Un sasso bello: perché il curling è la vera rivelazione dei Giochi

Stadio del ghiaccio sempre esaurito e ascolti tv da record. Ora c’è da capitalizzare questa popolarità. Il padre di Mosaner: «Solo 13 piste in Italia». I tesserati? Appena 404
February 18, 2026
Un sasso bello: perché il curling è la vera rivelazione dei Giochi
Reuters / Issei Kato
Un sasso bello. Chi lo avrebbe mai detto che un gioco di pietre levigate da spingere sul ghiaccio facendole precedere da un frenetico sfregare di scope potesse diventare il cuore pulsante e l’anima glamour dei Giochi olimpici invernali 2026? Se alla vigilia il curling era considerato una disciplina di nicchia per l’immaginario collettivo, a tre quarti dell’evento il bilancio parla chiaro: se non sei stato almeno una volta allo stadio Olimpico del ghiaccio, a Cortina ti guardano come se fossi un’alieno.
Se il tasso di occupazione degli impianti sfiora l'85%, il curling si attesta come una delle discipline più richieste. Le sessioni allo Stadio del Ghiaccio sono regolarmente da tutto esaurito, con una presenza internazionale massiccia – canadesi, scandinavi e britannici in testa – che si mescola a un nuovo, appassionato pubblico italiano. Ma se l'affluenza fisica è da record, i dati Auditel sono sbalorditivi. Rai e Warner Bros. Discovery registrano durante le gare pomeridiane una media di ascolti che supera il 15% di share, con milioni di italiani che hanno imparato a distinguere una guardia da un take-out. A livello globale, la tendenza è simile. Negli Stati Uniti, Nbc parla di un'audience raddoppiata rispetto a Pechino 2022, mentre in Europa la Ebu riporta numeri da capogiro in Svezia e Norvegia. Il curling, con i suoi tempi dilatati e la sua tensione psicologica, si è rivelato il prodotto tv perfetto per l'era digitale. E il torneo olimpico ha regalato una narrazione sportiva di altissimo livello, fatta di primi piani intensi, e forte dei dialoghi senza filtri tra gli atleti amplificati dai microfoni.
L’Italia, forte dell'eredità dorata dei Giochi 2022, è arrivata a Cortina con gli occhi del mondo addosso. Nel doppio misto la coppia azzurra ha confermato la propria caratura internazionale conquistando il bronzo con i “quasi amici” Costantini-Mosaner. Un sodalizio che ora potrebbe dividersi, ma una decisione verrà presa solo dopo i Mondiali di fine marzo negli Stati Uniti. Nelle prove a squadre, il cammino è stato un’altalena di emozioni. La squadra maschile guidata da Joël Retornaz ha ottenuto buoni risultati. Faticoso, ma altrettanto coraggioso, il percorso delle azzurre che hanno pagato alcuni finali di match sfortunati: ieri hanno battuto il Giappone (8-6) ma le semifinali sono irraggiungibili per loro.
Il curling nel nostro Paese rimane comunque un’attività lillipuziana. Ad oggi, i tesserati alla Fisg (Federazione italiana sport del ghiaccio) sono appena 404. Una cifra che farebbe sorridere le potenze canadesi o scozzesi, dove i praticanti si contano a centinaia di migliaia. Di questi, solo un centinaio appartengono al settore giovanile, un bacino che definire stretto è un eufemismo. Dopo le Olimpiadi di Soci però è partita una programmazione promossa dalla Federghiaccio in collaborazione con le Forze Armate che hanno cominciato a interessarsi a questo sport. Non è un caso che Mosaner sia ormai un professionista inquadrato nell’Aeronautica militare, e che Constantini sia entrata nelle Fiamme Oro dopo aver faticato a conciliare gli allenamenti con l’impiego di commessa in una boutique di Cortina. Una predestinata sin da quando era bambina: quando l’allenatore le chiedeva di raccontarsi, alla voce “Obiettivo sportivo” scriveva: “Atleta olimpico”. Loro e pochi altri sono giocatori a tempo pieno, assistiti da nutrizionisti, medici, e dal preparatore atletico Andrea Cardone che li segue da tre anni. Partendo dal principio che il curling è uno sport completo e i suoi interpreti vanno curati come atleti. Mosaner ne è il testimonial perfetto, venendo dal ciclismo e dividendosi tra beach volley e calcetto: «E pensare che molti il curling lo vedono come una disciplina in cui non fai fatica».
Il “dove” è il primo problema. Adolfo Mosaner, padre di Amos e da vent’anni gestore di un palacurling a Cembra Lisignago, fotografa la situazione: «Ci sono due piste a Torino, tre a Pinerolo, una a Bormio – che funziona davvero bene – e poi una a Brunico, due a Cortina e due a Claut, in Friuli». Con le due piste di Cembra Lisignago, fanno in tutto sette palazzetti, per un totale di 13 piste unicamente dedicate al curling. Poche, anche perchè spesso devono condividere gli spazi con l'hockey o il pattinaggio artistico. Un limite penalizzante, visto che il curling richiede che il ghiaccio venga trattato con il “pebble”, la nebulizzazione d’acqua che permette la rotazione della stone. Condizione difficile da mantenere se la superficie è stata solcata dalle lame dei pattinatori. La strategia federale, intanto, punta tutto sulla promozione scolastica e sulle partnership. Grazie ad accordi con sponsor come Enel ed Esselunga, e al progetto “Scuola Attiva”, si sta tentando di portare il curling nelle palestre (nella versione “floor curling”, senza ghiaccio) per intercettare i giovanissimi. L’obiettivo è raddoppiare il numero dei tesserati entro il 2030, sfruttando l'onda mediatica di queste Olimpiadi. Mosaner spiega che i ragazzi possono iniziare a giocare già a 8 anni, e che sono attive collaborazioni con le scuole: « Poi qualcuno si appassiona e magari continua», dice. Tanti, però, iniziano a giocare per emulare i fratelli o i genitori. Ma ci sono anche storie diverse: Angela Romei, al centro di un caso molto dibattuto per la sua esclusione dai convocati a vantaggio della giovane Rebecca Mariani, figlia del direttore tecnico Marco Mariani, racconta che iniziò a giocare nel 2010 «dopo averlo visto nei cartoni animati dei Simpson». Nel curling succede anche questo.

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