Sicurezza o libertà? L’Italia di fronte a un bivio
Da Thomas Hobbes alla fiducia sociale: non c’è vera sicurezza senza relazioni e tutele. E la scorciatoia della forza rischia di impoverire libertà e legami civili

Si parla molto in questi giorni, e giustamente, di sicurezza. I fatti di Torino, i decreti che ne sono seguiti (ma già annunciati da tempo), le notizie provenienti da Paesi come gli Stati Uniti e da altre democrazie occidentali, le scelte radicali che vengono fatte in Europa e in Italia sul tema dell’immigrazione, richiamano la nostra attenzione su questo tema, che ormai da qualche decennio rappresenta ‒ come ha spiegato efficacemente Zygmunt Bauman ‒ il luogo cruciale di legittimazione della politica, in un’epoca in cui i grandi problemi del mondo le sfuggono. Non potendo governare i grandi processi, e cioè altri problemi urgenti delle persone, i governi nazionali si sono concentrati sulla più fondativa e originaria risorsa del loro potere: quella di usare la forza per garantire sicurezza, intesa questa, molto restrittivamente, come sicurezza del corpo, della fisicità, della incolumità: della nuda vita, come la chiamerebbe Giorgio Agamben. Occorre però, su questo tema come su altri, essere meno generici e farsi alcune domande che possono aiutarci a fare distinzioni essenziali per individuare la strada più adeguata da percorrere di volta in volta: di cosa parliamo, quando usiamo la parola “sicurezza”? E per chi è pensata e voluta questa sicurezza? cosa, precisamente, vogliamo che sia reso più sicuro? Domande ineludibili sempre, tanto più in un’epoca in cui viene dato per scontato che alcuni pilastri della nostra stabilità esistenziale, come il lavoro e la salute, vengono considerati estranei a ogni discorso sulla sicurezza.
Ancora una volta, i classici del pensiero politico ci vengono in soccorso offrendoci con grande chiarezza i modelli intorno ai quali svolgere i nostri ragionamenti. La sicurezza di cui parliamo e che mettiamo alla base delle nostre leggi e delle nostre scelte, è quella di cui scrive Thomas Hobbes, che la considera un prius assoluto, a cui sacrificare eventualmente ogni altro diritto perché nulla è pensabile senza quella condizione che può essere garantita solo dalla verticalità del potere? Oppure è quella di John Locke, che la intende come “sicurezza dei diritti”, in senso liberale e costituzionale, pensando la sicurezza come effetto di una serie di tutele che lo Stato deve garantire ai suoi cittadini? Parliamo forse del “diritto alla sicurezza”, inteso come uno dei diritti fondamentali del cittadino eventualmente da bilanciare con altri diritti, com’era nello spirito delle dichiarazioni rivoluzionarie della Francia di fine Settecento? O infine, parliamo della sicurezza derivante dal “patto iniquo” di cui raccontava Jean-Jacques Rousseau, che vedeva in questo patto la sanzione definitiva della disuguaglianza che separava radicalmente i possidenti dai non-possidenti, i privilegiati dagli sventurati?
Insomma, ci sono molti significati di sicurezza, ai quali se ne deve aggiungere almeno un altro, decisivo, che la letteratura scientifica e critica ha richiamato più volte. Si tratta di una sicurezza “comunitaria” (attenzione: non comunitaristica), che non viene garantita dall’alto, attraverso il potere della forza, ma che è frutto di una attenta lettura della società stessa, e di un adeguato progetto sociale e istituzionale, capace prima di ogni cosa di creare ambienti abilitanti in cui si possano svolgere relazioni di mutuo riconoscimento e di reciproco rispetto. Una sicurezza fondata più sulla fiducia, che sulla sfiducia, come ricordava qualche giorno fa Vittorio Pelligra sulle pagine di "Avvenire". Tale concezione è espressa perfettamente nell’art. 4 della Dichiarazione dei diritti e dei doveri del 1795: «La sicurezza risulta dal concorso di tutti per assicurare i diritti di ciascuno». Trattandosi di un terreno delicato, sul quale si gioca il sempre difficile equilibrio tra autorità e libertà, dovremmo riflettere meglio su quale sia il modello al quale ci ispiriamo quando facciamo scelte importanti che incidono pesantemente sulla vita collettiva. Farsi ispirare esclusivamente dal modello sicuritario fondato sulla forza e sul potere — come indubbiamente avviene per molte delle disposizioni dei recenti decreti del Governo — rischia di rafforzare la convinzione, già fin troppo diffusa, che l’unica nostra risorsa per rispondere alla violenza (e in genere a qualunque problema sociale) sia quella che passa dalla forza e dalla restrizione delle libertà. Ma il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni non può basarsi soltanto sulla delega relativa all’uso legittimo (per quanto regolato) della violenza. Sebbene questo sia un presidio importante della vita sociale, quest’ultima ha bisogno soprattutto e innanzitutto di relazioni di riconoscimento, nelle quali possa circolare — in un quadro di libertà garantite dal diritto — lo spirito della fiducia. A tal fine, l’invito che si può rivolgere alla politica è di far tesoro di tutto ciò che su questi temi è stato scritto e fatto nei decenni precedenti. Non è affatto vero, infatti, che ci si è disinteressati della sicurezza, come spesso si dice. Anzi proprio un tema come questo potrebbe offrire l’occasione per riprendere il filo del dialogo tra politica e cultura, la cui interruzione, ormai risalente, paghiamo anche in termini un incattivimento dei rapporti sociali.
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