente». Durante la serata delle cover, si esibirà insieme a Joan Thiele con La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André, un omaggio alla tradizione che si intreccia con la sua cifra poetica contemporanea.»
Il termine “rapper” gli sta stretto. «Preferisco definirmi artista urban, anche se in realtà sono semplicemente un cantautore della nuova generazione. Amo la letteratura, Enzo Carella e Battisti come Kendrick Lamar e Marracash». E proprio questa contaminazione tra radici italiane e sonorità globali caratterizza il suo percorso musicale, lineare e solido, costruito negli anni con una crescita lenta ma costante.
Quando gli chiediamo cosa significhi essere a Sanremo da outsider, nayt risponde con entusiasmo: «Il mio percorso qui è molto lineare, ma non privo di sfide. Voglio affrontare il Festival nel modo più onesto possibile, facendo arrivare al pubblico il mio immaginario e la mia musica così come sono».
E Prima che, di cosa parla? «Parla della volontà di stare insieme agli altri, della ricerca dell’identità personale e collettiva. In questo periodo storico ci scontriamo spesso con l’incapacità di vedere l’altro e di avere dibattiti sani che ci permettano di crescere insieme. Invece ci dividiamo, sia nella vita sociale, sia in quella amicale o professionale. È un tema centrale nella mia vita e nella mia scrittura in questi anni».
Un riferimento ai social? «La costruzione di sé passa anche attraverso i social, dipende dalla distanza che si prende da questo pericolo. Io penso che smettere di dare potere agli altri sia un primo passo: i social sono uno strumento, e la domanda è perché li usiamo in un certo modo, non colpevolizzarli. Cerco di lavorare su me stesso senza scadere nella retorica».
Parla della sua generazione come di una “generazione di mezzo”. «Non siamo cresciuti con il telefono in mano, ma da adolescenti ci siamo ritrovati immersi in un crescendo tecnologico. Ora i ragazzi lo hanno in mano sin dai primi anni di vita. La vita è quella che è, la società ha ragione di esistere, e noi abbiamo la responsabilità di fare da ponte tra chi è cresciuto senza e chi è nato già con tutto a disposizione».
Il nuovo album io Individuo, in uscita il 20 marzo, approfondirà il rapporto tra individuo e collettività, e la difficoltà di sentirsi parte di una società complessa. Riflessivo per natura, Nayt ha frequentato un percorso psicoterapeutico da giovane “che mi ha permesso di sviluppare un interesse profondo per psicologia, esistenzialismo e dinamiche sociali. Leggo molto – confessa –. Al momento, Il Tao della Fisica di Fritjof Capra e il romanzo Madeleine prima dell’alba di Sandrine Collette».
Sul cosiddetto “rap conscious” dice: «È solo un’altra etichetta. Il rap resta il genere più esplicito testualmente, uno specchio fedele della società: dalla volgarità alla spiritualità, dall’introspezione alla politica. Sessismo e materialismo esistono già nella società».
Con il nono album, Lettera Q, ha raccontato storie di donne. Il decimo disco, ancora in preparazione, esplora il femminile e il rapporto tra individuo e collettività. «Sto approfondendo questo tema, perché credo sia centrale nella società ».
Il duetto con Joan Thiele su De André nasce da una ricerca accurata sulla musica italiana. «Volevo portare un pezzo che fosse nelle mie corde poetiche e vocali. Cantare insieme a una donna come lei, artista incredibile, mi permette di esprimere un lato più cantautorale, non solo rap».
I suoi riferimenti cantautorali spaziano da Enzo Carella-Panella, Battisti-Mogol Piero Ciampi, Jannacci, Gino Paoli e Battiato, mentre nel rap internazionale nomina Little Simz e Kendrick Lamar per la loro capacità di raccontare il fattore umano; in Italia, Marracash, Rancore, Mezzosangue e Fabri Fibra. «Il rap ha un potenziale teatrale enorme, e io cerco di valorizzarlo con testi, musica, video e live». Guardando al presente e al futuro, Nayt riflette: «Se si leva la lente d’ingrandimento sul periodo storico, vedo un momento teso e confuso. Io faccio un passo indietro e osservo, cercando di stare nel presente».
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