Lo sport, dove il "volere-potere" si scontra con la realtà

L'attività agonistica è un laboratorio di eccellenza e di vulnerabilità: la retorica si infrange contro la realtà di corpi che si rompono e menti che vacillano. E rende umana la vittoria
February 18, 2026
Lo sport, dove il "volere-potere" si scontra con la realtà
La medaglia d'oro italiana Federica Brignone festeggia sul podio durante la cerimonia di premiazione dello slalom gigante femminile con la medaglia d'argento norvegese Thea Louise Stjernesund /Reuters
Federica Brignone li ha chiamati «i miei mostri». L’avevano quasi convinta a rinunciare alla discesa, poco prima dell’inizio della seconda manche del gigante e l’hanno accompagnata nei dieci mesi di recupero da un infortunio per il quale, nell’aprile scorso, «c’era un rischio reale di amputazione della gamba» come ha detto la madre di Federica, Ninna Quario, campionessa anche lei. Mostri che entrano in testa, magari stanno silenti per un po’, poi ricompaiono all’improvviso e tentano di sabotarti, di convincerti a rinunciare, di farti fallire.
L’impresa sportiva di Federica Brignone non è un miracolo e, soprattutto, non è gratis. Non è miracolo, ma metodo meticoloso di allenamento di muscoli e di ingegneria della mente. Non è gratis, perché pretende un prezzo enorme che non è la fatica: con quella gli sportivi flirtano dalla notte dei tempi, come quegli antichi atleti greci la cui caratteristica era la filoponìa, virtù simmetrica alla filosofia: se quest’ultima è amore per la sapienza, la prima è amore per lo sforzo, addirittura per il dolore, nel senso catartico del termine. Quando Federica, proprio nel momento più incredibile della sua carriera, dice: «Ridarei le mie medaglie per la vita di prima, per poter tornare a ballare, a giocare a beach volley, a tennis» non sta tradendo la vittoria, sta evocandone il prezzo, perché la gloria aggiunge, ma toglie anche. Emerge così, in purezza, una domanda antica e spietata: «Quale prezzo sei disposta a pagare?». Lindsey Vonn, quel prezzo, lo ha pagato con il corpo: un atlante di cicatrici, articolazioni ricostruite, cadute, ripartenze, ogni discesa un patto rinnovato con il dolore. La grandezza è stata accettare che il talento non mette al riparo da quella fragilità che lei, come l’avanzare dell’età, ha affrontato sempre mentalmente al massimo, al limite dell’hybris, fino a quella terribile rotazione, probabile fine della carriera, proprio lì sulla pista olimpica: «Come nelle gare di sci – ha detto – corriamo dei rischi anche nella vita. A volte cadiamo. Questa è la bellezza: possiamo provare. Perché l’unico fallimento nella vita è non provare».
Vonn ha quarant’anni, Atle Lie McGrath, invece ne ha venticinque e porta sulle spalle un’altra forma di pressione: quella di una generazione che deve essere perfetta subito. Nel suo sciare c’è la gioia dei vent’anni, ma anche l’ombra di un sistema che non perdona. L’ansia di non bastare lo ha portato a cercare consolazione fuggendo a piedi in un bosco, vicino alla pista dove era appena caduto con addosso il pettorale n.1. Prezzo invisibile in questo caso, non fisico, ma mentale. Come per Ilia Malinin, il ragazzo che sul ghiaccio ha reso normale l’impossibile: salti quadrupli, rivoluzioni tecniche, la spinta del limite sempre più in alto e per conto terzi, perché l’autorità di un padre ti vuole così finché tu, a un certo punto, non reggi più. Infine, la più giovane di tutti, la diciottenne Flora Tabanelli: 102 giorni dopo un terribile infortunio che la costringe a gareggiare con un tutore in titanio, tenta un salto mai fatto prima e afferra così la medaglia di bronzo nel freestyle big air. Queste storie si somigliano più di quanto sembri: lo sport è un laboratorio di eccellenza e di vulnerabilità. La retorica del “volere è potere” si infrange contro la realtà di corpi che si rompono e menti che vacillano. Talvolta ce la si fa, altre no. Resta quella frase illuminante: «restituirei le mie medaglie per riavere la vita di prima» che non diminuisce la vittoria, semmai la rende umana. Perché l’eccellenza non è un’ascesa lineare, ma la trattativa continua tra ciò che si conquista e ciò che si perde e la vera impresa è restare integri: salvare i corpi, tenendo a bada i mostri.

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